I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

LA TERZA OMBRA

Ho chiuso la porta. Il calore fuori è soffocante, un’ enorme mano di fuoco che artiglia alla gola.

Il vestito rosso fuoco che indosso, mi si appiccica al corpo come una seconda pelle. Eppure ho appena fatto una doccia. Una doccia che è stata lunga, lenta, accurata.

Mi guardo indietro. La casa sembra un blocco di cemento freddo e duro, incombe alle mie spalle gigantesca e minacciosa.

Non voglio tornarci. Mi sembra adesso che mi abbia tenuta prigioniera per mesi, per anni. Mi sembra che ogni oggetto che contiene, formi una maglia della catena che mi incarcerava.

Gli zatteroni ai piedi, mi fanno male, avrei dovuto scegliere delle scarpe più comode…

 “Frank abbiamo una chiamata.”  L’agente Buck Haverton aveva la camicia appiccicata al torace possente, era nervoso e aveva sete. Continuava a martellare sui tasti del pc, parlando in contemporanea con almeno tre auto di pattuglia, che poi erano tutte quelle di cui  disponeva. Diede una gran manata al ventilatore che faticava perfino a mandare getti di aria calda. Maledì mentalmente il sindaco che si era rifiutato di fare istallare un condizionatore nel minuscolo ufficio.

Grog Town, un pidocchioso buco di culo ai confini del Texas. Quattro case intorno ad una chiesa, un bar, un emporio e una stazione di servizio dalla quale non passava nessuno.

D’inverno il freddo glaciale ti ibernava i coglioni, mentre l’estate si fondeva.

Da quando ricordava, Buck Haverton aveva promesso a se stesso di andarsene il più lontano possibile da li, promessa che non aveva mai mantenuto. Viveva ancora con la vecchia madre vedova che controllava la sua posta e lo spiava dal buco della serratura.

Bestemmiò ad alta voce, tanto più che nella stanza c’era solo lui.

L’agente scelto Frank Brown non rispondeva. Dove si era infrattato quello stronzo? Sicuramente se ne stava a fare lo stupido con Rosy, la cassiera del Corvo Rosso invece che girare di pattuglia come era suo dovere.

Buck se lo immaginava, alto, bruno, capelli tinti ovviamente perché non era più molto giovane Frankie. Lo sapeva bene visto che erano stati compagni di scuola, anzi di banco. Lui aveva sposato Susy, la più bella della scuola, e l’aveva sempre tradita fin dal primo giorno.

Susy la dolce Susy che a lui, Buck piaceva tanto. Ma ora Susy non era né dolce, né bella ormai. Si era trasformata in un virago di 80 chili che nascondeva bottiglie di wiscky sotto il lavandino della cucina. Fra un tradimento e l’altro le aveva fatto fare una figlia scema, Ariane. Una ragazza che ora aveva sedici anni e un cervello di sei, graziosa come lo era stata la madre, se non fosse stato per quello sguardo vuoto negli occhi chiari, uno sguardo senza pensieri dietro.

Ariane vagava per il paese dalla mattina alla sera, né il padre né la madre si occupavano di lei.

Buck ne aveva pena e spesso le regalava caramelle che lei divorava estasiata e grata, sgranocchiandole con i piccoli denti anneriti dalle carie.

Come Buck aveva previsto, Frank era andato al Corvo Rosso in cerca di Rosy. Quella donna gli piaceva. Era bella, vistosa, bionda e morbida, le grandi labbra rosse e il seno accogliente, puttana nel cuore senza esserlo realmente.

Frank adorava la sua risata squillante, con lei che arrovesciava la testa all’indietro mettendo in rilievo il collo bianco e teso appena solcato da minuscole vene azzurre. Rideva delle sue battute stupide e le ricambiava facendolo sentire il ragazzo che non era più da secoli.

