I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

NON SPARATE SU BIANCANEVE

 A vent’anni la bellezza è come un vestito che si indossa più facilmente.

E’ una carta da regalo bellissima che può coprire anche un oggetto mediocre.

A vent’anni la bellezza è un dettaglio, un’idea…

Ma quando il tempo macina corpi e anime e gli anni sono pietre consumate di una lunga collana, la bellezza diventa una professione di fede, l’esercizio di un ottimismo e di una volontà ferrea.

Gilda ci stava pensando mentre si guardava pensierosa allo specchio, cosa che faceva raramente e senza un piacere particolare. Non che fosse brutta anzi, tutt’altro. Aveva semplicemente quell’abitudine ad ignorarsi che si portava dietro fin dall’infanzia e così non conosceva le espressioni del suo viso, i suoi gesti più consueti e guardandosi nello specchio non riusciva a vincere l’imbarazzante impressione di essere di fronte ad un’estranea.

Ma ora si rendeva necessario cambiare atteggiamento.

Avvicinò il viso alla superficie che la rifletteva, alla ricerca delle tracce di invisibili rughe. Non si vedevano ma ci dovevano essere. La pelle liscia mostrava ad uno sguardo accurato, un certo assottigliamento, una tensione madreperlacea appena sotto gli occhi. La piega delle labbra tendeva leggermente verso il basso, come per un broncio leggero. Ma la bocca aveva ancora le labbra piene e il collo era liscio e teso come quello di una ragazza.

Il vestito tirava un po’ sui fianchi. Lo stirò con le mani. Qualche chilo in più alla sua età era normale dopo tutto.

Sentì un movimento ovattato alle sue spalle. Martina aveva quel modo silenzioso di arrivare con la sua andatura sbilenca e faticosa. Gilda si rese conto in quel momento che era solo per lei che restava in quella casa. Perché Martina era troppo vecchia. E una vecchia gatta di oscuri natali ha il diritto di finire i suoi giorni nella sua casa, e affondare il muso spelacchiato nella sua ciotola sbrecciata vicino al balcone, stiracchiandosi al calore dei raggi del sole.

Chi si sarebbe occupato di lei? Non certo sua figlia Valentina che a 15 anni sembrava ancora una bambina e della bambina aveva la cocciutaggine capricciosa e arrogante, l’egoismo stupido e cieco.

Non certo Guido che non si occupava mai di nulla, col cervello invaso dalla musica sparata al massimo nelle orecchie dall’ipod, quasi fosse un ragazzino anche lui e non l’uomo che avrebbe dovuto essere. Si avvolgeva di musica, creando un muro invalicabile che invadeva il silenzio che esisteva fra loro. Un silenzio ostile, duro, rancoroso. Un silenzio pieno di cose non dette, affilato come una spada.

Certe volte Gilda si chiedeva come sarebbe stata quella casa senza di lei. Senza le camice stirate nei cassetti, senza il pranzo pronto all’ora stabilita, senza le borse della spesa trascinate faticosamente su per le scale. Mamma voglio questo, mamma hai comprato quello, mamma, mamma…sembrava una nenia che non finiva. Valentina con i suoi scoppi di rabbia nei quali la voce le diventava stridula. Valentina nella sua bellezza scontrosa e goffa di cui non era consapevole, che anzi negava come il brutto anatroccolo che non vede il cigno in cui sta trasformandosi.

Ma poi tornava bambina bisognosa di coccole. Le si sedeva sulle ginocchia e l’abbracciava stretta dandole piccoli baci sulle guance. Aveva ancora bisogno della madre, forse non di lei Gilda, ma di una madre qualunque che continuasse ad accudirla, che la consolasse quando era triste o arginasse i suoi malumori. Una madre qualunque materna e accogliente come Gilda non era stata mai né avrebbe potuto mai essere. Forse era questo. Era questo che la teneva ancorata alla sua infanzia come una coperta di Linus, una ragazza con il cuore e l’anima di una bambina. Una ragazza che si rifiutava di crescere. Ma Gilda non avrebbe potuto difenderla in eterno dalle insidie della vita. E ora neanche lo voleva. Voleva vivere. Lontana da quella figlia petulante, da quell’uomo che parlava a voce forte per non sentire il bambino dentro di se.

