I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

QUANTO MI PIACE LA TUA VOCE DI RAGAZZO

Quanto mi piace quella tua voce di ragazzo! Con quella cadenza a cui non sono abituata. E’ così morbida, elastica, entusiasta e viva!
“ Sono qui.” Mi dici. Certo, lo so. Tu ci sei sempre anche se sei lontano. Ti sei conficcato nella mia anima e a poco a poco e ora ne occupi ogni angolo, ogni più piccolo anfratto.
Le parole che ci scambiamo, i pensieri, sono solo una pallida ombra di quello che provo per te.
“ Sono qui!” Ripeti e sembra che tu stia ridendo. E rido anche io, perché è buffo pensare che da tanto lontano tu mi sia nella pelle, nella testa, nel cuore.

“ Dai scendi…” E si , ti scenderei fra le braccia, su quel corpo che immagino così bene, invece mi guardo intorno. Questa stanza familiare. Tutte le mie cose, la mia vita. L’assurda incompletezza di ogni mia azione. Come qualcosa che manca.
Conosco i tuoi pensieri, ma non so quanto zucchero metti nel caffè. Non so se ti piacciono gli spaghetti, né il tuo colore preferito. Conosco i tuoi pensieri ma poco di te.

 Chissà in che posizione ti addormenti, chissà se leggi un libro prima di dormire…
 La tua voce è quella che mi giunge attraverso la cornetta del telefono, portandoti a me.
 E non mi basta mai sentirti, e quando la tua voce si spegne con un clic, tutto resta vuoto, e la luce non è più la stessa. Ma poi l’urgenza della vita prende il sopravvento. Le cose da fare, i gesti quotidiani, tutto cospira e tu ritorni ad essere quel pensiero costante conficcato dentro l’anima.
 E ora dici:
 “ Su scendi, ti sto aspettando…” Non capisco questo gioco. Mi sembra un po’ crudele in fondo. Una delle tue provocazioni con le quali mi stuzzichi.
 Fuori piove. Quella pioggia furiosa che dura per giorni, che spazza le strade spinta dal vento.
 L’inverno è il regno delle cose perdute, dei ricordi, dei rimpianti. Non ha la forza carnale dell’estate che accende i sensi e i pensieri.
 L’inverno è quando ho voglia di piangere io che non piango mai. Perché le lacrime sono una debolezza inaccettabile, sono l’accettazione di una sconfitta.
 “ Insomma, hai intenzione di lasciarmi sotto la pioggia ancora per molto?” Ora la tua voce è seria, quasi scontrosa. Sotto la pioggia? SOTTO LA PIOGGIA!
 “ Ma dove sei?” La voce mi esce sconnessa, inchiodandosi fra i denti, inciampando nella lingua che sembra enorme nella bocca improvvisamente asciutta.
 Il cuore galoppa facendo capriole. Ma che scherzo è questo? Se è uno scherzo, giuro te lo faccio pagare.
 Chiudo il telefono senza neanche dirti ciao. Chissà che penserai! Mi guardo allo specchio. Tuta e scarpe da tennis, spettinata, non sono precisamente…ma si tanto è uno scherzo. Infilo il giaccone e mi precipito giù per le scale.
 Infinitamente sciocca. Devo essermi impazzita.
 La strada è deserta. Pochi passanti sotto ombrelli sgocciolanti. Macchine dai finestrini appannati e quell’odore di foglie marcite e di terra bagnata. Lontano il muggito del mare che il vento trasporta.
 I lampioni mandano una luce giallognola e sporca.
 Una macchina lampeggia dal fondo della strada. Mi avvicino titubante.
 So che sei tu, prima ancora di vederti. Un miraggio. Uno scherzo del desiderio. Le allucinazioni esistono. Intanto la pioggia implacabile mi bagna e già sembro uno spaventapasseri.
 Questo è il colmo per due che non si sono mai visti. Faccio spavento e tu…Tu scendi dalla macchina. Anche al buio vedo il tuo viso stanco, appena coperto dal cappuccio della giacca a vento.
 “ E’ da stanotte che guido.” Dici. Solo questo.
 A me mancano le parole. Mancano le parole con te. Vorrei abbracciarti, invece resto li sotto la pioggia a guardarti.
 “ Riparto subito. E’ stata una pazzia!” Si è stata una pazzia. Una donna bagnata come un pulcino, con una vecchia tuta da casa, il massimo della seduzione! Non era certo così che avrei voluto mi vedessi. Magari con uno dei miei vestiti fru fru che mi regalano una bellezza un po’ chiassosa sui miei sandali con le zeppe. Perché lo sai che ho questi gusti vistosi. Mi piacciono le tinte forti, non vedo le sfumature io. Sono come un frutto maturo che se lo addenti il succo ti cola lungo le mani.
