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Libertà o arbitrio di stampa?                di Andrè do Caboverde

Ricordo, quando andavo a scuola, ormai parecchi anni fa, una delle prime differenze, che il professore di diritto ci insegnò, fu la distinzione fra libertà e arbitrio. E qui prevengo la battutaccia: non ero il primo della classe, ma neanche l’ultimo! Ci disse più o meno, il concetto, se non ricordo male, era questo, che libertà non vuol dire fare tutto ciò che si vuole o ci piacerebbe, questo appunto è l’arbitrio, ma realizzare ciò che si desidera entro i limiti imposti dalle regole sociali e dall’ordinamento giuridico.
Questo sproloquio, per dire che libertà di stampa significa che , accanto ai diritti sacrosanti del giornalista, all’insopprimibile libertà di informazione e critica, devono porsi i doveri del giornalista, l’obbligo, cioè, di rispettare i diritti altrui. Qualcuno, più autorevole di me, ha enunciato tre condizioni per una corretta informazione. “La prima: l’informazione deve avere un’utilità sociale, una rilevanza tale che non possa confondersi con la morbosa curiosità, un interesse pubblico, insomma, e non del pubblico, a conoscere quella notizia. La seconda: la verità dei fatti narrati, verità che, se comunque non può essere assoluta, obbliga il giornalista a un diligente lavoro di verifica e controllo dei fatti. E terza, la forma civile dell’esposizione dei fatti e della loro valutazione, laddove per forma civile la Cassazione intende una narrazione che non ecceda lo scopo informativo, che sia obiettivamente serena, che escluda il preconcetto denigratorio e sia sempre rispettosa di quel minimo di dignità cui anche la persona più riprovevole ha diritto”.
Aggiungo che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione (Costituzione Italiana - Art. 21).
Inoltre, il Codice deontologico della categoria tutela il diritto alla non discriminazione
( Nell'esercitare il diritto-dovere di cronaca, il giornalista è tenuto a rispettare il diritto della persona alla non discriminazione per razza, religione, opinioni politiche, sesso, condizioni personali, fisiche o mentali).
Questa premessa, per dire che da circa quattro mesi il quotidiano, il
“Trentino”, di Trento dove risiedo, non ha ritenuto di pubblicare una sola virgola (parlo di lettere al direttore, non di recensioni, peraltro non richieste!) del mio voluminoso dossier, su una situazione quantomeno sospetta di degrado ambientale in Africa, che, altrove, ha trovato ospitalità tra i media indipendenti di mezzo mondo.Il tutto documentato sul sito http://caboverde.altervista.org

Capisco che dissertare per settimane sulla opportunità di modificare o meno la partitura de “l’Inno al Trentino” possa essere più coinvolgente ( e, a momenti, anche più drammatico) di quanto accade nel resto del mondo, ma vivaddio, il Principato di Trento è sparito da un pezzo. Nel frattempo è nata l’Italia e siamo entrati in Europa, e tra pochi giorni andremo a votare per il rinnovo dell’Assemblea dll’Unione europea! Andrea ingianni di
trento

 

 

 

Pietro Del Zanna

Coordinatore dell'Esecutivo Provinciale dei Verdi di Siena.

Ci sono molte ragioni che mi hanno spinto a sciogliere vecchi indugi e ad impegnarmi maggiormente nei Verdi fino a candidarmi alle prossime elezioni provinciali nel collegio IV di Siena.La prima è un senso di colpa ancor più che di responsabilità, nei confronti delle tre figlie che ho contribuito a generare. Credo di non essere abbastanza stupido da rendermi conto che ci sono buone probabilità, stando così le cose, di averle chiamate a partecipare ad un'avventura più simile ad una tragedia che ad un'avventura stessa, e sebbene abbia la consapevolezza che non tutto dipenda da noi e che non ci si possa sentire responsabili di tutto, ritengo questa considerazione non sufficiente per lavarsi le mani davanti alla situazione che ci si prospetta.Sir David King, responsabile scientifico del governo inglese, ha affermato che il riscaldamento del pianeta rappresenta una minaccia più seria del terrorismo.

