I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

IL MONACO NERO

 Sergio era convinto che esistesse.

Da quando aveva comprato quella vecchia cascina da ristrutturare, non faceva che parlarmi di tutte quelle leggende della gente di campagna. A me sembrava che se ne stesse andando via di testa, con tutto quel silenzio, sepolto tra gli ulivi, con la sola compagnia di un cane e quello che con grande ottimismo, si poteva definire un cavallo.

E’ vero che ci andava solo il sabato e la domenica, ma per me era già troppo. A parte tutto ci stava spendendo un fuoco di soldi per quel rudere. Già il nome: ”l’ Orda” era tutto un programma!

_ Ti dico che il soprannaturale esiste!

_  Ma alla tua età credi ancora a tutte quelle storie che raccontava tuo nonno? Sono tutte superstizioni senza fondamento.

_ E certo tu sei troppo”cittadino” per credere a queste cose, ma sono sicuro che se tu ti fermassi qualche giorno da me qui in campagna, non parleresti più in questo modo…

_ Va beh! Accetto l’invito ma solo per quando avrai reso vivibile quella catapecchia che ti ostini a chiamare cascina.

_ Secondo te perché i precedenti proprietari l’avrebbero venduta? Il posto è bello, l’uliveto è in ottimo stato…

_ E la casa cade a pezzi._ Sergio fece finta di non sentire.

_ Te lo dico io perché hanno venduto, qui c’è qualcosa di strano, qualcosa che fa venire i brividi…

_ Senti, l’unica cosa che mi fa venire i brividi, sono i tuoi discorsi. Torna fra la gente normale amico mio, e vedrai che starai meglio._ Lui alzò gli occhi al cielo con aria rassegnata.

Lo accompagnai al suo monolocale più servizi, dandogli appuntamento per il lunedì successivo. Non avevo proprio voglia di andare a trovarlo in campagna, dove sapevo che avrebbe trascorso il week end. Sergio era un caro ragazzo, ma quando si lanciava in uno dei suoi progetti astrusi, non c’era verso di distrarlo. Avrebbe dovuto trovarsi una donna, glielo dicevo sempre, ma lui aveva sempre qualcosa di più importante da fare. Ora si era messo in testa questa cosa della casa in campagna. Diceva che la vita di città è troppo frenetica, che aveva bisogno di riappropriarsi del suo tempo, di ritrovare le sue radici…

Secondo me è perché il monolocale gli andava stretto e poi non andava d’accordo con il padrone di casa.

Ci avrebbe messo una vita a sistemare quel rudere e per giunta gli sarebbe toccato di fare il pendolare, visto che intendeva stabilircisi definitivamente.

 

*************

 

_ Alla fine ti sei deciso ad affidare la ristrutturazione ad una ditta specializzata._ Gli dissi due mesi dopo, mentre lo aiutavo ad imballare le sue cose per il trasloco.

_ E’ vero. Da solo non combinavo niente, non ci si può improvvisare muratore, idraulico, elettricista.

_ Ma sei proprio sicuro di aver fatto la scelta giusta ad andare a seppellirti in campagna?

_ Seppellirmi, esagerato, verrò in città tutte le mattine. Sono appena a nove chilometri, che vuoi che sia.

_ Dovrai prendere la macchina anche solo per comprare un panino.

_ Figurati, farò provviste il sabato, riempirò il congelatore per una settimana.

_ E come te la caverai con il cavallo?

_ Tu dimentichi che da ragazzo ho sempre frequentato il maneggio. E poi che potevo fare? Cane e cavallo già c’erano quando ho comprato la cascina.

Lo guardai pensieroso. Mi dispiaceva che se ne andasse. Ero convinto che non ci saremmo più visti come prima, e poi il pensiero di lui solo, abbandonato in quella cascina isolata, mi metteva addosso un’ansia strana. Io non amo la campagna, detesto il silenzio, ho bisogno di sentire il rumore della vita intorno a me.

 Le strade affollate, le luci, il rumore del traffico, il brusio della gente, tutto questo per me ha qualcosa di rassicurante, come un enorme utero che mi protegge dalla solitudine. Ero più che convinto che Sergio si sarebbe pentito della sua scelta.