 E tu sei così bello invece, anche li sotto la pioggia, nel tuo giaccone scuro che nasconde il tuo corpo snello che ho tanto desiderato. Con quegli occhiali che ti fanno sembrare ancora più giovane e quegli occhi che brillano nel buio. Te ne stai li, le mani infilate nelle tasche, serio.
 Certo ti chiedi quale pazza idea ti abbia spinto all’altro capo del mondo, inventando chissà quali pretesti, scardinando ogni tuo schema, ogni consolidata convinzione.
 E me lo chiedo anche io.
 “ Hai deciso di aspettare il giorno del giudizio, o sali in macchina così almeno non ci bagniamo? “ Una punta di irritazione nella tua voce.
 “ Chissà perché pensavo che qui da te, non piovesse quasi mai.”
 Salgo in macchina senza risponderti. Chissà che delusione devo essere per te, con la mia vecchia tuta, il giaccone bagnato i capelli appiccicati sul viso e per di più ammutolita, io che con te le parole le trovavo sempre. Però salgo in macchina. Dentro ci trovo un piacevole tepore e l’odore di te, mischiato al sentore di plastica surriscaldata e polvere.
 E’ la prima volta…ho di nuovo venti anni. I ricordi sono come flasc. La stessa timida apprensione di allora, e quell’ansia dolce, di un futuro imminente ma temuto…
 Metti in moto. La tua mano sulla leva del cambio è nervosa e forte, proprio come me l’aspettavo.
 Metti in moto ma dove mi porti?
 So che non sei venuto fin qui per portarmi in uno squallido motel. Non è da te. Non lo faresti mai. E comunque non so perché tu sia qui ma non intendo pensarci. Mi basta il tuo corpo accanto al mio, il tuo calore inconsapevole e certo non voluto.
 Tu guidi in silenzio. I vetri appannati, ci dividono dal mondo. Tutta l’acqua che ho preso, mi fa sentire freddo. Rabbrividisco. Tu mi lanci un’occhiata e cominci a parlare.
 Del più e del meno, come se mi stessi dando un passaggio in un giorno di pioggia. Ti sento senza ascoltarti. Voglio imprimere nella mente il suono della tua voce, ogni minimo dettaglio, l’espressione del tuo viso, il colore del tuo sguardo per quando non ci sarai.
 All’improvviso capisco perché sei qui. Volevi incontrare il mio sguardo per una volta soltanto, volevi fare di me una persona e non il riflesso di una tua fantasia.
 Ti fermi. Ti togli il giaccone e me lo metti addosso per riscaldarmi. Io affondo nel tuo odore e so che non riuscirò mai a dimenticarlo. Profumo della tua carne e di pioggia.
 Mi tornerà in mente nelle mie giornate vuote, o quando sarò con gli amici, o prima di dormire.
 Mi tornerà in mente. E tu ricorderai il mio.
 Le parole che non posso dirti mi si affollano sulle labbra, si ingarbugliano e mi soffocano e così taccio, mentre tu continui a parlare inarrestabile. Sembra che tu voglia dirmi tutte le parole del mondo, come un fiume in piena. E le tue parole sono come i miei silenzi, la diga contro l’ignoto. Mi sei accanto e non riesco neanche a sfiorarti. Neanche un bacio sulla guancia come due vecchi amici quali siamo, o dovremmo essere…Neanche una carezza sul tuo viso dai lineamenti decisi. Sono prigioniera dei tuoi desideri. Perché sento, so che tu non vuoi che io ti tocchi e non lo voglio neanche io perché dopo sarebbe impossibile…tornare indietro.
 Tornare indietro a quando tu non mi eri conficcato nell’anima.
 No non mi porterai in uno squallido motel e io che non mi fermo davanti a nulla, mi fermo davanti a te. E sono la ragazza di tanto tempo fa, quando avevo le stelle negli occhi e arrossivo per una timidezza che ho dimenticato.
 Mi fermo. Ma tu mi passi un braccio intorno alle spalle, e ce ne stiamo in silenzio, così vicini che il tuo respiro si mischia col mio. Fuori ha smesso di piovere.
 In un'altra vita non ti lascerò andare. In un'altra vita ti amerò fino allo sfinimento. Bacerò quella bella bocca, affonderò nel tuo respiro…In un’altra vita.
 Ma ora è tempo di tornare.
 Mi lasci sotto casa. Il tuo sguardo è remoto, nascondi il dispiacere dietro un’apparente durezza, nonostante il sorriso col quale mi dici: “ Ciao strega, alla prossima…”
 “ Ciao “ ti dico e la mia voce è come spezzata e roca. Fa fatica ad uscire dalle labbra secche.
 E poi di te non restano che i fanalini di coda della macchina che si allontana e allora capisco il perché di questa tua pazzia.
 Volevi guardarmi negli occhi, almeno una volta e…riconoscermi…

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il ventre profondo dell'america