Gilda si guardò intorno. Nella stanza miriadi di pezzetti di vita. La sua, la loro, quella dei rispettivi genitori…frantumi di vita, dispersi in ogni dove. Ricordi, sensazioni, odori, sapori e polvere…soprattutto quella. Polvere sugli oggetti, polvere sull’anima.

Suo padre la guardava severo. Aveva quello sguardo che scavava solchi. La faceva sentire sempre inadeguata. Il vestito non era giusto, le parole non erano giuste, lei non era giusta. Non lo era mai stata, anche quando faceva la brava bambina, tutto come diceva papà, ma non serviva mai.

Lui aveva sempre quello sguardo severo che scavava solchi e lei non si guardava allo specchio per non vedersi. Per non vedere riflessa quella ragazza sbagliata che si ostinava ad essere giusta senza riuscirci mai.

Biancaneve, pelle bianca come la neve e labbra rosse come il fuoco, la matrigna cattiva vuole ucciderti. Ma la matrigna sei tu, Biancaneve, anche se non lo sai. Anche se lo nascondi  così bene e guardati come sei carina così precisa e responsabile. Sempre dolce, non ti arrabbi mai Biancaneve.

E tuo padre ti guarda sempre con quello sguardo che scava solchi. E tu vorresti scomparire Biancaneve, perché lui non veda che sei la matrigna cattiva.

Perché la rabbia, quella, era come un cancro, una macchia sull’anima. Una macchia maligna che avvelenava ogni cosa.

Chissà, magari Martina, l’avrebbe dimenticata dopo un giorno. Forse qualcuno le avrebbe riempito la tazza di latte grattandole la testa dietro le orecchie come le piaceva tanto.

Lei si sarebbe acciambellata sulla sua poltrona preferita, il muso stropicciato nascosto sotto la zampa, impassibile come solo lei sapeva essere.

Guido sarebbe andato al lavoro come al solito, la ventiquattrore piena di fogli e libri, l’andatura frettolosa e indispettita…ma forse con una rabbia nel cuore. Con la smania di una vendetta inutile per un abbandono inconcepibile. Era come un bambino lui e del bambino aveva i piccoli dispetti, l’egoismo inconsapevole, l’arroganza presuntuosa.

Si sarebbe atteggiato a vittima. Le avrebbe attribuito ogni colpa, ignorando il rimpianto e forse anche l’affetto perduto.

E Valentina?

Gilda alzò le spalle e quel gesto era una resa. Valentina non la poteva abbandonare, non ancora almeno. Diede uno sguardo distratto all’orologio. Avrebbe potuto anche farne a meno. Le sue giornate erano talmente uguali le une alle altre, che faceva le stesse cose sempre alla stessa ora, seguendo un orologio interno che non sbagliava mai.

Guardò la foto di suo padre nella cornice d’argento sul comò. Aveva ancora quello sguardo che scavava solchi, fissato dallo scatto del fotografo per l’eternità, eppure le sembrò di cogliervi nel fondo come un accenno di dolcezza.

Chissà se nel posto in cui era, aveva imparato finalmente a”VEDERLA”! A guardarla davvero quella sua vecchia bambina che gli somigliava più di quanto avrebbe mai voluto ammettere.

A guardarlo ora, imprigionato nella sua cornice d’argento sembrava quasi che sorridesse.

E non si capiva se lo faceva per tenerezza tardiva o perché le sue previsioni erano state così precisamente rispettate e lei Gilda come Biancaneve aveva mangiato la mela avvelenata del disamore, addormentandosi per tutti quegli anni. E non era arrivato nessun principe a svegliarla.

Perché Guido con tutta la fantasia possibile non era stato “principe” neanche nei momenti migliori.

Aveva quella durezza del cuore che neanche l’amore presto sfumato era riuscito a sciogliere.

Gilda prese la borsa e si chiuse la porta alle spalle, senza volere ammettere di riconoscere il sollievo che provava ad uscire dalla sua casa prigione.

Nelle scale il passo le si fece leggero e si accorse di correre quasi.

Nella strada sempre le stesse persone. Anziani occupati ad attraversare le ore accidiose, per essere traghettati al momento del pranzo e poi scivolare in pomeriggi altrettanto oziosi. Anziani accigliati per i piaceri perduti e ancora rimpianti, gelosi della giovinezza altrui verso la quale esprimevano giudizi irosi.

