I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

MA CHI FACISTI DOPU CHI PARLASTI CUMME

Il ragionier Riccardo Mentefina l’aveva detto quella precisa mattina che la giornata sarebbe stata cammurriusa a a dire poco e infatti!

Prima di tutto sua moglie Adelina gli aveva portato il caffè a letto cosa che non succedeva da almeno venti anni. L’ avvenimento lo aveva messo immediatamente in sospetto. Cosa tinta c’ è sutta, si era detto e infatti il caffè era avvelenato peggio di quello di Pisciotta, perché il sale ci aveva messo per distrazione a strolica. Non contenta si era seduta sul bordo del letto, facendolo sprofondare di almeno dieci centimetri a causa del suo peso, gli aveva ficcato gli occhi negli occhi e aveva detto: “ Dobbiamo parlare!”

Miiii! Sempre doveva parlare, quella. Aveva la fissa del parlare! Il ragionier Mentefina aveva guardato disperato la porta calcolando che con un adeguato scatto di reni forse sarebbe riuscito a sfuggire alle manie logorroiche della consorte. Era un centometrista nato. Appena la vedeva veleggiare verso di lui con la sua andatura da corazzata Potionkin con quella piega sulle labbra che preannunciava cammurriusi discorsi preceduti da quel “dobbiamo parlare”, schizzava verso la prima via di fuga disponibile e chi si era visto si era visto.

E questo aveva fatto quella mattina, infilando la porta del bagno come un proiettile e chiudendocisi dentro mentre la voce della donna lo seguiva stizzita. Aveva calcolato che prima che lei riuscisse a sollevare il corpo possente dal bordo del letto, avrebbe avuto tutto il tempo di chiudere la porta e dare la mandata di chiave.

La doccia fu lenta e accurata.

Uscito dal bagno, nessuna traccia della moglie. Si vestì con accuratezza.

La seconda cammurria della mattinata fu l’incontro ravvicinato con Carmelo Cozza.

Cunpari propiu a tia circava!” Aveva detto incollandosi al suo fianco e costringendolo quasi ad offrirgli un caffè. Mentefina aveva sentito un brivido lungo la schiena. Quando Cozza cominciava a parlare dei suoi problemi chi mastri, la cosa prometteva di essere lunga. E Cozza aveva sempre problemi ch’ i mastri. Si stava ristrutturando un bilocale di famiglia e sembrava che ristrutturasse la Cappella Sistina. Erano mesi che lo ammorbava con la sua continua richiesta di consigli e pareri che regolarmente non seguiva, e ora lui era anche in ritardo.

Mentefina guardò l’orologio con sguardo febbrile.

“.cumpari “ disse ” ora non mi pozzu firmari  Antura mi chiamò me matri. L’AIU accompagnari unni u dutturi” Cozza lo guardò comprensivo.

In realtà era lui, il ragioniere a dovere andare dal dottore e il dottore in questione non era dottore ma aveva l’inconfondibile capacità di guarirlo delle rotture della vita.

Teresa l’aspettava nel monolocale più servizi che aveva affittato per lei e Mentefina non voleva ritardare. Liberatosi di Cozza, infilò il Bar Del Corso dove acquistò un cornetto caldo per la sua donna.

Cori du me cori. Ciatu du me ciatu  Sussurrò a se stesso pensando a lei e affrettando il passo prima che qualche altro impiccio lo facesse ritardare.

Appena si chiuse il portone alle spalle, gli sembrò di percepire il profumo denso di Teresa che lo precedeva. Ma non solo quello percepiva ma anche l’altra ennesima cammurria di quella mattinata ingloriosa.

Gli inquilini del terzo piano come al solito litigavano. Praticamente si scambiavano insulti che quelli degli scaricatori di porto facevano sorridere al confronto.

Il ragionier Mentefina non li aveva mai visti, ma sentiti si a tutte le ore del giorno e della notte.

Mai travagghia chistu? Possibile che non avesse di meglio da fare nella sua fottutissima vita che jttari  vuci con la sua signora che a giudicare da come rispondeva, tanto signora non era!

Comunque, quando si chiuse alle spalle la porta del suo “nido d’amore” lo colse il profumo della sua donna e si scordò di botto le voci e le grida dei coinquilini.

Ma non era cosa! l’aveva detto lui!

Un quarto d’ora dopo mentre il ragionier Mentefina stava facendo le grandi manovre sul corpo bianco di Teresa, le urla al piano di sopra aumentarono a dismisura.