In paese mormoravano tutti, ma lui neanche l’aveva sfiorata Rosy. Chissà perché oltre le parole non riusciva ad andare. Rosy non lo incoraggiava ma neanche lo respingeva, ma poi era sempre inchiodata in quel bar fetente col marito Edgar a trafficare sul retro.

Edgar un omone di un metro e novanta che non parlava mai, ma aveva mani che sembravano pale di mulino. Meglio non sfidarlo troppo.

Al Corvo Rosso però Rosy non c’era, anzi il locale era chiuso. Frank bestemmiò ad alta voce. La giornata si metteva male. Tornò in macchina e riaccese la radio che aveva precedentemente spento per non essere disturbato.

“ Ma dove cazzo ti eri cacciato?” La voce stridente di Buck, lo aggredì. Frank preferì non rispondere.

“ Abbiamo una segnalazione nella decima, facci un salto, si sentono urli nella casa di Marco Suarez”

E ti pareva! Sicuramente quel messicano di merda aveva di nuovo messo le mani addosso alla moglie, oppure ai figli.

Frank  Brown agente scelto, mise in moto l’auto  e si avviò.

Nella decima, un budello di terra battuta all’estrema periferia del paese, sul marciapiede già c’era un assembramento di vicini uno più straccione dell’altro. La casa dei Suarez era poco più che una baracca con le pareti sbrecciate in più punti e una sedia a dondolo  abbandonata sotto la tettoia. Dall’interno provenivano i pianti disperati dei bambini.

“ Forse è meglio che chiami rinforzi.” Pensò l’agente Brown.

Potrei andare a Dallas. Non è così lontano dopo tutto. Non mi piace guidare, ma d’altra parte sono tante le cose che non mi piacciono eppure le faccio ugualmente.

Ho preso tutti i soldi che ho trovato in casa. Quel porco li teneva nascosti, ma figuriamoci se io non li trovavo. Sono mesi che li cerco.

Questo vestito è il migliore che ho. Quando lo metto, tutti mi dicono che sono bella. Forse tira un pò sui fianchi, pazienza. A Dallas ne comprerò degli altri. Magari alla moda come si vedono in tv.

Non ho portato niente. Ho lasciato tutto in quella casa maledetta.

Quando ci penso1 Tutti questi anni in questa fogna di paese. Chi l’avrebbe mai detto? Ci sono arrivata per caso e ci sono rimasta inchiodata per venti anni. Idiota che sono stata.

Non avevo scelta…allora…ma adesso...

Mentre chiamava rinforzi, Frank Brown pensava con disappunto che quella sera sarebbe dovuto tornare a casa senza la piacevole distrazione delle chiacchiere con Rosy.

Avrebbe di certo trovato sua moglie istupidita dall’alcol davanti alla tv che parlava sola. E quella scema di sua figlia, a girovagare chissà dove. Gli sarebbe toccato cercarla.

Sperando per dio che non si facesse mettere incinta da qualche balordo!

Frank Brown aveva passato gli ultimi venti anni a rimpiangere di aver sposato Susy.

Lei era così carina sui banchi della scuola, ma nel letto, sotto le lenzuola, gelida come un pezzo di ghiaccio. Ogni volta era come violentare una vergine. Doveva farsi strada a fatica in quel corpo che lo respingeva con tutte le sue forze, le membra rigide e tese, le labbra serrate. Era così umiliante per lui, così deprimente. Molto meglio farsi una sega!

Quasi subito non l’aveva toccata più, ma non prima purtroppo di metterla incinta di Ariane. E poi lei aveva cominciato a consolarsi con la bottiglia. O forse lo faceva già da prima. Non che la cosa lo interessasse. Né allora né ora. Neanche la guardava più. Lei era solo un mucchio di carne sfatta persa nel gorgo dell’alcol, che girovagava come un fantasma per la casa.

Ma quando arrivavano i dannati rinforzi? Dall’abitazione dei Suarez non proveniva nessun suono oltre il pianto dei bambini che però si affievoliva sempre più.

