I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

LA VALIGIA DI PELLE SCURA

"Una donna in piedi sul ciglio di uno strapiombo fissa incredula il palmo delle sue mani. Sotto di lei il mare, graffiato dalla luce della luna, trascina lontano una vecchia valigia di pelle scura".

Gli oggetti sono pezzi di vita. Sono brandelli del mio corpo, dei miei  pensieri, di tutti i momenti che ho vissuto e che non torneranno.

Mi ci aggrappo come ad  un’ ancora per non disperdermi nel nulla che mi circonda, che ha invaso la mia anima.

 

 Ho costruito castelli di oggetti, montagne di oggetti; di alcuni ho perso anche il ricordo del significato che avevano. Ma continuo a conservarli, ultime vestigia di qualche incanto dimenticato…

Le mani sono vuote e fredde. Impolverate e doloranti. La donna le guarda senza vederle.

Il suo pensiero è nella valigia di pelle scura, che la corrente trascina via.

Si siede per terra, le ginocchia fra le braccia e il mento appoggiato sopra. I suoi occhi hanno lo sguardo vuoto, eppure sorride.

 

Chi sono io se non l’insieme del mio passato e del mio presente, testimoniato dagli oggetti che lo rappresentano? I miei vestiti, i miei documenti, le mie foto, tutte tessere di un collage che alla fine fa me. Senza, cosa sarei? Una donna come tante altre, una scheggia di umanità anonima che respira e vive, ma senza identità, senza nulla.

 

La donna ha passato un pomeriggio memorabile. A mettere in ordine la casa.

Era da tanto che ci pensava. Il disordine era arrivato al soffitto. C’era un mucchio di roba inutile.

Perfino cose rotte, vestiti vecchi, perfino l’abito che indossava alla festa dei suoi diciotto anni, secoli prima.

C’era il biglietto del cinema dove aveva dato il suo primo bacio. Era sgualcito e strappato. Le lettere e i numeri quasi cancellati, ma era sopravvissuto. Era sopravvissuto al suo primo amore e anche a quelli che erano seguiti. Era sopravvissuto alle prime rughe e ai tanti traslochi che aveva fatto negli anni.

Basta, era sopravvissuto troppo.

Lei non era più la ragazza che l’aveva acquistato trepidante e goffa.

Quella che si era seduta tremante accanto a “lui” il giovane corpo teso nell’attesa di un desiderio ancora sconosciuto e inquietante…

La donna aveva strappato il biglietto in minutissimi pezzi.

Ed ecco i quaderni delle elementari, così ordinati e lindi, con quella sua scrittura rotonda e tranquilla che negli anni si era fatta aspra e irta come lei.

Basta anche a loro.

Del resto a che servivano ormai? Erano sopravvissuti alla bambina che ci scriveva.

La bambina con le lunghe trecce rosse e gli occhiali che la facevano sembrare un topolino timido.

“Quattr’occhi e mezzo naso!” Le sembrò di risentire le voci delle sue compagne, quando le gridavano dietro, tirandole le trecce.

Non ci soffriva. Si sentiva dentro una strana superiorità, un distacco allegro.

Perché era una bambina piena di luce allora.

Basta, i quaderni erano sopravvissuti a quella bambina, ingiustamente, e allora via a fare compagnia al biglietto del cinema.

Guarda! La bambola che le aveva regalato suo padre, il Natale dei suoi dieci anni.

Non le era mai piaciuta. Ricordava bene la delusione che aveva provato, quando aveva aperto la scatola. Eppure era una bella bambola che sembrava un bambino vero, i riccioli biondi, gli occhi azzurri, le gambette rosee e morbide, faceva perfino pipì e diceva con una voce querula: “Mamma…”

Odiosa!

Lei avrebbe voluto una Barbie, una di quelle che sembravano donne in miniatura e puoi vestire con bellissimi vestiti eleganti e pettinare i lunghi capelli in acconciature da principessa…

Mai avuta. E neanche la macchinina con i pedali e la pistola.

“ Giochi da maschio!” Aveva sentenziato suo padre. Irremovibile.

Ma la bambola odiosa era ancora lì. Era sopravvissuta a suo padre che allora non capì le sue lacrime di delusione e neanche, in seguito, altre lacrime.

Ma ora che suo padre non c’era più, non si sarebbe sentito ferito, se lei l’avesse finalmente buttata, lì dove meritava di stare.

Ed ecco il suo vestito del ballo di fine anno del liceo. La lunga gonna nera e la camicetta bianca trasparente che faceva intravedere le tettine timide. Aveva ancora nella gonna, la polvere della sala da ballo e le impronte delle scarpe dei suoi molti cavalieri che l’avevano pestato maldestri.

