I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

NON LUDARI LA JURNATA SI NUN SCURA LA SIRATA

( Non lodare la giornata,finchè non arriva la sera)

 

 

Quando Gennaro Santangelo passò a miglior vita, tutto il paese di Roccacannuccia era presente al suo funerale la cui funzione funebre si tenne nella cattedrale nel pomeriggio di un sabato di dicembre.

La vedova, donna Carlotta, sorretta dalle sue amiche più care, piangeva fin dal mattino accanto al “tabbuto” sistemato nel salotto buono della casa avita, e lasciato aperto fino all’ultimo perché i compaesani potessero rendere omaggio al trapassato.

Era una donna grassa, dalle guance cascanti e radi capelli grigi morbidamente acconciati in ricci ordinati. Aveva grandi occhi cerulei vuoti e trasparenti e una boccuccia infantile che si perdeva nella pappagorgia.

Anche se ora sembrava incredibile, da giovane si diceva fosse stata una gran bellezza, ma certamente di questa bellezza se ne era perso anche il ricordo e ora era solo una donna di mezza età, prostrata dal dolore.

Accanto a lei i due figli, Domenico il maggiore, detto Mimmo e Rosario il minore, un adolescente foruncoloso dallo sguardo cupo e imbronciato.

“ O povero marito mio, comu finisti! “ Si lamentava la vedova a vantaggio degli astanti assiepati nella stanza che parlottavano e mormoravano fra loro dicendo peste e corna di tutti compreso il defunto.

Gran lavoratore è vero, ma anche grandissimo fetuso che prestava soldi ad usura e possedeva le cambiali firmate da mezzo paese.

Perfino il “parrino” don Leopoldo aveva dovuto ricorrervi e ora in piedi davanti alla bara, osservando il morto, silenzioso e assorto, si chiedeva in che modo rientrarne in possesso senza sborsare la somma dovuta e soprattutto senza dare scandalo.

La stessa cosa si chiedeva la quasi totalità dei presenti. Alcuni perché debitori altri curiosi, facevano i conti in tasca alla vedova la quale aveva fama di essere più avida del marito.

Tutti passavano compostamente davanti alla bara, facendo finta di sfiorare il corpo del morto, in una immeritata carezza.

La vedova affranta, sprofondata in una poltroncina assolutamente estenuata dalla gran mole che doveva contenere, sembrava una papessa, circondata da sudditi devoti.

Il morto, nel suo vestito nuovo, aveva sul viso un’espressione nello stesso tempo soddisfatta e “siddiata”(seccata).

In effetti avrebbe dovuto essere contento perché aveva ceduto tutte le cambiali in suo possesso ad una finanziaria realizzando lautissimi guadagni, messi al sicuro in banca in un conto intestato ad una certa”carusa” (ragazza), con la quale si dilettava da qualche tempo. Poteva perciò esser certo che quell’arpia di sua moglie e quei mangiapane a tradimento dei suoi figli, non avrebbero potuto metterci le mani. Si era però verificata l’enorme seccatura di morire all’improvviso per un colpo apoplettico nel fiore degli anni o quasi, proprio quando si era incapricciato di Giulietta, quello zucchero di ragazza, dalle forme prorompenti e dalla pelle di latte. Si sarebbe consolata presto la puttanella con tutti i soldi che le aveva lasciato!

Così avrebbe pensato Gennaro Santangelo, se solo avesse avuto ancora un cervello per pensare e non soltanto una poltiglia grigiastra buona per i vermi.

Al contrario Carlotta pensava alacremente fra una lacrima e l’altra, fra un lamento e un gemito, perché i conti non tornavano, e mancavano un sacco di soldi che proprio non si sapeva dove fossero finiti.

Ma il funerale era stato preparato con cura. Si era scelta l’impresa funebre più cara sulla piazza, la bara di mogano piena di ghirigori e intarsi, che da sola era costata una fortuna.