Non amo fare il catastrofista e non credo che sia questo il modo per convincere il mondo a cambiare rotta, certo è che i segnali inquietanti ci sono tutti e che tutte le previsioni minimamente serie disegnano scenari apocalittici.Credo fermamente che non sia più il caso di vivere le proprie utopie ciascuno per proprio conto da un lato, o di non averne affatto, dopo le sconfitte clamorose del secolo scorso, dall'altro.I Verdi nascono ormai venti anni fa individuando subito nel concetto di limite e nel paradigma delle complessità il proprio “nocciolo” teorico. Venti anni di “rodaggio” per un movimento radicalmente nuovo sul piano dei contenuti, delle teorie e dei comportamenti, credo che siano ormai sufficienti per uscire da quel limbo in cui per troppo tempo siamo rimasti avvolti.

Sono stati anni tormentati e ricchi di delusioni, ma non sono stati inutili. E' stato il periodo “del compostaggio” di tutta la sostanza organica che si è affacciata al movimento. Adesso abbiamo il primo humus e finalmente potremo cominciare a vedere fiorire qualcosa.Oggi tutte le principali materie scientifiche si accorgono di non essere autosufficienti, sempre più si parla di percorsi interdisciplinari. Il determinismo lineare cede il passo alla complessità. Viviamo in una piccola palla con limiti ben precisi ricca di una quantità indefinita di sistemi chiusi, non vi è abbastanza spazio per la linea retta infinita dello sviluppo. La complessità richiede capacità di ascolto, pazienza, lentezza. Caratteristiche diametralmente opposte a quelle degli ultimi due secoli e mezzo. La concertazione e la teoria dei sistemi (fare sistema, i vari patti ecc.) sono diventati linguaggio comune (a parte Berlusconi e Bush, ma lo sappiamo e ne stiamo pagando le conseguenze). Non serve a niente dire che tutto questo faceva parte naturale del nostro patrimonio genetico, anche perché non abbiamo mai avuto una classe politica adeguata alla portata della novità del nostro messaggio. Miseri calcoli politici e competizioni interne di basso profilo hanno distrutto a più riprese la carica innovativa del movimento verde, ma non l'hanno ammazzato. L'istanza Verde è l'unica istanza che, purtroppo, non potrà essere cancellata nel prossimo futuro.La sfida è ardua, ma non ci sono scorciatoie. Davanti alla portata globale della emergenza ambientale occorre altrettanto un movimento globale verde. Ed è quello che sta succedendo. Esistono partiti Verdi in ogni angolo del globo, a S.Francisco nelle ultime elezioni amministrative, i Verdi sono arrivati al ballottaggio. In Germania hanno salvato la maggioranza di centrosinistra.In Italia non si riesce a valorizzare la nostra specificità e ci suicidiamo politicamente in una rincorsa patetica dietro Rifondazione e PdCI. La costruzione del Partito Verde Europeo è il primo passo per un cambiamento radicale nel comportamento dei Verdi italiani, occorre dare seguito e riempire di reali contenuti, di fatti concreti, questa ottima intuizione. Questione energetica (risparmio in primo luogo e fonti rinnovabili), alimentazione ( biologico, lotta contro gli OGM, difesa produzioni locali e piccoli produttori), trasporti (riduzione, organizzazione, cabotaggio, treno, autoveicoli-in numero fortemente ridotto- alimentati ad idrogeno proveniente dal solare) sono già tre elementi che potranno impegnare i verdi europei in una lunga e non certo indolore battaglia comune.Ma c'è un'altra questione su cui dovremo crescere insieme pena il nostro perdurare nell'1,8%. Riguarda la politica estera e l'idea stessa di pace che sta alle nostre radici (i Verdi nascono come rappresentanza politica del variegato movimento eco-pacifista dei primi anni '80).obbiamo affiancare a tutta la teoria del “piccolo è bello”, dell'autodeterminazione, del valore delle proprie radici, del valore delle comunità locali in quanto conservatrici di valori spazzati via dalla società dei consumi, il valore universale dei diritti dell'uomo (per questi sì, ben venga la globalizzazione). Sembra una battuta ovvia, ma non lo è (purtroppo). Questo riconoscimento implica l'esistenza e la funzionalità di istituzioni globali, o quanto meno sovrannazionali, in grado di far rispettare tali diritti. Implica che a fianco del sacrosanto lavoro per la costituzione di corpi civili di pace per interventi non armati per la prevenzione e la risoluzione dei conflitti, si preveda anche un esercito Europeo.In Europa abbiamo delle teste politiche che pensano e dicono tutto questo. Uno è Joska Fischer, e non è un caso che il partito verde più forte a livello europeo si trovi in Germania. Tutti i Verdi italiani sono pronti ad osannarlo teoricamente quanto a sconfessarlo sul piano pratico delle scelte politiche interne. L'altra è Daniel Chon Bendit, che non ha ancora trovato patria nazionale, ma ha trovato la patria (o matria, come sarebbe più bello) Europa. Infine anche in Italia ne abbiamo una (suo malgrado, non mi risulta un suo interesse per i Verdi) ma la teniamo in carcere. Da lì scrive lettere d'amore (come canta Paola Turci), per il mondo, per la politica, per i movimenti. Questi non lo capiscono, tanto meno lo ascoltano. Lui non se ne fa cruccio ancora pieno dei lividi di quando veniva ascoltato. E però i Verdi non possono non accorgersi che è la loro lingua che parla e che da quella cella Adriano Sofri vede più di noi.I Verdi, e i Verdi italiani, hanno anche un cuore che hanno smesso di ascoltare troppo presto: Alexander Langer. Ad andarlo a rileggere ci dice più cose oggi di quando era in vita.Sbaglia chi pensa e dice che ormai la questione ambientale è patrimonio di tutti i partiti.