Quando lo accompagnai alla cascina con le sue quattro carabattole, mi sentivo un nodo in gola.

A guardarla, la casa, mi parve ancora cadente, ma all’interno dovetti ammettere che l’impresa aveva lavorato bene. Tutto sommato era accogliente. Il camino, le travi a vista, la dispensa, il grande tavolo di quercia con le sedie impagliate, la cucina in muratura su cui erano appese antiche stoviglie in rame, tutto mi faceva tornare in mente la mia infanzia, la casa di mio nonno dove ci si riuniva nelle feste. Cominciai a capire la passione di Sergio.

La camera da letto, era al piano superiore. Le uniche cose antiche erano il letto in ferro battuto e il grande armadio in noce, per il resto non mancava niente, c’era l’impianto stereo ultimo modello, il televisore e il computer con tutti gli accessori. In fin dei conti il mio amico non voleva isolarsi dal mondo.

Guardai fuori della finestra, il sole stava tramontando. All’improvviso mi riprese l’ansia. Non vedevo l’ora di tornare in città. Non volevo che il buio mi sorprendesse in quel posto isolato.

_ Non avrai paura a rimanere qui da solo?_ Dissi a Sergio che mi guardò trasecolato.

_ Ma sei scemo?_  Mi rispose con un sorriso. Lo guardai, sembrava tranquillo e così lo salutai, montai in macchina e partii sgommando. Le ombre fra gli ulivi, mi parvero vagamente minacciose…

  **********

 

Rividi Sergio dopo un paio di giorni. Venne a trovarmi a casa nel primo pomeriggio, e mi invitò a cena fuori.

Mi sembrò leggermente pallido e con le borse sotto gli occhi.

_ Non mi sembri tanto in forma._ Gli chiesi guardandolo preoccupato.

_ Non ho dormito bene la notte scorsa. Sarà il fatto di cambiare letto, i rumori…

_ I rumori! Ma se sei fuori dal mondo. Sono i grilli che non ti fanno dormire? O il troppo silenzio.

_ Il cane si è messo ad abbaiare e ad ululare e non la finiva più. Perfino il cavallo faceva il diavolo a quattro nella stalla che lo sentivo con tutte le finestre chiuse. E poi c’è stata una tempesta di vento…

_ Ma se qui in città non si muoveva una foglia.

_ Ti dico che c’è stata una tempesta di vento incredibile. Ho dovuto sbarrare tutte le imposte. Questa mattina poi mi sono accorto che un ramo spezzato mi ha sfondato il finestrino anteriore destro della macchina…

_ Il notiziario non  ha parlato di tempeste di vento nei dintorni.

_ Che vuoi che ti dica.

Andammo a cenare in un localino del centro, ma già verso le dieci, Sergio cominciò a mostrarsi nervoso. Gli sembrava tardi e decise di tornarsene nella sua cascina.

_ Sai non voglio fare troppo tardi, domani devo alzarmi presto…_ Chissà perché mi parve una scusa. Con una certa esitazione, ad un certo punto mi disse:

_ Senti, perché questo fine settimana non lo passi da me? Potremmo farci una bella mangiata di carne alla brace e chiacchierare come i vecchi tempi…

_ Mi dispiace tanto, ma per domenica ho un impegno._ Gli risposi d’impulso.

_ Sei proprio sicuro di non poter venire?_ Insistette lui. Lo guardai stupito.

_ Sergio c’è qualcosa che devo sapere?_ Gli chiesi preoccupato.

_ Ma no, è che mi devo abituare alla nuova situazione e a stare solo, mi vengono certi pensieri…e poi volevo la tua opinione su qualcosa…ma te lo dirò quando verrai. Ce l’ ho la camera per gli ospiti, non crederai che voglia farti dormire nel mio letto!

In effetti, quando l’avevo accompagnato, ero andato via così in fretta che non avevo visto le altre stanze della casa. Mi misi a ridere e gli dissi, pentendomene subito:

_ Senti, facciamo così, vengo sabato mattina, ma riparto la domenica mattina perché devo essere in città per l’ora di pranzo.

