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Libertà o arbitrio di stampa?
di Andrè do Caboverde Ricordo, quando
andavo a scuola, ormai parecchi anni fa, una delle prime differenze, che
il professore di diritto ci insegnò, fu la distinzione
fra libertà e arbitrio. E qui prevengo la battutaccia:
non ero il primo della classe, ma neanche l’ultimo! Ci disse più o meno, il
concetto, se non ricordo male, era questo, che libertà non vuol dire fare tutto
ciò che si vuole o ci piacerebbe, questo appunto è l’arbitrio, ma
realizzare ciò che si desidera entro i limiti imposti dalle regole
sociali e dall’ordinamento giuridico.
Pietro Del Zanna Coordinatore dell'Esecutivo Provinciale dei Verdi di Siena. Ci sono molte ragioni che mi hanno spinto a sciogliere vecchi indugi e ad impegnarmi maggiormente nei Verdi fino a candidarmi alle prossime elezioni provinciali nel collegio IV di Siena.La prima è un senso di colpa ancor più che di responsabilità, nei confronti delle tre figlie che ho contribuito a generare. Credo di non essere abbastanza stupido da rendermi conto che ci sono buone probabilità, stando così le cose, di averle chiamate a partecipare ad un'avventura più simile ad una tragedia che ad un'avventura stessa, e sebbene abbia la consapevolezza che non tutto dipenda da noi e che non ci si possa sentire responsabili di tutto, ritengo questa considerazione non sufficiente per lavarsi le mani davanti alla situazione che ci si prospetta.Sir David King, responsabile scientifico del governo inglese, ha affermato che il riscaldamento del pianeta rappresenta una minaccia più seria del terrorismo. Non amo fare il catastrofista e non credo che sia questo il modo per convincere il mondo a cambiare rotta, certo è che i segnali inquietanti ci sono tutti e che tutte le previsioni minimamente serie disegnano scenari apocalittici.Credo fermamente che non sia più il caso di vivere le proprie utopie ciascuno per proprio conto da un lato, o di non averne affatto, dopo le sconfitte clamorose del secolo scorso, dall'altro.I Verdi nascono ormai venti anni fa individuando subito nel concetto di limite e nel paradigma delle complessità il proprio “nocciolo” teorico. Venti anni di “rodaggio” per un movimento radicalmente nuovo sul piano dei contenuti, delle teorie e dei comportamenti, credo che siano ormai sufficienti per uscire da quel limbo in cui per troppo tempo siamo rimasti avvolti. Sono stati anni tormentati e ricchi di delusioni, ma non sono stati inutili. E' stato il periodo “del compostaggio” di tutta la sostanza organica che si è affacciata al movimento. Adesso abbiamo il primo humus e finalmente potremo cominciare a vedere fiorire qualcosa.Oggi tutte le principali materie scientifiche si accorgono di non essere autosufficienti, sempre più si parla di percorsi interdisciplinari. Il determinismo lineare cede il passo alla complessità. Viviamo in una piccola palla con limiti ben precisi ricca di una quantità indefinita di sistemi chiusi, non vi è abbastanza spazio per la linea retta infinita dello sviluppo. La complessità richiede capacità di ascolto, pazienza, lentezza. Caratteristiche diametralmente opposte a quelle degli ultimi due secoli e mezzo. La concertazione e la teoria dei sistemi (fare sistema, i vari patti ecc.) sono diventati linguaggio comune (a parte Berlusconi e Bush, ma lo sappiamo e ne stiamo pagando le conseguenze). Non serve a niente dire che tutto questo faceva parte naturale del nostro patrimonio genetico, anche perché non abbiamo mai avuto una classe politica adeguata alla portata della novità del nostro messaggio. Miseri calcoli politici e competizioni interne di basso profilo hanno distrutto a più riprese la carica innovativa del movimento verde, ma non l'hanno ammazzato. L'istanza Verde è l'unica istanza che, purtroppo, non potrà essere cancellata nel prossimo futuro.La sfida è ardua, ma non ci sono scorciatoie. Davanti alla portata globale della emergenza ambientale occorre altrettanto un movimento globale verde. Ed è quello che sta succedendo. Esistono partiti Verdi in ogni angolo del globo, a S.Francisco nelle ultime elezioni amministrative, i Verdi sono arrivati al ballottaggio. In Germania hanno salvato la maggioranza di centrosinistra.In Italia non si riesce a valorizzare la nostra specificità e ci suicidiamo politicamente in una rincorsa patetica dietro Rifondazione e PdCI. La costruzione del Partito Verde Europeo è il primo passo per un cambiamento radicale nel comportamento dei Verdi italiani, occorre dare seguito e riempire di reali contenuti, di fatti concreti, questa ottima intuizione. Questione energetica (risparmio in primo luogo e fonti rinnovabili), alimentazione ( biologico, lotta contro gli OGM, difesa produzioni locali e piccoli produttori), trasporti (riduzione, organizzazione, cabotaggio, treno, autoveicoli-in numero fortemente ridotto- alimentati ad idrogeno proveniente dal solare) sono già tre elementi che potranno impegnare i verdi europei in una lunga e non certo indolore battaglia comune.Ma c'è un'altra questione su cui dovremo crescere insieme pena il nostro perdurare nell'1,8%. Riguarda la politica