I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

LA TIGRE CHE RUGGISCE DENTRO

Ti ho amato.

Non che sia una giustificazione questa, anzi.

Magari è un’aggravante, perché la tua indifferenza non può spiegare il mio scivolare lento e inesorabile nel gorgo delle facili illusioni, nè poi, in quello dei giochi pericolosi nei quali già da un po’ mi diletto.

Quando ti amavo, ero come trasparente, prosciugata nell’attesa incessante di ciò che non arrivava mai, un tuo sguardo, una tua parola che non fosse stata l’espressione di una vuota e sterile cortesia.

E così trasparente, mi muovevo per il mondo, e gli altri mi passavano attraverso, perfino nei pensieri che avevo, inchiodati su di te che non c’eri, né potevi esserci.

Poi ho smesso di amarti.

Così all’improvviso. Una mattina ti ho incontrato e non ti amavo più.

Non vedevo più la luce nei tuoi occhi, era ammutolita d’un tratto la musica delle tue parole, con la quale mi avevi avviluppato l’anima fino a stritolarla.

All’improvviso nel vuoto che l’amore per te, abbandonandomi, aveva lasciato, ecco, sono rinata.

A dirlo adesso sembra quasi impossibile aver realmente vissuto quei giorni, quei mesi, quegli anni di disperata attesa, di speranza e delusione, in cui la tua indifferenza mi imbruttiva.

Ma accadde.

Ora non più.

Da un giorno all’altro io vivo, io rido, io sono carne e sangue e non mi sembra vero.

E’ cominciata per gioco.

Avevo bisogno di riappropriarmi di me stessa. Avevo bisogno degli sguardi di altri uomini che mi restituissero la bellezza che tu mi avevi rubato. Avevo bisogno di parole. Parole d’amore o soltanto di sesso che mi restituissero la mia corporeità che tu avevi ignorato. E così ho cercato voci di sconosciuti che mi regalassero parole, con cui vestire il tuo silenzio e il vuoto che il tuo silenzio aveva lasciato.

Ho cercato fantasie che mi aiutassero a scoprire la donna che ero e che avevo dimenticato, o quella che avrei voluto essere e non sono stata mai.

E ne ho trovati tanti sai, da confonderne i nomi, da confonderne le storie che poi in fondo son sempre quelle. Storie di solitudini o di noia, o tutt’e due. Storie di infelicità curiosa e di speranza invincibile. Uomini di cui non conoscevo i volti, né il suono della voce, ma che con una voce sola sembravano restituirmi la gioia di giocare. Di giocare a vivere, ad amare.

Non dirlo. Già lo so, l’amore non c’entra. Non c’entra l’amore dei poeti, quello che mi spingeva a scriverti lunghe lettere, lunghe poesie d’amore. Certo non c’entra. Parlo di un altro amore, quello  che ti fa sentire bella, che ti riempie il corpo di desiderio e di febbre. Parlo di quella cosa che ti brucia dentro, ma è un bruciore a cui non rinunceresti perché è vivo e vive in te e con te, nei tuoi gesti, nei tuoi sguardi, nel tuo odore. E te lo porti addosso come un vestito, come un gioiello, come un profumo.

E gli altri intorno lo sentono, lo vedono…. Uomini e donne, si accorgono della luce che quel fuoco accende nei tuoi occhi,  e finalmente TI VEDONO…

Non sono più trasparente, capisci. Gli altri non mi passano attraverso come prima, ma mi regalano sensazioni, emozioni, che si fermano sulla mia pelle, illuminandola, che mi attraversano l’anima, facendola rivivere.

Mi chiedo se puoi capirlo questo.

E’stato come scivolare, lentamente, impercettibilmente dentro la mia stanza dei giochi, dove i limiti ogni giorno vengono superati e sostituiti da altri limiti, sempre più fragili sempre più estremi.

Squallido? Lo sapevo che l’avresti detto. E detta da te che vivi la tua gelida vita priva di slanci e desideri, la parola assume il suono di un complimento.

Squallido forse, anzi di certo, ma divertente, fin troppo piacevole. Come quando da bambini ci inventavamo storie incantate in cui fingevamo di essere fate e pirati e ne mimavamo i gesti e i movimenti.

Nello stesso modo io sono la fata o la strega di questi uomini sconosciuti che attraverso di me vivono le loro fantasie. E non sono neppure io, ma la proiezione del loro desiderio e del mio.

E che pericolo c’è in tutto questo? E’ solo cibo per la tigre che ho dentro, che non si sazia. Non si sazia ancora. E alimenta il desiderio che si aggroviglia su se stesso, attirando nei suoi vortici, anche l’amico di sempre, o la conoscenza occasionale, l’uomo che incontro al bar mentre faccio colazione, o quello che mi vende il giornale e ha gli occhi del colore del mare d’inverno.

Ed è in questo che il gioco si fa più sottile, sapessi. Perché l’amico è magari quello che incontro la sera insieme con gli altri. Quello che ti batte la mano sulla spalla e ti guarda con gli occhi quieti e senza sospetto.

A te non ti ho rivisto. Non mi manchi. Sembrano ombre ormai le mie fantasie su di te. Anzi dovrei ringraziarti di non avermi amato. Ho sostituito il fantasma che eri, con altri fantasmi, ma gioiosi questi e pieni di allegria, nel corso monotono della mia esistenza di sempre.