Mi parve stranamente sollevato, quasi allegro. Al momento dei saluti, fu particolarmente caloroso, quasi temesse che io cambiassi idea. Io al contrario me la prendevo con me stesso. Detesto dormire fuori casa e soprattutto non avevo nessuna voglia di farlo in quella maledetta cascina. Ma ormai glielo avevo promesso e non potevo deluderlo.

“ Devi rassegnarti, Guido, così impari a parlare prima di pensare!” Mi dissi stizzito.

 **************

 

Quel sabato mattina si presentava come una giornata stupenda. Cielo limpido, sole caldo benché si fosse a Novembre, non un alito di vento, l’ideale per una giornata in campagna.

Arrivai da Sergio appena dopo le dieci, e lo trovai che cercava di riparare la porta della stalla. Mi fece un cenno di saluto con la mano mentre scendevo dalla macchina. Un cane dall’aria malmessa mi si fece incontro agitando la coda. Era una bestia di colore fulvo, dal corpo magro e nervoso e le gambe corte. Sembrava un incrocio tra un cane da caccia e un bassotto. Poiché il suo atteggiamento mi parse amichevole, gli accarezzai la testa, grattandolo dietro le orecchie. Mi avvicinai al mio amico che, con aria pensosa, stava esaminando i cardini della porta della stalla. Uno di questi era stato divelto, gli altri erano deformati. Dando un’occhiata all’interno della stalla, mi accorsi che tutto era a soqquadro: La sella rovesciata per terra, la mangiatoia ribaltata in un angolo, il secchio dell’acqua rovesciato, il cavallo nervoso che strattonava la corda con cui era legato, scalpitando.

_ Ma cosa è successo?_ Chiesi al mio amico.

_ Lo sapessi! Il vento deve avere fatto sbattere la porta che non si chiude perché la serratura è rotta, il cavallo si è spaventato e ha fatto questo macello.

_ Quello non mi sembra opera del vento…_ Dissi indicando il cardine divelto. Forse qualcuno ha cercato di entrare qui stanotte… Aggiunsi.

_ Qualcuno di molto stupido che cerca di scardinare una porta aperta. Ma dai!_ Mi rispose lui ironico. _ Nessun uomo è stato qui stanotte._ Disse Sergio con un’enfasi che mi parve allora incomprensibile. 

_Dovrò chiamare un falegname che mi sistemi questa porta!

A parte l’incidente della porta, passammo una mattinata piacevole, passeggiando per la campagna e chiacchierando. A pranzo ci facemmo una scorpacciata di carne alla brace ed insalata, il tutto annaffiato da vino rosso. Al momento del caffè, eravamo piacevolmente satolli.

_ C’è qualcosa o qualcuno in questa cascina._ Disse Sergio all’improvviso. _ Vieni, voglio farti vedere una cosa._ Aggiunse alzandosi dalla sedia e dirigendosi fuori verso la stalla. Lo seguii incuriosito.

Entrammo, il cavallo si era calmato e ci guardava mansueto. _ Guarda!_ Disse indicandomi le zampe posteriori della bestia, e fu allora che la vidi anch’io…

La coda, gli pendeva intrecciata fra le zampe. Rimasi senza parole. Non c’erano dubbi, la coda era stata intrecciata da mani esperte.

_ Che ne pensi?_ Mi chiese Sergio facendomi sobbalzare.

_ Cosa dovrei pensare? Che sei sonnambulo e la notte te ne vai in giro a fare trecce sulla coda del cavallo. A parte gli scherzi forse la coda gliel’ ha intrecciata il vecchio proprietario e tu te ne sei accorto solo ora.

_ Sarà!_ Rispose lui poco convinto. Tornammo verso casa senza parlare, mentre a me tornavano in mente certi racconti che faceva mio padre quando ero bambino, nelle lunghe sere d’inverno. Non ricordavo bene, ma fra gli altri ce n’era uno che parlava di qualcosa che si divertiva ad intrecciare la coda ai cavalli e a fare altri scherzetti poco piacevoli… Mi ripromisi di fare una capatina alla biblioteca comunale per documentarmi su gli antichi miti e le leggende contadine.

Alla coda del cavallo ci pensai tutto il pomeriggio e al tramonto mi riprese l’ansia.

Dopo cena, guardammo la televisione e sentimmo un po’ di musica. Nessuno dei due aveva voglia di andare a dormire. Era quasi la mezza, quando finalmente ci decidemmo.