In parte è vero che in taluni settori è avvenuta una maturazione e che ogni partito ha il suo movimento ecologista al suo interno, ma che tutto questo è ampiamente insufficiente è sotto gli occhi di tutti. E' vero il contrario, c'è bisogno di un forte partito Verde per mettere sul tavolo la questione centrale, dopo di che si discute tutto. Quando una nave ha una falla prima ci si preoccupa tutti insieme di richiuderla, poi si pensa alle altre cose.

Scopriremo questo non come limite, ma come opportunità.

E' dentro i Verdi che si può accogliere la sete di uguaglianza che ha generato il comunismo senza il bisogno di giustificare i tragici errori compiuti nel secolo scorso, è dentro i Verdi che si può accogliere la sete di libertà del liberalismo economico, condannando fortemente i guasti compiuti dall'espansione dei mercati stessi (il fatto che il comunismo sia morto non può eliminare la nostra capacità di vedere là dove il capitalismo uccide) senza sposare le tesi sciagurate del neoliberismo.

Tutto questo si può ridiscutere intorno all'idea di “conversione ecologica” della società.“Il cuore della traversata che ci sta davanti è probabilmente il passaggio da una civiltà del “di più” ad una del “può bastare” o del “forse è già troppo”. Dopo secoli di progresso, in cui l'andare avanti e la crescita erano la quintessenza stessa del senso della storia e delle speranze terrene può sembrare effettivamente impari pensare di “regredire” (...) Bisogna riscoprire e praticare i limiti: rallentare (i ritmi di crescita e sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione verso la biosfera, ogni forma di violenza). Un vero “regresso” rispetto al “più veloce, più alto, più forte” (motto dei giochi olimpici diventato legge suprema ed universale). Difficile da accettare, difficile da fare, difficile persino a dirsi. Tant'è che continuiamo a recitare formule che tentano una contorta quadratura del cerchio parlando di “sviluppo sostenibile” o di crescita qualitativa, ma non quantitativa”, salvo poi rifugiarsi nella vaghezza quando si tratta di attraversare in concreto il fiume dell'inversione di tendenza. Ed invece sarà proprio quello che ci è richiesto, sia per ragioni di salute del pianeta, sia per ragioni di giustizia: non possiamo moltiplicare per 5-6 miliardi l'impatto ambientale medio dell'uomo bianco ed industrializzato, se non vogliamo il collasso della biosfera, ma non possiamo neanche pensare che 1/5 dell'umanità possa continuare a vivere a spese degli altri 4/5, oltre che della natura e dei posteri”.

Così Alexander Langer scriveva nella bella lettera a S.Cristoforo (Il viaggiatore leggero, scritti 1961-1995, Sellerio editore 1996, raccolta curata da Edi Rabini). Era il 1990, sono passati 14 anni, purtroppo non si notano grossi cambiamenti.

