I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

L'ONDA

All’inizio fu il vento.

Un vento freddo e duro che spirava dal nord. Prima in sordina, poi sempre più forte, scotendo gli alberi rabbioso, a tradimento, in quella tarda primavera. Rabbrividivo nella mia giacca leggera, mentre salivo in macchina per andare a lavoro.

Per strada pochissima gente. Mia moglie, dietro la finestra mi guardava e mi sembrò lontana come in un altro mondo che mi apprestassi a lasciare.

Durante il notiziario alla radio che ascoltavo distrattamente, quasi non ci feci caso a quella notizia data quasi in sordina.”Grave depressione atmosferica si avvicina alle coste italiane a velocità sostenuta…” Che vuol dire depressione atmosferica” pensai distrattamente guardando verso il mare.Era agitato e infido.

 

Onde altissime si infrangevano sulla spiaggia, divorandola tutta.

Un sole pallido, faceva capolino fra la foschia densa, ma in lontananza il cielo appariva gonfio di nuvole grigie e pesanti.

“Si annuncia un temporale” pensai mentre varcavo irritato la soglia del mio ufficio.

” Chissà se Maria avrà accompagnato i ragazzi a scuola, speriamo che invece li abbia tenuti a casa” mi sorpresi a pensare.

Mi sentivo irritato e in ansia e non riuscivo a concentrarmi su pratiche e scartoffie.

Una telefonata mi fece sobbalzare.Era mia moglie: ” Dario, cerca di sentire il notiziario…”

 Il tono preoccupato della sua voce mi mise in allarme. Ma il Bianchetti mi aveva preceduto accendendo la radiolina a transistor da cui non si separava mai.

“ La protezione civile…..” Cosa? Non riuscivo a sentire bene. Salutai in fretta mia moglie e mi avvicinai alla scrivania del Bianchetti.

Un vortice di aria gelida si avvicinava all’Italia a velocità sostenuta. Avrebbe potuto trasformarsi in un uragano. Un uragano! Un uragano nel mediterraneo. Assurdo!

“La Protezione Civile sta organizzando luoghi di ritrovo per la popolazione delle aree interessate…” Seguiva un elenco di città, fra le quali c’era anche la mia.

“ Si consiglia di non cercare di abbandonare la città, onde non provocare ingorghi di traffico ed intasamenti inutili.”

Istintivamente guardai fuori dalla finestra. Il vento sempre più violento, alzava gorghi di polvere e detriti. Il pallido sole era scomparso e la città era immersa in un grigiore plumbeo e irreale.

In quel momento il direttore entrò nella stanza per dirci che potevamo tornare a casa, data la situazione e pensare a sistemare le nostre famiglie.

Una volta in macchina accesi la radio e la sintonizzai su una stazione locale. Lo speaker stava leggendo l’elenco dei luoghi di ritrovo. Mi sembrava tutto irreale, come vivere in un film.

Guidavo piano, spaventato dalla furia del vento. Sentivo oggetti di ogni tipo, sbattere contro le fiancate della macchina. Mi riusciva difficile mantenerne il controllo, il vento la rendeva leggera e ingovernabile come un fuscello.

Alla radio parlavano di ingorghi sulla statale 17 e la super strada A22, le due arterie attraverso le quali si entrava e si usciva dalla città.

Com’era ovvio, molti tentavano di scappare. Non potei percorrere il lungo mare perché il mare impazzito aveva invaso la strada interrompendola.

La voce dello speaker continuava monotona, a dare l’elenco dei posti di ritrovo. Cercai di avvisare mia moglie che stavo arrivando, ma il cellulare, in quel momento, non diede segni di vita. All’improvviso mi resi conto di essere nella zona dove viveva mia madre, avrei preso su lei e poi insieme ci saremmo diretti verso casa.