La mia camera era a fianco di quella di Sergio, e la finestra dava giusto sulla stalla. La aprii e mi affacciai, scrutando nel buio. Tutto sembrava tranquillo, fin troppo. L’aria sembrava immobile come in attesa. Non si sentiva nessun rumore. Quel silenzio mi faceva accapponare la pelle. Chiusi la finestra e mi infilai nel letto.

Il cane cominciò ad ululare tre quarti d’ora dopo la mezzanotte.

Un suono lungo, doloroso, straziante. Sembrava il lamento di un’anima dannata.

Ero ancora incerto se alzarmi e spiare dalla finestra, quando sentii bussare alla porta. Sergio entrò titubante, trattenendosi sulla soglia.

_ Lo senti?_ Mi chiese quasi sussurrando.

_ E fallo vedere da un veterinario quel maledetto cane._ Gli risposi nervoso.

_ Non è il cane…_ Rispose, spostandosi in modo che io lo vidi.  Il cane fulvo, se ne stava accosciato accanto a lui, le orecchie basse, l’atteggiamento intimorito.

Non è il cane! E allora cos’era? Senza parlare, feci per alzarmi dal letto e proprio in quel momento, la porta della stalla sbatté con grande fragore contro il muro e potemmo sentire distintamente l’agitarsi del cavallo che scalpitava all’interno. Guardai il mio amico, era pallidissimo. Gli occhi spalancati, mi fissava immobile, come in preda ad una emozione profonda.

_ Fin dal secondo giorno che ero qui, ho fatto dormire il cane dentro casa, dopo che l’avevo trovato quasi pazzo di terrore, la mattina dopo il mio arrivo, rannicchiato dietro la porta dell’ingresso.

_ Quell’ululato, si sente tutte le notti?

_ Tutte, da che sono qui. Continua per ore._ Sergio si passò una mano tra i capelli, mentre io lo guardavo stranito.

E fu allora che cominciò il vento

All’inizio fu una cosa lieve, un leggero stormire di foglie. Poi cominciò a soffiare sempre più forte fischiando fra gli ulivi, facendo fremere le imposte in un frastuono che arrivò quasi a coprire le nostre voci. Sembrava che fuori si fosse scatenato l’inferno.

Io ormai mi ero alzato dal letto. Mi diressi verso la finestra e feci per aprirla.

_ Fermo, che fai?_ Gridò Sergio spaventato.

_ Voglio veder cosa succede là fuori._ Risposi risoluto, mentre dopo i vetri aprivo anche le imposte che andarono a sbattere fragorosamente sul muro esterno.

Quello che vidi, mi lasciò di stucco e il cuore mi arrivò in gola…

Fuori non c’era niente di ciò che mi aspettavo di trovare. Il vento era cessato di colpo, tutt’intorno una grande quiete, il cielo, trasparente, brillava delle mille luci delle stelle. Se non fosse stato per il cavallo che ancora si agitava nella stalla, avrei potuto pensare di essermi sognato tutto.

Sergio seduto sul letto, aveva un’aria stanca e rassegnata.

_ Tutte le notti questa storia, e non solo questo sai. Trovo le cose spostate in cucina. Una volta tutte le provviste erano rovesciate sul pavimento. Mi rompe le cose. La serratura della porta della stalla, l’ ha rotta lui. Ieri notte poi, mi ero appisolato dopo tutto questo trambusto, quando ho avuto un incubo: un essere basso e tarchiato avvolto in un mantello nero, mi inseguiva. Alla fine mi ha raggiunto, buttato a terra e stretto le mani intorno al collo… Mi sembrava di soffocare, cercavo di svegliarmi e non ci riuscivo…è stato terribile.

_ Ma perché non me ne hai mai parlato?

_ Mi avresti creduto? Per questo ho insistito tanto che tu venissi. Volevo che vedessi di persona. Ho avuto perfino il dubbio di essere diventato pazzo.

_ Vieni, andiamo nella stalla, voglio vedere cosa è successo questa volta._ Gli dissi risoluto.