estera e l'idea stessa di pace che sta alle nostre radici (i Verdi nascono come rappresentanza politica del variegato movimento eco-pacifista dei primi anni '80).obbiamo affiancare a tutta la teoria del “piccolo è bello”, dell'autodeterminazione, del valore delle proprie radici, del valore delle comunità locali in quanto conservatrici di valori spazzati via dalla società dei consumi, il valore universale dei diritti dell'uomo (per questi sì, ben venga la globalizzazione). Sembra una battuta ovvia, ma non lo è (purtroppo). Questo riconoscimento implica l'esistenza e la funzionalità di istituzioni globali, o quanto meno sovrannazionali, in grado di far rispettare tali diritti. Implica che a fianco del sacrosanto lavoro per la costituzione di corpi civili di pace per interventi non armati per la prevenzione e la risoluzione dei conflitti, si preveda anche un esercito Europeo.In Europa abbiamo delle teste politiche che pensano e dicono tutto questo. Uno è Joska Fischer, e non è un caso che il partito verde più forte a livello europeo si trovi in Germania. Tutti i Verdi italiani sono pronti ad osannarlo teoricamente quanto a sconfessarlo sul piano pratico delle scelte politiche interne. L'altra è Daniel Chon Bendit, che non ha ancora trovato patria nazionale, ma ha trovato la patria (o matria, come sarebbe più bello) Europa. Infine anche in Italia ne abbiamo una (suo malgrado, non mi risulta un suo interesse per i Verdi) ma la teniamo in carcere. Da lì scrive lettere d'amore (come canta Paola Turci), per il mondo, per la politica, per i movimenti. Questi non lo capiscono, tanto meno lo ascoltano. Lui non se ne fa cruccio ancora pieno dei lividi di quando veniva ascoltato. E però i Verdi non possono non accorgersi che è la loro lingua che parla e che da quella cella Adriano Sofri vede più di noi.I Verdi, e i Verdi italiani, hanno anche un cuore che hanno smesso di ascoltare troppo presto: Alexander Langer. Ad andarlo a rileggere ci dice più cose oggi di quando era in vita.Sbaglia chi pensa e dice che ormai la questione ambientale è patrimonio di tutti i partiti. In parte è vero che in taluni settori è avvenuta una maturazione e che ogni partito ha il suo movimento ecologista al suo interno, ma che tutto questo è ampiamente insufficiente è sotto gli occhi di tutti. E' vero il contrario, c'è bisogno di un forte partito Verde per mettere sul tavolo la questione centrale, dopo di che si discute tutto. Quando una nave ha una falla prima ci si preoccupa tutti insieme di richiuderla, poi si pensa alle altre cose. Scopriremo questo non come limite, ma come opportunità. E' dentro i Verdi che si può accogliere la sete di uguaglianza che ha generato il comunismo senza il bisogno di giustificare i tragici errori compiuti nel secolo scorso, è dentro i Verdi che si può accogliere la sete di libertà del liberalismo economico, condannando fortemente i guasti compiuti dall'espansione dei mercati stessi (il fatto che il comunismo sia morto non può eliminare la nostra capacità di vedere là dove il capitalismo uccide) senza sposare le tesi sciagurate del neoliberismo. Tutto questo si può ridiscutere intorno all'idea di “conversione ecologica” della società.“Il cuore della traversata che ci sta davanti è probabilmente il passaggio da una civiltà del “di più” ad una del “può bastare” o del “forse è già troppo”. Dopo secoli di progresso, in cui l'andare avanti e la crescita erano la quintessenza stessa del senso della storia e delle speranze terrene può sembrare effettivamente impari pensare di “regredire” (...) Bisogna riscoprire e praticare i limiti: rallentare (i ritmi di crescita e sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione verso la biosfera, ogni forma di violenza). Un vero “regresso” rispetto al “più veloce, più alto, più forte” (motto dei giochi olimpici diventato legge suprema ed universale). Difficile da accettare, difficile da fare, difficile persino a dirsi. Tant'è che continuiamo a recitare formule che tentano una contorta quadratura del cerchio parlando di “sviluppo sostenibile” o di crescita qualitativa, ma non quantitativa”, salvo poi rifugiarsi nella vaghezza quando si tratta di attraversare in concreto il fiume dell'inversione di tendenza. Ed invece sarà proprio quello che ci è richiesto, sia per ragioni di salute del pianeta, sia per ragioni di giustizia: non possiamo moltiplicare per 5-6 miliardi l'impatto ambientale medio dell'uomo bianco ed industrializzato, se non vogliamo il collasso della biosfera, ma non possiamo neanche pensare che 1/5 dell'umanità possa continuare a vivere a spese degli altri 4/5, oltre che della natura e dei posteri”. Così Alexander Langer scriveva nella bella lettera a S.Cristoforo (Il viaggiatore leggero, scritti 1961-1995, Sellerio editore 1996, raccolta curata da Edi Rabini). Era il 1990, sono passati 14 anni, purtroppo non si notano grossi cambiamenti. Cerchiamo di non perdere altro tempo, il voto di domani può essere un piccolo segnale di un cambiamento di tendenza. Ce ne è urgente bisogno.Pietro Del Zanna Coordinatore dell'Esecutivo Provinciale dei Verdi di Siena. |
Finalmente una bella notizia!!!