Cerchiamo di non perdere altro tempo, il voto di domani può essere un piccolo segnale di un cambiamento di tendenza. Ce ne è urgente bisogno.Pietro Del Zanna

Coordinatore dell'Esecutivo Provinciale dei Verdi di Siena.

Finalmente una bella notizia!!!

da il "TRENTINO" 11.6.2004

TRENTO. Cambiare il testo “italico cuore, italica mente” dall’Inno al Trentino? Hanno vinto i sì. Il risultato del sondaggio fra i lettori proposto dal «Trentino» offre questi numeri: 467 tagliandi inviati al giornale, con 274 sì (58,67%) e 193 no (41,33%). È stato un sondaggio per alcuni versi sorprendente. Innanzitutto per il gran numero di tagliandi rispetto a un sondaggio che non era legato ad alcun premio e che non era sostenuto da una martellante campagna giornalistica. Per dare la propria risposta era necessario recarsi di persona in redazione o inviare per posta un tagliandino in busta chiusa con tanto di francobollo. Ed era necessario, soprattutto, mettere in gioco, in poche righe, un po’ di “cuore” e un po’ di “mente”. Il tema, la redazione ne era consapevole, non era facile da trattare: perché può apparire a un tempo frivolo e delicatissimo. Ma in un’epoca in cui si discute di Europa degli Stati ed Europa delle Regioni, mentre aumentano i riferimenti territoriali dei partiti di casa nostra, mentre il sentimento nazionale riaffiora nelle vicende internazionali che ci coinvolgono, e di fronte a una serie di anniversari e di celebrazioni che rimettono in gioco sentimenti di appartenenza, ci è parso interessante cercar di capire quanto sia sentito il problema dell’identità. La risposta potete darvela leggendo i dati e scorrendo alcune delle motivazioni che pubblichiamo nell’articolo a fianco. Abbiamo selezionato solo una piccola parte dei messaggi. Ce ne sono moltissimi altri e potrebbero dare ampia materia di riflessione agli studiosi. Nel fiume dei sentimenti che il sondaggio evidenzia corrono differenti letture storiche, diverse appartenenze degli ascendenti, diverse sensibilità rispetto al concetto di patria (o Heimat), la voglia di proiettarsi nel futuro o il bisogno di rimanere ancorati a un passato. Qualche lettore ha usato parole taglienti per Franco Panizza o per Ernesta Bittanti. Ma si tratta di un numero esiguo di schede: un dato fisiologico. È chiaro che da questo sondaggio non intendiamo trarre indicazioni decisive per un’eventuale modifica dell’Inno (ammesso e non concesso che sia una proposta possibile). L’unico dato che emerge in modo netto è il grado di coinvolgimento dei lettori: segno che il problema dell’identità è davvero sentito.
NO e mi dispiace che ho dato il mio voto a Panizza: lo credevo più sensato. Ricorderei comunque che i nostri nonni sono morti per l’Italico cuore e l’Italica mente! Perché non cambiamo anche il Nabucco visto che l’Egitto non ha più schiavi?
Maria
SÌ non mi appartiene l’“italica mente”, ma sostituirei quella frase con “cuore trentino, cuore alpino”.
Sergio Telch - Faver
SÌ, mio nonno era un gendarme austriaco, mio zio ha combattuto gli italiani, secondo voi il mio cuore dovrebbe essere italico?
Un abbonato al “Trentino”
NO, non cambiatelo per carità: è l’Inno che mi commuove ancora.
Nonna ottantaduenne
SÌ oltre all’Inno al Trentino va cambiato anche quello nazionale perché nesuno è “pronto alla morte”.
Anonimo
Sì Mia nonna Angelina mi raccontava che sotto l’Austria c’era qualche testa calda che avrebbe preferito l’Italia, ma dopo il 1918 non c’era più nessuno che la pensasse così. Io comunque mi riconosco come tirolese di lingua italiana.
Aldo
NO. Alla scheda del “Trentino” allego alcune righe, dettate dal mio italico cuore e dalla mia italica mente e testimonianze di chi non può più intervenire. L’Inno al Trentino non deve essere cambiato perché fa parte del nostro patrimonio di tradizioni. Ernesta Bittanti Battisti ha fedelmente interpretato i sentimenti dei nostri padri e tramandato a noi quest’inno che li ricorda. I nostri avi vivevano nell’anelito della libertà e del ricongiungimento alla madre patria Italia. lo testimoniano pagine di storia e altri canti di quei tempi. Poiché sono rivana porto a esempio l’inno sociale della “Concordia-ginnastica” eseguito nel 1894 per la prima volta in occasione dell’inaugurazione della palestra sociale di Riva che, ad un certo punto, intona:”È seme di forti la gente latina / È sangue di Roma la gente trentina”. L’inno al Trentino non ha bisogno di lifting, è fresco e vitale. È la voce della nostra terra ed è giusto che risuoni nelal realtà europea, così come è stato creato. Se nella società trentina d’oggi vi è qualche cittadino che considera l’inno come voce che gli è estranea, significa che non apprezza la libertà e la democrazia. Da parte mia rivolgo un riconoscente ringraziamento a quei nostri ascendenti che nel loro percorso terreno hanno contribuito a crearne i presupposti. E sento il dovere di rispettare il testo che Ernesta Bittanti ha scritto.
Maria Zaniboni - Riva
SÌ, sono un componente dela più famosa banda del Trentino e posso testimoniare con quanta fatica tanti musicisti suonano l’inno al Trentino contro voglia.
Bandista
NO, il Trentino è in Italia, non vogliamo rinnegare la memoria dei nostri nonni che hanno combattuto per essere italiani.
G.T.
SÌ, tali manifestazioni di nazionalismo italico non hanno mai fatto parte e non fanno parte del sentire prevalente della popolazione trentina.