Uscimmo dalla casa. Il cane si rifiutò di seguirci. Nella stalla c’era il solito trambusto, il cavallo aveva la bava alla bocca, la coda fittamente intrecciata sbatteva sulle gambe nervose. Un brivido mi corse lungo la schiena quando vidi che anche la criniera era stata intrecciata…

_ Andiamo via immediatamente da questo posto maledetto!_ Dissi a Sergio che osservava la scena apparentemente tranquillo.

_ Non ci penso nemmeno. Questa è casa mia, è qui che voglio vivere. Devo scoprire cosa sta succedendo.

Tornammo lentamente verso casa. Intorno a noi tutto sembrava normale. La notte era serena e mite. Sembrava tutto un sogno.

Come Dio volle, arrivò l’alba. Non avevo chiuso occhio, sentivo le ossa rotte e avevo gli occhi che mi bruciavano. Mi rivestii in fretta, non vedevo l’ora di andare via, ma non volevo svegliare Sergio.

Rimasi seduto sul letto per un tempo interminabile, fino a che non sentii dei rumori giù in cucina.

Solo allora mi decisi a scendere. Sergio aveva già preparato la colazione.

_ Sei sicuro di non voler tornare in città con me? _ Gli chiesi titubante.

_ Sicurissimo._ Rispose lui senza guardarmi.

Dopo colazione, ci salutammo. Mi sentivo terribilmente in colpa a lasciarlo lì da solo, ma non volevo rimanere in quel luogo un minuto di più.

Fu solo quando mi avvicinai alla mia macchina, che mi accorsi che lo sportello era aperto e all’interno erano penetrate foglie, rami spezzati e sporcizia.

_ Ieri devo aver dimenticato lo sportello aperto._ Dissi stizzito mentre cercavo di pulire alla bell’e meglio. Sergio scuoteva la testa dubbioso.

Finalmente riuscii ad andarmene, ma avevo il cuore pesante. Dopo la curva, la cascina non si vedeva più, ma con la coda dell’occhio mi parve di vedere un’ombra sparire fra gli alberi…

 **********

 

La domenica passò come un sogno. Ero ancora sconvolto.

Chiamai Sergio innumerevoli volte sul telefonino, cercando di convincerlo a venire in città.

Fu irremovibile.

La notte fra domenica e lunedì, dormii malissimo. Ero molto preoccupato. Sul lavoro non riuscivo a concentrarmi. Nel pomeriggio, chiesi il permesso di uscire prima e andai di filato alla Biblioteca Comunale.

C’erano un mucchio di libri sulle antiche leggende contadine, ci impiegai un paio d’ore per trovare ciò che cercavo: una vecchia storia che mi raccontava sempre mio padre.

Questa storia narrava di un monaco maledetto, che visse alla fine del sedicesimo secolo spostandosi per tutto il meridione d’Italia, lasciando dietro di sé, morte e distruzione fino a che morì di morte violenta per mano del padre di una delle sue vittime. La leggenda narra che l’anima dannata di questo monaco, continuò a vagare senza pace nelle terre dove era stato in vita, prendendo possesso delle case di campagna disabitate, terrorizzando gli eventuali proprietari, per costringerli a lasciare libere le loro proprietà. Uno dei suoi “scherzi” preferiti, era appunto quello di fare le trecce alla coda dei cavalli. Faceva dispetti di ogni tipo per convincere gli intrusi ad andarsene, e se questi si ostinavano a rimanere, gli scherzi divenivano sempre più pesanti.

Penetrando, durante la notte, nelle camere dove dormivano le sue vittime, si inseriva nei loro sogni, e lì le inseguiva, le atterrava, e stringendo le mani intorno al loro collo, le soffocava. Proprio come nel sogno che aveva fatto Sergio. Sembrava che non ci fosse una soluzione per liberarsi del munacid, il Monaco Nero, se non quella di abbandonare le case infestate, oppure non farsi sorprendere addormentati, fra la mezzanotte e l’alba.

Siccome la Biblioteca stava per chiudere, chiesi di poter prendere in prestito l’ultimo libro che non avevo fatto a tempo a sfogliare. L’avrei consultato a casa mia, dopo aver cenato.

Una volta a casa, cenai con un panino e una birra. Avevo fretta di riprendere la mia lettura. Dovetti però rimandare a causa della visita improvvisa di un collega di lavoro. Solo all’ora di andarmene a letto, potei dedicarmi al libro.