Il buio era quasi fitto, non riuscivo a vedere niente. Sembrava di essere in piena notte. Accesi i fari. Andavo a passo d’uomo, intanto la pioggia aveva cominciato a cadere, prima piano e poi sempre più forte. I tergicristallo non riuscivano a liberare il parabrezza dall’acqua che lo inondava. All’improvviso mi ritrovai sotto la casa di mia madre. Mi sembrò quasi di vedere la sagoma del suo corpo dietro i vetri del balcone della cucina lì al primo piano. Cercai di parcheggiare il più vicino possibile al portone, ma il breve tratto che percorsi per raggiungerlo, mi rese fradicio.

Suonai il campanello, ma il portone non si aprì. Era andata via la corrente elettrica.

Era un incubo! Mi allontanai dal portone e guardando in su cercai di attrarre la sua attenzione. Come poteva vedermi in quel casino? A mala pena la vedevo io.

Cercai il cellulare nella tasca della giacca. Speravo che almeno il telefono funzionasse di nuovo. Quando lei mi rispose, la sua voce sembrava provenire da un altro mondo.

Sembrava tranquilla, affatto spaventata. Le gridai di scendere subito, lei sembrava non capire.  “Dove vuoi portarmi, Dario? Lo sai che preferisco rimanere a casa mia.”

“ Mamma cerca di ragionare. C’è troppo pericolo, vieni con me.”

Sembrava ferma nella sua decisione. Si convinse solo quando le dissi che volevo che stessimo tutti insieme.

Aspettai che scendesse per un tempo che mi parve interminabile, aggrappato al muro quasi con le unghie, tanto sembrava che il vento potesse trascinarmi via. Una volta fuori, lei si aggrappò a me con tutte le sue forze. Mi sembrò fragile e indifesa. Un mucchietto di ossa tenute insieme da una volontà ferrea.

La trascinai quasi, fino alla macchina. Avevo gli occhi pieni di terra e mi lacrimavano terribilmente. Eravamo entrambi zuppi. Sentivo i vestiti pesanti e appiccicati al corpo ma avere vicino mia madre mi dava una strana forza. Rimisi in moto la macchina e cercai di avanzare in quella pioggia incessante, sperando che l’acqua non bagnasse le candele, facendo spegnere il motore, o che non ci cadesse addosso qualche palo della luce o qualche albero divelto e tutti quei detriti che volavano nell’aria impazzita.

Tornare a casa, era impensabile. Decisi di dirigermi verso il centro di accoglienza più vicino.

Pregavo Dio che anche mia moglie con i ragazzi avesse avuto la stessa idea e non mi avesse aspettato. E se i ragazzi fossero stati a scuola? Un brivido di panico mi corse lungo la schiena.

Mia madre accanto a me non parlava. Sembrava tranquilla, come se l’inferno che si era scatenato intorno a noi, non la toccasse affatto. Guidavo con fatica, sudando copiosamente. La strada sembrava interminabile. Non riuscivo a pensare a niente, tanta era la tensione.

Finalmente arrivammo.

Fummo accolti in una specie di stanzone stipato all’inverosimile. La forza del vento intanto aumentava. Non c’era quasi più luce, il cielo gonfio di pioggia era di un grigio ferro che metteva paura.

Qualcuno ci diede del tè caldo troppo zuccherato. Nonostante l’affollamento, in quella stanza c’era un silenzio innaturale che spiccava sul frastuono del vento che arrivava attutito. Tutti sembravano troppo spaventati per parlare o anche solo per piangere.

Dov’era mia moglie e i ragazzi? Mi colse all’improvviso l’idea che non li avrei più rivisti.

A certe cose non ci si pensa mentre la vita scorre tranquilla sui soliti binari. Quando baci tua moglie sulla fronte prima di uscire, ma non la guardi nemmeno. O quando la senti parlare senza ascoltarla, non pensi mai che potrebbe essere l’ultima volta che la vedi.