TRENTO. Cambiare il testo
“italico cuore, italica mente” dall’Inno al Trentino?
Hanno vinto i sì. Il
risultato del sondaggio fra i lettori proposto dal «Trentino» offre questi
numeri: 467 tagliandi inviati al giornale, con 274 sì (58,67%) e 193 no
(41,33%). È stato un sondaggio per alcuni versi sorprendente. Innanzitutto
per il gran numero di tagliandi rispetto a un sondaggio che non era legato
ad alcun premio e che non era sostenuto da una martellante campagna
giornalistica. Per dare la propria risposta era necessario recarsi di
persona in redazione o inviare per posta un tagliandino in busta chiusa con
tanto di francobollo. Ed era necessario, soprattutto, mettere in gioco, in
poche righe, un po’ di “cuore” e un po’ di “mente”. Il tema, la redazione ne
era consapevole, non era facile da trattare: perché può apparire a un tempo
frivolo e delicatissimo. Ma in un’epoca in cui si discute di Europa degli
Stati ed Europa delle Regioni, mentre aumentano i riferimenti territoriali
dei partiti di casa nostra, mentre il sentimento nazionale riaffiora nelle
vicende internazionali che ci coinvolgono, e di fronte a una serie di
anniversari e di celebrazioni che rimettono in gioco sentimenti di
appartenenza, ci è parso interessante cercar di capire quanto sia sentito il
problema dell’identità. La risposta potete darvela leggendo i dati e
scorrendo alcune delle motivazioni che pubblichiamo nell’articolo a fianco.
Abbiamo selezionato solo una piccola parte dei messaggi. Ce ne sono
moltissimi altri e potrebbero dare ampia materia di riflessione agli
studiosi. Nel fiume dei sentimenti che il sondaggio evidenzia corrono
differenti letture storiche, diverse appartenenze degli ascendenti, diverse
sensibilità rispetto al concetto di patria (o Heimat), la voglia di
proiettarsi nel futuro o il bisogno di rimanere ancorati a un passato.
Qualche lettore ha usato parole taglienti per Franco Panizza o per Ernesta
Bittanti. Ma si tratta di un numero esiguo di schede: un dato fisiologico. È
chiaro che da questo sondaggio non intendiamo trarre indicazioni decisive
per un’eventuale modifica dell’Inno (ammesso e non concesso che sia una
proposta possibile). L’unico dato che emerge in modo netto è il grado di
coinvolgimento dei lettori: segno che il problema dell’identità è davvero
sentito.
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LA LETTERA DI
ELIANA Il
Trentino ( parlo della Regione) è un'oasi di libertà :
Eliana. RISPONDO: VADO AVANTI, ELIANA, FINCHE' CI SONO PERSONE COME TE !!! D'altronde quello che succede qua capita anche altrove Giuseppe Giulietti*
1) Il "Freedom
House", che ogni anno redige una speciale classifica sulla libertà di
espressione,ha da pochi giorni pubblicato la classifica relativa all’anno in
corso. L’Italia, che nel
2004 si trovava al 74° posto, è scesa alla
78° posizione, dietro a Capo Verde, a pari merito (se così si può dire)
con Bolivia, Bulgaria, Mongolia e Filippine, e davanti a Croazia, Senegal e
Tonga.
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