Le donne erano le peggiori. Le vecchie donne dal corpo come un tronco, e altrettanto secco, dal quale spuntavano gambe sottili e nodose. Le facce secche e spiegazzate, le bocche dalla linea dura e accigliata che sputavano discorsi come pietre.

“ Non voglio diventare così!”  pensò Gilda mentre ne salutava una con il suo sorriso migliore.

E poi c’erano le donne come lei. Madri di famiglia e basta. Donne più o meno giovani ma con la sconfitta negli occhi, e l’ombra del fallimento nei gesti. Donne che fingevano un felicità improbabile, mentre si stringevano al seno marmocchi frignanti che le avrebbero derubate dei migliori anni della loro giovinezza.

Esseri che avrebbero finto di ignorare di aver tradito i loro desideri per trasformarsi in macchine da famiglia.

Gilda sorrise. Non riusciva a credere che ci potessero essere donne che amassero un simile destino.

Lei non l’aveva mai amato, anzi, ci si era trovata quasi senza volerlo, avviluppandosi in un errore dopo l’altro.

Le responsabilità e il senso del dovere si erano mangiati gli anni più belli della sua vita.

Percorreva la strada a passi lenti nonostante le mille cose che aveva da fare. Ma nell’aria c’era il profumo dolciastro dell’estate che muore e lei si sentiva leggera come non le capitava da secoli.

Lungo il viale gli oleandri erano in fiore, anche se i petali cominciavano a cadere.

E le sembrò che anche la sua vita stesse oramai per perdere tutti i petali trasformando lei in un tronco secco e nodoso senza più linfa.

Senza quasi accorgersene, arrivò alla stazione. Sulle banchine la folla frettolosa di sempre che trascinava bagagli guardando distratta o ansiosa l’orologio o in lontananza sui binari il sopraggiungere di qualche treno.

Gilda aveva sempre odiato i treni, le stazioni affollate, quell’odore di metallo polveroso e surriscaldato, i sedili insudiciati da chissà quanti corpi, i vetri opachi, il rumore assordante.

Fin da bambina  quando, dando la mano a sua madre, seguiva arrancando quasi, il passo veloce di suo padre che le precedeva portando pesanti valige.

Allora aveva sempre avuto il terrore che lui si perdesse fra la folla e loro rimanessero da sole, sperdute in quel magma indistinto, vulnerabili e inutili.

Ecco era questo. Quel senso di vulnerabilità invincibile che l’aveva spinta nelle fredde braccia di Giudo e adesso? Adesso che la giovinezza era scivolata veloce in una maturità non voluta, nelle mani non si ritrovava che polvere.

Un ragazzo con un borsone, nella fretta di avviarsi al suo binario, la urtò sbadatamente senza scusarsi, ma guardandola per pochi secondi. Il suo sguardo era indifferente e distratto e sembrò attraversarla quasi fosse trasparente. Questo chissà perché le fece sentire come una spina nel cuore.

Rimaneva ferma sulla banchina a guardare il via vai dei treni, senza quasi sapere cosa fare.

Eppure il suo cuore lo sapeva, ma lei non voleva sentirlo.

Chissà poteva salire su un treno qualsiasi senza biglietto e scendere alla prossima stazione e poi prenderne un altro e un altro ancora e finire chissà dove…Se solo non avesse avuto quell’assurda paura che la paralizzava. Aprì la borsa e guardò nel portafoglio. Soldi ne aveva a sufficienza e comunque aveva il bancomat. Ma che pazzia! E poi che avrebbe fatto?Il pensiero di sparire nel nulla la attirava molto. Niente più silenzi di Guido niente più piagnistei di Valentina, niente ritorni frustranti in quella casa senza allegria. E Martina? Può un gatto fermare la vita? Anche un vecchio gatto spelacchiato dai natali sconosciuti?

Non restava molto tempo. Il capostazione aveva già fischiato e le porte cominciavano a chiudersi.

Gilda tirò su il vestito stretto sulle gambe tornite, per liberare le ginocchia, e salì sul predellino del penultimo vagone, la borsa a tracolla per non perderla e un sorriso sulle labbra piene.

Il treno partì qualche secondo dopo e le sembrò che fischiasse allegro alla sua nuova vita. Le venne da ridere a pensare alla faccia di Giudo e di sua figlia quando l’avrebbero cercata senza trovarla.

Le venne da ridere e sentì che non sarebbe tornata.

 

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