 

Non era colpa sua dopo tutto.Marco non è cattivo, solo sfortunato! Pensava Maria Suarez. Ma erano dieci anni che era sfortunato, da quando aveva perso il suo primo lavoro. Poi ne aveva persi altri. Li aveva persi  tutti. Le diceva che l’amava e le faceva fare figli, ma soldi non ce n’erano mai. E lui diventava cattivo.

Maria odiava il buio. Odiava l’oscurità densa e invalicabile nella quale era immersa da quando Marco l’aveva picchiata a sangue provocandole il distacco delle retine.

La picchiava spesso, ma quella volta aveva esagerato. Sicuramente era stata colpa sua. Maria parlava troppo, e soprattutto quando non doveva. Il che accadeva quasi sempre. Lui era così nervoso, si offendeva per nulla. Bastava anche uno sguardo. Ma poi gli dispiaceva.

Piangeva, le comprava scatole di cioccolatini per farsi perdonare e continuava a ripeterle che l’amava.

Quella volta degli occhi, le aveva perfino comprato un vestito nuovo, all’emporio di Jones. Peccato non averlo potuto vedere. Lui però aveva detto che le stava bene.

Da quella volta le percosse erano diminuite, ma non scomparse. D’altra parte la sua cecità lo rendeva nervoso. La casa era sempre in disordine, i bambini sporchi, la cena doveva prepararsela da solo. Non avevano nessuno che li aiutasse. Lei chiusa nella sua prigione di oscurità alla quale non riusciva ad adattarsi, aveva smesso di fare qualunque cosa, limitandosi ad ascoltare le voci squillanti dei bambini, pregando Dio che non si facessero male, che non uscissero di casa a sua insaputa. Ma che vita era quella Vergine Santa? Molto meglio la fattoria di sua madre dalla quale era scappata per seguire quel bel vagabondo dagli occhi scuri che l’aveva incantata con la musica delle sue parole. Da allora non aveva più rivisto né i genitori, nè fratelli e sorelle. Non sapeva neanche se fossero vivi. Una lacrima le scivolò sulle guance pallide. Sicuramente non l’avevano mai perdonata. Né lei avrebbe avuto il coraggio di tornare da loro con i suoi quattro bambini e in quello stato in cui era. D’altra parte a quel punto ormai era impossibile. Maria si accucciò sul pavimento aspettando.

 

Ho tempo a sufficienza. Prima che qualcuno si decida a venire a vedere, passeranno ore. Sarò molto lontana da qui a quel punto.

Aveva proprio ragione il mio vecchio professore del liceo. Ognuno di noi  ha tre ombre.

Quella che ci segue o ci precede in una giornata di sole ed è la prima. Poi c’è quella che rappresenta quello che abbiamo dentro e che gli altri non vedono. La terza ombra è quella che sta nascosta anche a noi stessi. Quella che quando si manifesta ci butta all’aria la vita. Neanche sapevo di averla ma quella se ne stava acquattata e pronta a venire fuori.

E’ strano, non provo nulla, solo un gran sollievo. Mi sento leggera. Potrei perfino volare.

Basta spingere appena un po’ sul pedale dell’acceleratore. Il vento fra i capelli è meraviglioso.

 

Buck Haverton, si chiuse la porta dell’ufficio alle spalle, sbattendola così forte che i vetri tintinnarono pericolosamente. L’auto di Gerry aveva forato sulla terza. Malcon era andato a casa perché stava male, perciò gli toccava andare lui stesso a dare manforte a Frankie.

Questo mandava all’aria tutti i suoi programmi e per di più lo avrebbe fatto ritardare per la cena. E questo avrebbe irritato molto sua madre. La vecchia l’avrebbe accolto con le palme questo era certo.