NO «Abbiamo sempre parlato italiano, o no?»
Tullio Dell’Eva - Isera
NO, è un insulto alla nostra storia, che vergogna al solo pensiero di modificare tale bellissimo inno!
Una lei giovane di pensiero universale.
NO, Ormai è un dato di valore storico, come l’inno di Mameli.

NO Panizza, sbagli tutto

NO, noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi. Basta contributi statali a chi chiama taliani i non trentini. Boicottiamo il turismo italiano in Trentino.

SI’ mia nonna, quando sono arrivati gli italiani è scappata in chiesa, non credo abbia inneggiato agli occupanti.
Anonimo
SÌ che si cambi pure l’inno, ma i trentini abbiano il coraggio di rinunciare a quanto l’Italia concede loro.
G. S.
SÌ la nostra storia è anche italiana, ma non solo

SÌ per ricordare le radici della gente trentina la quale ha vissuto per secoli sotto i duchi del Tirolo e il regno degli Asburgo pacificamente, le cui genti per una guerra non voluta si sono ritrovate, in gran parte malvolentieri sotto il tricolore».
Un lettore
SÌ secondo me tale testo, scritto in epoca nazional fascista, è stato fatto da persona non informata o in malafede. Propendo più per la seconda ipotesi, dato che il marito dell’autrice (Cesare Battisti) consigliava all’Italia, in caso di vittoria sull’Austria, di costringere gli impiegati e funzionari pubblici a dei bagni di italianità nelle vecchie province.
Bruno Janeselli
SÌ perché il mio cuore non si è mai sentito italiano
Antonio Collini - Pinzolo
NO 1) è solo un austriacante che vuol cambiare la storia a suo piacere; 2) è assolutamente vero il Trentino è italiano al 90 per cento; 3) perché togliere la bellissima frase “italico cuore, italica mente, italica lingua” sarebbe come tarpare le ali all’aquila reale simbolo delle nostre montagne; 4) perché in Trentino abbiamo un Cesare Battisti, un Damiano Chiesa e tanti altri irredentisti che denotano appunto il cuore, la lingua, la mente italiana; 5) perché pochi sono i cognomi che finiscono in «er». Anche l’assessore Panizza ha un cognome italiano!
Un affezionato lettore
NO: amo questo nostro inno perché me lo ha insegnato mia madre, italianissima.
Piera Conci
SÌ perché noi siamo trentini-italiani e non “italici”. A scuola ci insegnano l’inno. «La Patria nel cuore, Trentina la mente».

NO: non sono quelli del Pptt a farci ritornare sudtirolesi.