Si era inondata la chiesa di fiori e corone. Tutto era pronto per un funerale da non dimenticarsi.

Quattro ragazzotti robusti portarono fuori dalla casa, non senza una certa fatica, la bara per sistemarla nel carro funebre, mentre il responsabile delle pompe funebri, certo Saro Sinopio guardava nervosamente l’orologio che aveva al polso. Si stava facendo tardi e c’era ancora tutta la funzione. Il corteo si avviò composto verso la cattedrale. La vedova in prima fila sorretta dai due figli, dietro, parenti e conoscenti.

La funzione, nonostante la profusione di mezzi, non fu però all’altezza.

Don Leopoldo sembrava stranamente distratto, frettoloso e ambiguo. La sua predica fu scarsa e banale. Assolutamente inadatta alla circostanza.

Il solo a rallegrarsene fu Saro Sinopio, che aveva fretta.

Infatti il cimitero chiudeva alle17.30, e il tempo correva.

Come Dio volle la cerimonia finì, e il prete si ritirò in sacrestia, prima dell’ultima benedizione del feretro e degli astanti.

Dopo cinque minuti non era ancora tornato.

La vedova aveva smesso di piangere e si stava chiedendo che accadeva. Un mormorio prima soffuso, poi sempre più forte, cominciò a levarsi fra i presenti.

La chiesa era stracolma, e il mormorio pian piano divenne il levarsi del vento prima della tempesta.

“ Che fu?”

“ Unn’è u’ parrino? Unne finiu?”

Saro Sinopio cominciò a diventare nervoso. Mancava meno di un quarto d’ora alla chiusura del cimitero. Così prese il coraggio a quattro mani e si diresse deciso verso la sacrestia. E quale fu il suo stupore quando vide che di Don Leopoldo non c’era traccia.

Cercò dappertutto, in ogni angolo, in ogni “pirtuso”( buco), nulla.

“ Minchia! E mo cu ci u dice alla vedova?” Esclamò.

Rientrò in fretta in chiesa e fece segno ai suoi aiutanti di prendere il “tabbuto” e portarlo di corsa fuori e sistemarlo nel carro funebre. Le spiegazioni le avrebbe date poi. Ora non c’era tempo. E per la benedizione? Pazienza. Tanto il de cuius all’inferno ci finiva ugualmente.

E così i presenti assistettero attoniti alla scena di questa bara che fuggiva via, seguita dai parenti affannati, e poi del carro funebre che schizzava via come un fulmine alla volta del cimitero. I parenti stessi salirono su mezzi di fortuna senza neanche aspettare di ricevere le condoglianze e si diedero all’inseguimento.

Chi aveva i mezzi, fece la stessa cosa, gli altri si disposero a tornarsene straniti alle loro case.

In quel momento stesso, Don Leopoldo completamente immemore dei suoi doveri, stava santiando(imprecando) con tutte le sue forze in casa della sua “comare”( amante).

Poco prima, mentre era in sacrestia, aveva ricevuto una telefonata che lo aveva avvertito che tutte le sue cambiali erano state cedute ad una finanziaria e che non solo doveva trovare il modo di pagarle, ma che lo scandalo difficilmente si sarebbe potuto evitare. Quel grandissimo cornuto di Gennaro Santangelo gliel’aveva fatta proprio grossa e c’era da scommettere che allo stesso modo aveva fregato mezzo paese. Altro che benedizione. L’avrebbe ficcato all’inferno con le sue stesse mani Don Leopoldo se solo avesse potuto.

Di quel funerale atipico si parlò a lungo in paese, e se ne parla ancora. Perché erano tutti presenti alla scena anche quelli che non c’erano. E ognuno aveva un particolare da aggiungere, una chicca da raccontare, un commento da fare.

Mancava solo Giulietta.

Ma lei al funerale non c’era andata. Perché si sa, ci vuole poco a rovinare la reputazione di una ragazza da marito…

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