Salì in macchina,  mise in moto e partì sgommando. Le strade erano deserte come al solito. Il sole stava tramontando sulla prateria riarsa. L’auto nel suo procedere, sollevava nuvole di polvere finissima. Ad un tratto Buck si sentì chiamare. Rallentò fino a fermarsi e nel riquadro del finestrino apparve il viso pallido di Ariane.

“ Hai portato le caramelle Buck?” Non ora, dannazione, non ora Ariane, pensò Buck. Ma lei intanto era montata già in macchina, il leggero vestito a fiori nel salire si era arrotolato sulle cosce tornite.

“Cosa aspetti?” Chiese la ragazza. La sua voce infantile aveva un che di opaco, di impersonale e monocorde. Intanto dischiuse appena le gambe, in un gesto che Buck conosceva bene e che fece aumentare il sudore che gli gocciolava copioso dalla fronte.

Al diavolo! Pensò lui rimettendo in moto.

 

“Ma quando arrivano sti rinforzi?” Si stava chiedendo l’agente Brown. “ Vuoi vedere che mi toccherà entrare da solo? E se quello stronzo fosse armato?”

Frankie non lo avrebbe mai ammesso neanche con se stesso, ma era un vigliacco, uno di quelli della peggiore specie. Nella vita aveva paura di tutto. Non aveva posseduto neanche la decima parte delle donne che gli attribuivano. Era un parolaio che amava vantarsi  come del resto la maggior parte degli uomini della città. A parte le puttane dell’emporio di Jones con le quali si distraeva sempre più spesso dallo schifo che era la sua vita, l’unica donna che aveva amato, o almeno creduto di amare, era stata Susy.

Anche nel lavoro era un pavido. Faceva in modo di arrivare sul luogo del delitto, sempre per ultimo quando gli altri avevano già agito. Quel maledetto giorno però, sembrava proprio che nessuno sarebbe arrivato. La resa dei conti era vicina. E davanti a tutto quel pubblico per giunta! Scese dalla macchina con le ginocchia che gli tremavano.

 

Ma guarda come è rosso il cielo all’orizzonte, e che silenzio! Quante ore mi ci vorranno per arrivare a Dallas? Fortuna che ho fatto il pieno. Non devo pensare. Se ci penso è finita. Non devo pensarci e godermi l’aria limpida di questo tramonto.

Sono libera e solo questo conta…come venti anni fa, ma allora durò poco. L’ho  odiato subito quel verme che mi cresceva nel ventre aggrappato come una sanguisuga. Troppo tardi me ne sono accorta. E poi lui lo sorvegliava. Anzi sorvegliava me. L’unica persona a cui tenesse, mentre io pensavo che tenesse a me! Non mi toccava nemmeno, mentre il ventre mi si dilatava come un otre. Gli facevo senso. IO FACEVO SENSO A LUI! Quella montagna di grasso! Ho sopportato per anni i suoi silenzi, i monosillabi che si degnava di pronunciare. Ho sopportato per anni gli urli di quell’altro, la sua prepotenza, i suoi insulti.

Ma ora affanculo tutto. Finito. Game over.

 

Che strano! Pensò Buck mentre tirava su la lampo dei pantaloni. Il Corvo rosso era chiuso quel giorno. Non c’era neanche Greg nei paraggi. Il figlio di Rosy, uno spilungone cupo e collerico, sempre pronto a menar le mani che gli creava non pochi problemi. Non aveva ricevuto su di lui neanche una segnalazione fino a quell’ora. Strano che non ci fosse neanche Edgar. Non era mai mancato da che ricordava. Quell’omone quasi muto, non aveva mai tenuto chiuso il locale per tutti quegli anni da che l’aveva inaugurato.

Buck guardò pensieroso Ariane che sgranocchiava in silenzio le sue caramelle, persa nel suo mondo sconosciuto. “Devo riportarla dove l’ho trovata” Si disse, poi guardò l’orologio, era tardissimo. Meglio andare direttamente nella decima, lei non avrebbe parlato. Non lo faceva mai. Rimise in moto l’auto, mentre tirava giù il vestito di Ariane, ancora arrotolato intorno ai suoi fianchi.