SÌ nella mia famiglia erano tutti di sentimenti filoaustriaci: siamo sempre stati tirolesi!

SÌ di “italico” nel nostro cuore non c’è proprio niente, e nemmeno nel modo di comportarci.
Un abbonato
SÌ: buona la musicalità e la descrizione delle bellezze naturali. Assolutamente fuori luogo le frasi inserite dalla Bittanti.

SÌ È tempo di cambiarlo: sono passati i tempi e siamo Europei.

NO Panizza sbaglia. Ho 85 anni, mio nonno era alpino, mio papà alpino, mio fratello alpino. Le canzoni le so tutte a memoria. Panizza non sa niente né di Battisti, né delle guerre. Perché Panizza vuol cambiare una cosa di cui non sa niente?
M. - Trento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  LA LETTERA DI ELIANA

Il Trentino ( parlo della Regione) è un'oasi di libertà :
Puoi vivere felice se ti piacciono le cose che i nostri "votati" ( perchè
qualcuno li vota) politici scelgono per noi.
Strade pulite a dismisura....
Segnali stradali indorati e rotatorie perfetti
Vigili in divise superaccessoriate
Rassegne di balconi fioriti
Sagre di polente
Mostre di foto ricordo
Rassegne di poesie di  pensionati alla riscossa ( il riferimento è casuale! )
il tutto in una amena cornice di pretesa perfezione delle cose.

E al resto....? C'è un resto ???
Ogni tanto mi domando cosa provano alcuni ?! Non ho ancora capito che gusti hanno !

Credo comunque abbastanza diversi dai miei .
Se ne stanno qui come nel medioevo e forse peggio.


Chiusi nelle loro pulitissime ed ordinatissime dimore,  immersi in vasche idromassaggio con radio incorportate, escono dai confini ogni tanto per località esotiche alla ricerca del diverso con la pretesa di criticare ...al ritorno... la sporcizia o il disordine trovato in qualche città dell'Italia vera !!! Dove magari non hanno nemmeno alzato la testa per leggere qualche
locandina che propone un pò di cultura o visitare qualche monumento meno gettonato....!!

Discutere sull'Inno al Trentino è un grande passo perchè di solito si parla
di.... pompieri volontari  o di brevetti delle mele della val di NON...

Direi che i progressi ci sono...per Capo Verde con questo andazzo se ne potrà parlare verso il 2017!

Quanto alla stampa locale....si rivolge alla sensibilità del pubblico..e poi
certi giornalisti sono un pò str...!
Insisti se ci credi e ne vale la pena. Secondo me occorre tornare ai vecchi
ciclostilati e al volantinaggio....non costa un gran che ! ( e poi tu non
sei mica un pidocchioso !)
Vai avanti  tu che puoi !!!!! ..

Eliana.

RISPONDO: VADO AVANTI, ELIANA, FINCHE' CI SONO PERSONE COME TE !!!  D'altronde quello che succede qua capita anche altrove

Giuseppe Giulietti*
Oltre due milioni di italiani, alle recenti elezioni europee, hanno voluto dare un voto, senza se e senza ma, a favore della libertà d’informazione dell’articolo 21 della Costituzione. Non vi è dubbio, infatti, che dietro il clamoroso successo di Lilli Gruber, di Michele Santoro, di Giulietto Chiesa, al di là di tante altre motivazioni, ci sia stata anche una scelta di libertà, un no alla prepotenza, alle liste di proscrizione, alle censure, alle tante bugie mediatiche che hanno accompagnato e sostenuto la guerra voluta da Bush e dal suo più modesto scudiero italiano.

♥♥♥♥♥♥♥

 

1) Il "Freedom House", che ogni anno redige una speciale classifica sulla libertà di espressione,ha da pochi giorni pubblicato la classifica relativa all’anno in corso. L’Italia, che nel 2004 si trovava al 74° posto, è scesa alla 78° posizione, dietro a Capo Verde, a pari merito (se così si può dire) con Bolivia, Bulgaria, Mongolia e Filippine, e davanti a Croazia, Senegal e Tonga.
Osservando la classifica regionale in cui è stata inclusa l’Italia (Western Europe) si nota che il nostro Paese è al penultimo posto assieme alla Turchia. 
Notizia del 29 aprile 2005 da Libero.it