Non riuscivo a ricordare che vestito indossasse quella mattina, né le ultime parole che mi disse, prima di chiudere la porta alle mie spalle. Ci pensavo affannosamente, come se ricordare queste cose, fosse diventato indispensabile, come se da questo dipendesse la salvezza sua e dei nostri figli. Non potevo restare fermo senza fare niente, così dissi a mia madre che sarei andato a cercare informazioni sulla situazione, e mi avviai per esplorare l’ambiente.

All’improvviso, in un angolo, seduta su una seggiola fra altre persone, vidi mia moglie con il mio figlio più piccolo. Ci abbracciammo come disperati, e io capii che anche lei non sperava più di rivedermi. Mi disse che aveva cercato di raggiungere la casa di mia madre con la sua auto, ma non c’era riuscita e così aveva ripiegato sul rifugio. Non aveva mandato a scuola Andrea, ma Marco aveva voluto andarci a tutti  i costi, perché aveva un compito importante. La scuola di Marco era distante, non era riuscita neanche a telefonare per avere notizie.

Ci guardammo atterriti. Gli occhi negli occhi.

Cosa ne era stato di Marco? Andrea, aggrappato al vestito di sua madre, aveva gli occhi pieni di lacrime. A undici anni era ancora un bambino, Marco invece si sentiva già un uomo con i suoi sedici anni portati con orgoglio e sfrontatezza.

Mi sembrava quasi di vederlo, alto, bruno, gli occhi vivaci e intensi, affrontare il vento con piglio sicuro. Non aveva paura di nulla, almeno così diceva.

Dissi a mia moglie di non preoccuparsi. Certo alla scuola avranno preso provvedimenti, avranno portato i ragazzi in un posto sicuro. Glielo dicevo con tono convinto, cercando di crederci anch’io, soprattutto sforzandomi che ci credesse lei, perché vedevo i suoi occhi smarriti e ci leggevo il senso di colpa per averlo lasciato andare.

Ad un certo punto l’edificio cominciò a tremare, le pareti ondeggiarono quasi fossero di carta. Un boato assordante come un tuono vicinissimo, ma che non finiva, mi fece sobbalzare

Qualcuno gridò “ Lo tsunami!”

Ci accalcammo gli uni sugli altri.

Cominciammo a correre in ogni direzione come topi intrappolati in un budello, senza sapere cosa fare. Presi in braccio Andrea e dissi a mia moglie di seguirmi, volevo raggiungere mia madre. Se dovevamo morire, saremmo almeno morti tutti insieme. Arrivammo quasi vicino a lei, riuscii perfino a vederla rincantucciata nell’angolo in cui l’avevo lasciata. Ci guardammo per un attimo che sembrò non finire mai.

Ti voglio bene mamma! Ricordo che riuscii a pensare, poi il pesante portone d’ingresso si spalancò all’improvviso, come spinto da una forza ultraterrena.

Con raccapriccio, vidi una muraglia d’acqua che avanzava inesorabile. Un muro grigio, alto e spesso, che aveva oscurato il cielo.

Sembrava che la notte fosse scesa all’improvviso.

Avanzava quasi al rallentatore, assolutamente verticale e densa. Sembrava la scena di un film.

Case e palazzi ci sparivano dentro, insieme a detriti di ogni genere, finendo col divenire una massa indistinta.

Restammo tutti immobili, per attimi interminabili, consci che niente avrebbe potuto salvarci. Quando il terrore supera un certo livello, non provi più nulla, ti si paralizza il cervello. Così deve sentirsi la preda, quando la fiera la ghermisce con i suoi artigli…

Tenevo Andrea stretto contro il mio corpo, quasi a fondermi con lui. Mia moglie mi stava aggrappata al fianco. In fin dei conti non l’avremmo fatto quel viaggio a Parigi…

La muraglia d’acqua fu sopra di noi, e il buio ci inghiottì…

Di ciò che seguì, ho un ricordo vago e indistinto. Mi sentii spinto da una forza smisurata, poi mi ritrovai acqua negli occhi, nel naso, nella bocca.  Un peso feroce mi schiacciava i polmoni, fin quasi a farli scoppiare. Non riuscivo più a respirare, le orecchie mi ronzavano e svenni…

 

Non so nemmeno come ho fatto a sopravvivere. Forse qualcosa mi protesse formando una bolla d’aria che mi tenne in vita. Non so nemmeno quando e chi mi trovò. Sono rimasto in coma per molto tempo.