E minchia, così mi guastano la concentrazione!” Esclamò Mentesana guardando sconsolato il miglior amico di un uomo che nel suo caso in quel momento era stato preso per lo scanto, da un abbiocco fenomenale.

Teresa da perfetta femmina quale era, si mostrava più interessata a quello che succedeva al piano di sopra che ai maldestri tentativi del suo amante di risvegliare i sopiti bollori.

E sopra stava succedendo l’inferno. Sedie cadute, suppellettili che volavano, urli strepiti e saette.

“ Qua finisce a schifìo!” sussurrò Teresa facendo il gesto di alzarsi dal letto.

E in quel momento successe l’eclissi.

Un rumore assordante si udì nella tromba delle scale. Un misto di qualcosa che cadeva e di urli di donna.

“ Minchia!” Esclamò Mentefina, catapultandosi fuori dal letto alla ricerca affannosa dei suoi indumenti sparsi per tutta la stanza. Un sudore freddo gli colava giù per la schiena.

Teresa con il suo proverbiale sangue freddo, intanto si vestiva con calma.

“ Qua a schifìo finisce.” Ripetè e sembrava un disco rotto.

A quel punto, al di la della porta, sul pianerottolo e nelle scale si era riversato il palazzo intero motivo per cui ogni via di fuga sembrava preclusa.

Il ragionier Mentefina dovette sedersi tanto gli tremavano le gambe. Davanti ai suoi occhi in tecnicolor la rovina si dispiegava in tutta la sua tremenda evidenza.

Si vide davanti agli occhi Adelina che a capo di uno stuolo di avvocati si preparava a fargli la festa; lo scandalo in paese, i figli che gli toglievano il saluto, la vergogna del suo nome sul giornale locale, perché c’era da essere certi che quel gran figlio di puttana e grannissimo cornuto di Fabio Scalise che ci scriveva, non avrebbe certo perso l’occasione di gettargli in collo vagonate di fango.

E mentre così pensava, fissava il calzino che aveva in mano come se fosse stata l’ultima cosa che avrebbe visto in tutta la sua vita. Quasi non si accorse della sirena della autoambulanza che era arrivata.

Intanto Teresa perfettamente vestita aveva socchiuso la porta per vedere cosa fosse accaduto.

Dalle scale provenivano voci concitate. Inquilini e passanti si erano riversati nell’androne, e lungo le scale dove proprio all’altezza del loro pianerottolo giaceva il corpo apparentemente senza vita della signora del piano di sopra. Era evidente che aveva scelto il modo più veloce di sfuggire al suo manesco consorte o forse quest’ultimo che ora se ne stava in cima alle scale annichilito, l’aveva spinta giù.

E fu allora che Teresa con tutto il sangue freddo di cui era capace, scavalcò il corpo della donna distesa a terra e mischiandosi alla ressa che c’era, si dileguò. Nessuno dei presenti parve accorgersi della cosa.

Il ragionier Mentefina che l’aveva seguita alla porta, la guardò trasecolato.

Dopo non ci fu potenza. Arrivarono i barellieri che si accorsero che la meschina era ancora viva e ci fu un gran traffico per caricare il corpo sull’autoambulanza. Poi fu la volta dei carabinieri che trovarono il ragioniere ancora col calzino in mano e lo sguardo vacuo manco fosse stato lui ad aver buttato la donna giù per le scale. Lo fecero sedere, gli diedero un bicchiere d’acqua e gli fecero un mucchio di domande se conosceva i litiganti, se gli aveva visti mai e se sapeva cosa fosse successo e sopratutto che minchia ci faceva in quella casa senza calzini e senza camicia.

“ E senza mutande macari!” Si disse lui, essendosi reso conto che nella fretta e nello scanto del momento si era dimenticato di indossare il preziosissimo indumento.

“ L’avevo detto io che oggi era una giornata fitusa!” Il brigadiere Cellentani lo guardava comprensivo ma già gli tremava il baffo per la risata che gli stava salendo alle labbra al pensiero di quando avrebbe raccontato a sua moglie Concetta di dove e come aveva trovato Mentesana.

E si poteva essere certi che se lo sapeva Concetta era come mettere i manifesti in tutto il paese.

In quel mentre squillò il cell  del ragioniere che rispose alla chiamata con la voce che gli tremava.

Era Adelina: “ Unni si? Picchì no m’arrispunnivi? Ma chi facisti dopu chi parlasti cu mia?”

 

ULTIMI FUOCHI ALL'OMBRA DELLA SERA

il ventre profondo dell'america