Sul Monaco Nero c’erano più o meno le stesse informazioni che avevo trovato negli altri libri, ma quello che lessi nell’ultimo capitolo, mi fece accapponare la pelle…

Vi si diceva che il Monaco nero poteva arrivare ad uccidere le sue vittime …

Già sapevo che si inseriva nei loro sogni, cercando di soffocarle. Quello che non sapevo era che certe volte ci riusciva! Se la sua vittima non riusciva a svegliarsi, era spacciata.

Dovevo assolutamente avvertire Sergio. Gli telefonai, ma il telefonino risultava irraggiungibile.

Guardai l’orologio sul comodino, segnava dieci minuti alla mezzanotte. Dovevo andare alla cascina e portarlo via con me, lontano dal pericolo che, ne ero certo, lo minacciava.

Mi rivestii in fretta e partii, nonostante la paura che provavo perché ne avevo la certezza: in quella casa c’era qualcosa di terribile che minacciava il mio amico.

La cascina era avvolta nel buio e nel silenzio. Fermai la macchina a ridosso della porta d’ingresso per facilitarmi un’eventuale fuga, presi con me una piccola torcia elettrica che tenevo nel cruscotto, per ogni evenienza.

Con il cuore che mi batteva all’impazzata, suonai il campanello, niente; suonai nuovamente, non ottenni risposta. Guardai in su, le finestre erano tutte sprangate, forse Sergio dormiva. Mentre suonavo di nuovo, mi accorsi che la porta non era chiusa, come appariva a prima vista, ma solo accostata. Questo mi spaventò moltissimo, perché non era da Sergio lasciarla aperta. Mi costrinsi ad entrare. Sentivo le gambe molli e sudavo copiosamente. Sotto la spinta della mia mano, la porta si aprì silenziosa. Feci qualche passo nell’ingresso, cercando a tentoni l’interruttore della luce, lo trovai e la stanza si illuminò.

Nello stesso istante, la porta si chiuse alle mie spalle, con violenza, facendo un rumore che mi parve assordante.

E cominciò il vento…

_ Sergio!_ Gridai precipitandomi verso le scale per raggiungere la sua camera da letto dove pensavo dovesse trovarsi. Continuavo a gridare il suo nome sempre più forte nel rumore assordante del vento che sembrava scuotere la casa fin dalle fondamenta. Feci le scale a quattro a quattro continuando a chiamare il mio amico, invano. Ormai ero in preda ad un’angoscia profonda e inciampai negli ultimi gradini.

La luce si spense all’improvviso

Feci alcuni passi nel corridoio prima di ricordarmi della torcia che tenevo in tasca. Prima di riuscire ad accenderla, inciampai in qualcosa che proruppe in un guaito di dolore…il cane, avevo pestato il cane. Il suo sguardo terrorizzato apparve nel cono di luce della torcia. Stava a ridosso della porta della camera del mio amico, dovetti scavalcarlo per entrare.

Nella camera tutto sembrava in ordine, diressi il fascio di luce in ogni angolo, il letto era intatto e Sergio non c’era…Dove poteva essere? Forse non era in casa, forse ero stato troppo precipitoso ad andare lì in piena notte. Forse mi ero fatto troppo suggestionare da tutto quello che avevo letto e dai miei ricordi d’infanzia. Mi accorsi allora che il vento si era calmato.

Mi avvicinai alla finestra, era aperta.

Mi affacciai.

Fuori tutto sembrava calmo e silenzioso e una fievole luce proveniva dalla stalla…Luce? ma come poteva esserci luce nella stalla se nella casa mancava. Mi avvicinai all’interruttore e premetti il pulsante, la stanza si illuminò. Mi sembrava di impazzire, che scherzo era questo? Chi spegneva e accendeva la luce? Perlustrai le altre stanze del piano superiore, tutto era in ordine, ma Sergio non c’era. Non c’era ragione che rimanessi in quel posto maledetto.

Forse Sergio aveva preso la saggia decisione di abbandonare la casa. Ma perché vi aveva lasciato tutte le sue cose? E perché la porta d’ingresso non era chiusa? E perché la luce era accesa nella stalla?