Così, davanti al monitor del computer, costruisco i miei mondi virtuali, le mie favole private in cui sono di volta in volta la schiava o la padrona, la preda, o il cacciatore. Di volta in volta donna che ama un uomo, uomo che ama una donna, semplicemente io che amo nella mia fantasia nei modi e nei tempi più estremi.

E’ come una febbre. Le giornate sono scandite dal desiderio di immergermi in queste realtà virtuali, fugaci e incerte, sterili ma gratificanti. Ma quando poi la fantasia irrompe all’improvviso nella vita reale, allora il gioco si fa più intenso, sul filo del rischio, dell’adrenalina che ti riempie le vene di fronte al ventaglio del possibile che si dispiega davanti a te, così vicino da poterlo toccare…

Lui non ti assomiglia.

Non ha il tuo corpo slanciato, lo sguardo brillante e intenso dei tuoi occhi scuri. Lui non ha la tua voce roca che ricordo bene  e mi riempiva l’anima di malia.

Lui è un ragazzo qualunque, né bello né brutto, una conoscenza che non può definirsi un amico, col quale mi trovo a lavorare in un progetto comune.

Avevamo poco in comune se non chiacchiere fugaci, qualche rara galanteria, qualche scherzo cameratesco.  E’ cominciato tutto sulla scia di un profumo, il mio che a lui è piaciuto tanto.

Così per scherzo, nelle mail che ci scambiavamo per motivi di lavoro, ha cominciato a fare capolino il gioco sensuale.

Erano accenni, credimi. Parole lasciate cadere giù per caso, fra una frase e l’altra. Frasi innocenti in principio, poi sempre più insinuanti.

Come scintille cadevano nel magma indistinto, nel vuoto delle mie giornate, rimaste orfane dell’amore che provavo per te. Come scintille provocavano incendi impercettibili mentre io già persa nei miei giochi virtuali, perdevo sempre più il controllo razionale di me stessa, non mi accorgevo, che le barriere erano sempre più fragili e non riuscivo più a distinguere fra lui e i miei amanti virtuali.

Ci incontravamo fuori, normali e distanti, cordiali quanto basta, ma non troppo per non destare sospetti. Perché gli altri neanche immaginassero il fuoco che via via si insinuava nei nostri discorsi.

Le parole usate come carezze e baci che come carezze e baci accendevano i sensi, e quanto li accendevano! alimentate dalla fantasia.

Non era la musica delle tue parole, ma un’altra musica. La melodia trascinante che percuote i sensi, che li accende e li esalta.

Eppure non sono che parole, sia le tue che accesero il mio amore, sia le sue che accendono il mio corpo. Ma nel mondo del possibile, diventano gesti e sentimenti.

Quando lo incontro, mi chiedo cosa pensa, se ricorda le parole che appena prima ci siamo scambiate, se e in che modo le abbia trasformate in immagini.

Lui ha un’aria tranquilla, ma non riesce a guardarmi negli occhi e allora so che attraverso i vestiti che indosso, lui vede i miei seni che gli ho descritto così bene. Vede la mia pelle che ha immaginato di toccare. E’ un gioco squallido, è vero. Ma quanto squallido era il mio rincorrerti senza raggiungerti mai. L’umiliazione del rifiuto, e della tua indifferenza, più crudele forse perché vestita di amichevole cortesia.

Con te non ho provato mai lo sperdimento dei sensi. Quella sensazione inebriante di assoluto piacere. E ti assicuro, sai, che il piacere cerebrale è altrettanto intenso di quello fisico e dura di più.

Ne conservi la sensazione per ore, e non vuoi altro che ritrovarlo. Come una droga.

Mi chiedo solo se questo sia un volto diverso dello stesso fantasma: l’ infelicità.

Un fantasma che si è messo vestiti sgargianti, che dice parole suadenti, che ti corteggia dolce e seduttivo, ma vuole perderti come prima, come sempre.

C’è un che di decadente in questi giochi che hanno il sapore dei frutti troppo maturi il cui succo ha un gusto forte, dolciastro e denso, e inebriandoti, ti fa scordare la putredine che li aspetta.

Così quando lui costruisce per me le sue infuocate fantasie dove io padroneggio descrivendogli le mie, è solo un attimo nel vuoto assoluto dei sentimenti. Nel deserto del mio cuore che non partecipa di questo banchetto.

Eppure, io vivo in questo, di una vita nuova. Superficiale e incerta che nasconde le lacrime negate dietro gli sguardi sensuali, dietro i gesti insinuanti.

Mi chiedo solo se e quando lui spingerà davvero la mano, nel modo in cui lo immaginato tante volte.

Se e quando le sue labbra cercheranno le mie così come lui le ha cercate nelle sue fantasie.

Sarà un giorno d’inverno col vento che spazza le strade, o sarà una primavera incerta che scivola in un’estate infuocata?

Perché lui esiste qui e ora e non è solo il riflesso dei miei fantasmi, delle fantasie di cui mi diletto.

Mi chiedo cosa farò allora? Ricaccerò la tentazione nel gorgo fumoso dei sogni, o la vivrò davvero sul filo del rischio di cancellare ad un tratto tutte le mie certezze, scardinando così il tranquillo flusso della mia esistenza?

Se solo tu mi avessi amato….

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