Non aveva voluto lavarlo. L’aveva riposto sotto il cellofan così com’era, col suo odore di sudore e polvere e il profumo di sua madre: Revange…

Sotto lo stesso cellofan il suo abito da sposa. Sua suocera aveva detto che l’abito lungo era fuori luogo dopo anni di convivenza, suo marito avrebbe voluto un vestito elegante da mettere anche in altre occasioni.

Ma lei voleva un abito da sposa. Uno di quelli pieni di volant, con la gonna a ruota e il corpino stretto. Ne era uscito quell’abito senza coraggio. Corto con i volant, vistoso e misero al tempo stesso. Un abito di compromesso, come il suo matrimonio fu il compromesso fra i sogni e la paura…la paura di viverli fino in fondo.

Anche l’abito da sposa andò a fare compagnia al resto, nella valigia di pelle scura.

Non aveva avuto cuore di buttarlo negli scatoloni con il resto del vecchiume che soffocava la casa.

La donna si guardò intorno. Oltre alla valigia, aveva riempito una decina di scatoloni.

Li portò con fatica, accanto al contenitore dell’immondizia giù in strada.

Ma della valigia cosa fare?

Sentiva un grumo di dolore alla bocca dello stomaco. Ecco, l’avrebbe portata in garage e dimenticata in qualche scaffale.

Giunta in garage, fu presa da un impulso improvviso e incomprensibile.

Mise la valigia nel bagagliaio della macchina, ci salì sopra e mise in moto.

Non guidava da una vita, ma portava sempre con se la patente, ormai per abitudine.

La macchina tossì varie volte, prima di mettersi in moto, e quando lei premette sull’acceleratore, rilasciando troppo in fretta la frizione, fece un gran balzo in avanti che le fece arrivare il cuore in gola.

Sulla strada poco traffico. Ma dove stava andando? Seguiva la strada passivamente, senza pensieri, senza quasi riconoscerla.

Si trovò sulla scogliera senza sapere come. Il sole stava tuffandosi nel mare schizzando di sangue un cielo indifferente.

Il mare era agitato e furioso; alzava grandi sbuffi di schiuma.

La donna fermò la macchina, scese, aprì il bagagliaio e prese la valigia.

Quello era il posto. Non ci poteva essere tomba migliore per i frammenti dispersi della sua vita passata, che la valigia conteneva.

Non senza sforzo, sollevò la valigia quel tanto che bastava per gettarla giù dalla scogliera.

Ne seguì il volo scomposto, gli urti contro la parete di pietra ai quali miracolosamente sopravvisse, per poi scomparire fra le volute di schiuma.

La corrente la trascinava via, facendola apparire e scomparire fra le onde, fino a che non si vide più del tutto. La donna dopo averla guardata per l’ultima volta, si sedette, le ginocchia fra le braccia, il mento appoggiato su di esse.

Dopo un tempo che le parve interminabile, si decise ad alzarsi per tornare a casa.

Salì sull’auto come un automa e mise in moto per prendere la via del ritorno.

 La notte era scesa invincibile, quando arrivò nel suo quartiere e imboccò il viale dove affacciavano le villette a schiera fra le quali c’era la sua.

O almeno…avrebbe dovuto esserci!

Perché non c’era.

Rifece il percorso più volte, senza riuscire a vederla.

Fermò la macchina. Un brivido come di panico la prese.

In quel momento vide uscire un’anziana signora dalla porta di una villetta. Portava a spasso il cane.

Le andò vicino.

“ Signora mi scusi, può dirmi dov’è l’abitazione del signor F. ?” Chiese titubante.

La signora la guardò strizzando gli occhi.

“ CHI?”

“ Il signor F.”

“Ma non abita più qui da dieci anni! Si è trasferito a Milano.”

La donna trasecolò. Come a Milano! Questa donna è pazza! Pensò.

“ Ma la famiglia? La moglie?”

“ Quale famiglia? Nessuna famiglia da quando gli è morta la madre. Non si è mai sposato!”

La donna cominciò a tremare, ma come! Era lei la moglie. Cercò affannosamente nella borsa, i suoi documenti. Ma al loro posto c’erano soltanto strani cartoncini bianchi. Nel portamonete carta straccia. Alzò gli occhi. L’anziana signora, le aveva voltato le spalle e si stava allontanando.

Provò a richiamarla indietro, ma dalla bocca non le uscì nessun suono.

Dunque non esisto, forse non sono mai esistita…

 La donna si guardò le mani. Nel buio della notte appena illuminata dai lampioni, erano diventate diafane, come trasparenti.

Così anche le braccia sembravano evanescenti, finché tutto il suo corpo scomparve in lente e dense volute come di fumo…

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