Tornai verso la finestra e guardai verso la stalla. Il cavallo scalpitava, potevo sentirlo nonostante la distanza. Faceva un gran trambusto, decisi di scendere a controllare.

Scesi le scale velocemente, il cane mi seguì uggiolando. Decisi di portarlo con me, non potevo lasciarlo nella casa deserta.

Ma la porta d’ingresso non si apriva

Qualcuno o qualcosa l’aveva sprangata. La scossi con violenza, niente. Mi guardai intorno per cercare qualcosa con cui forzare la serratura. Ormai non riuscivo quasi a connettere per la paura.

All’improvviso il cavallo si mise a nitrire, sentii il rumore del legno che si spaccava e poi il frastuono prodotto dagli zoccoli sul selciato del cortile. Mi precipitai verso una delle finestre della cucina e l’aprii. Con grande difficoltà scavalcai il davanzale e mi calai fuori strappando i pantaloni e graffiando le scarpe, poi mi lasciai cadere storcendomi una caviglia. Zoppicando mi diressi verso la stalla; la porta era spalancata, la luce accesa e come avevo intuito, il cavallo era fuggito sfondando il recinto interno. Tutto era sottosopra, la mangiatoia era stata scaraventata al lato opposto del locale, dove giaceva capovolta. Mi sembrò di vedere qualcosa spuntare da sotto… Mi avvicinai…

Avevo trovato Sergio.

Mi bastò guardarlo per capire che era morto, la mangiatoia gli aveva sfondato il cranio. I suoi occhi spalancati avevano un’espressione di terrore indicibile, il resto della faccia era ridotta ad una poltiglia sanguinolenta.

E così aveva altri modi per uccidere!

Arretrai sconvolto inciampando e cadendo più volte, poi corsi fuori per raggiungere la macchina.

Volevo allontanarmi di lì, non potevo fare più nulla per il mio amico. Una volta in città avrei chiamato la polizia. Tremavo come una foglia e mentre aprivo lo sportello sentii un fruscio a pochi passi da me. Con la coda dell’occhio vidi un ombra avvicinarsi…

Mi infilai nell’auto chiudendo lo sportello e abbassando la sicura.

Le chiavi…dov’erano le chiavi? Le mani mi tremavano mentre le cercavo nelle tasche del giaccone. E se mi fossero cadute nella casa o mentre mi calavo dalla finestra? Non osavo neanche pensare a questa eventualità. Accesi la luce interna e tastai sul tappetino accanto ai miei piedi. Ero un uomo adulto, ma le lacrime mi scorrevano sulle guance quasi fossi un bambino. Alla fine le trovai accanto al pedale del freno…

Mentre mi rialzavo per inserirle nel quadro, mi venne di guardare fuori del finestrino…

E la vidi

La faccia più orribile che avessi mai visto in vita mia. Non tanto nei lineamenti grossolani e volgari, quanto nell’espressione degli occhi porcini, di una malvagità assoluta.

Rideva…

Anzi sghignazzava in modo sgangherato, il naso camuso schiacciato contro il vetro, l’espressione beffarda e vittoriosa, ma neppure un suono usciva dalla sua bocca contorta.

Io ti conosco” dicevano quegli occhi, “ so chi sei!”

Un urlo lacerò il silenzio della notte, ma solo dopo qualche istante presi coscienza che era la mia voce che urlava…

 *********

 

Non so bene come tornai a casa quella notte, né quando e come chiamai la polizia.

Tutto è avvolto in una nebbia densa.

E’ in corso un’inchiesta sulla morte di Sergio.

L’autopsia ha stabilito che è stata la mangiatoia ad ucciderlo.

Lo so che sospettano di me, ma non sanno spiegarsi come possa aver fatto. Non c’era sangue sui miei vestiti, né incredibilmente, sotto le suole delle mie scarpe. Non ho un movente. I nostri rapporti erano ottimi…Mi chiedo come andrà a finire questa storia. Ma la cosa peggiore è che non ho più pace. Non andrò mai in campagna dopo il tramonto…

Ma è poi sicura la città? E questa mia casa dove ho vissuto tanti anni…

Perché, vedete, lui mi conosce, capite? Lui sa chi sono!

E se tornasse?

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