I miei primi ricordi, riguardano una stanza d’ospedale, reparto terapia intensiva, e delle solerti infermiere che si muovevano silenziose intorno a me.

Ci vollero mesi prima che riuscissi di nuovo a camminare, avevo e ho ancora difficoltà di parola. La memoria va e viene e ho incubi tremendi. Il principio di annegamento, ha danneggiato il mio cervello

Ricordo che mi dissero che mi trovavo in un’altra città. La mia non esisteva più, almeno non come la ricordavo. L’uragano e l’onda anomala, l’avevano ridotta ad un mucchio di rovine.

Altre città italiane erano nella stessa situazione. I danni erano stati smisurati, ammontavano a centinaia di migliaia di euro. Per fortuna le principali città d’arte erano rimaste indenni. L’Italia era in ginocchio. Ancora non si contava il numero dei morti e men che meno quello dei dispersi.

Mi chiesero della mia famiglia… E’ strano, non riuscivo a pensarci. Non riuscivo neanche a ricordare i loro visi, se non gli occhi di mia madre che mi dicevano quanto mi amava.

Non li ho più rivisti.

Avevo in braccio mio figlio Andrea, un attimo e non c’era più.

Sentivo ancora il calore del suo corpo contro il mio, ma lui è stato inghiottito dall’acqua. Io sono rimasto, io solo.

E Marco? Gli occhi scuri di Marco, la sua voce imprecisa, i suoi gesti scontrosi. E’ andato incontro all’orrore con il sorriso sulle labbra. Se n’è andato così senza salutare, senza che potessi dirgli quanto l’ ho sempre amato, quanto era importante per me. Quanti litigi fra noi, quanta insofferenza e contrapposti egoismi! Non sapevamo…Quanto tempo sprecato!

Di Maria ricordo soltanto la voce, che dal passato ritorna a sprazzi. Qualche frase dispersa che soleva dirmi, quando non l’ascoltavo, quando ero troppo preso dai miei soliti pensieri, quando la guardavo quasi senza vederla…

E ora che non riesco a ricordare il colore dei suoi occhi, pur sapendo che erano marroni. Ora che non esiste un oggetto, una vecchia foto, che la riporti indietro, se non la forza disperata e inutile del mio amore per lei, le parlo nel pensiero, come se potesse sentirmi, come se ci fosse, ancora, da qualche parte, in una dimensione sconosciuta, ma non troppo distante. Perché “ mi veda sempre”, perché io, così, senza di lei, non mi perda.

Non siamo in molti, noi sopravvissuti a quell’immane tragedia. Non ci è rimasto niente, nemmeno il più piccolo oggetto che ci leghi al passato nei ricordi. Perfino i vestiti e la biancheria che indossavo quando uscii dall’ospedale, non erano i miei.

Non ho avuto più il coraggio di tornare nella mia vecchia città. Ora che sono passati degli anni, l’ hanno certo ricostruita. Ma proprio non posso. Già sentirne il nome mi sconvolge la mente.

Attraverso la vita che mi resta, in una specie di trance, come un fantasma.

L’onda maledetta, si è portata via la mia anima.

Ma se mi sforzo di ricordare, attraverso il dolore, attraverso l’angoscia e la paura, rivedo quel muro d’acqua, immenso, scuro, che ci schiacciava, come il giudizio di Dio…

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