A Buck piacevano le ragazzine. Gli erano sempre piaciute, ma non aveva mai avuto il coraggio di molestarne qualcuna. Poi era arrivata Ariane. Con lei era diverso. Era così scema che neanche capiva quello che lui le faceva, pur di avere la sua razione di caramelle. E poi le piaceva. Eccome se le piaceva! Mugolava come il piccolo animale che era, mentre Buck affondava nel suo corpo morbido e docile, dalle carni sode e abbronzate, che lui avrebbe voluto mordere e martoriare. Ma stava bene attento a non lasciarle mai segni sulla pelle e soprattutto a non ingravidarla.

La cosa ormai andava avanti da mesi, anzi quasi un anno. Era cominciata per caso un giorno di aprile. Lei vagava come al solito per le campagne.

Era quasi buio e Buck stava tornando a casa alla fine del suo turno.

Si era fermato per darle un passaggio.

Che diamine! A quell’ora non era saggio lasciarla in giro, una ragazzina di 15 anni.

Lei all’inizio non si era accorta di lui. Sembrava assorta nei sui pensieri.

Ad un tratto si era seduta a cavalcioni su un tronco divelto e aveva iniziato a dondolarsi.

Strusciava lentamente il sesso sul legno, facendo perno sulle braccia. Buck si era eccitato come non gli capitava più da secoli. Le era arrivato alle spalle e sedendosi anche lui sul tronco aveva cominciato ad accarezzarla.

Intorno non c’era nessuno, la ragazza non aveva reagito, aveva appoggiato la testa al torace di Buck, lasciando che le sue mani fameliche la esplorassero tutta. Poi  lui l’aveva fatta distendere sul terreno e l’aveva presa lentamente, facendosi strada nel suo corpo vergine con lunghe spinte profonde…

Da allora  la cercava nei suoi vagabondaggi, almeno due volte alla settimana. Certe volte anche tutti i giorni. Era come una febbre.

 

Tutti mi credono una puttana. Se sapessero! Detesto il sesso. Detesto farmi toccare da quelle mani sudice e sudate. Sempre gli stessi gesti, sempre le stesse parole, che noia! Credono che una donna sia una bambola di carne da infilzare a più non posso. Stantuffano come pazzi e non sanno che dentro di me io rido. Si, rido per come sono ridicoli, per come sono stupidi. Il guaio è che ti lasciano dentro bambini. Quando sono arrivata qui, non pensavo di fermarmi. Ma poi questo posto era l’ideale, un buco dimenticato da Dio dove non mi avrebbero trovata mai. Infatti così è stato per tutti questi anni, ma cristo quanto mi è costato viverci. Ora grazie a Dio è finita, sono libera.

Ora posso tornare fra i vivi. Nessuno può ricordarsi di me, dopo tutti questi anni e meno ancora riconoscermi.

 Frankie teneva la pistola stretta nella mano sudata. Avanzava verso la casa urlando: “ Marco Suarez, esci immediatamente con le mani alzate.” Nessuno però rispondeva. Dalla baracca solo un silenzio innaturale.

Inciampò sui gradini sconnessi e dalla pistola partì un colpo che andò a conficcarsi nello stipite sopra la porta. Imprecò buttandosi a terra. Dalla casa nessuna reazione a parte il pianto dei bambini che ricominciò. Frankie era terrorizzato. Quel pazzo ora sarebbe uscito e l’avrebbe ucciso. Cristo! Finire così su quei gradini sudici, in mezzo alle erbacce e ai rovi!

Il sudore gli scendeva copioso sul viso, mentre sentiva che il terrore gli stava facendo perdere il controllo della vescica. Davanti a tutti quei cani per dio! Il dito sul grilletto si tese inconsapevolmente e partirono altri colpi in sequenza che frantumarono i vetri della finestra.

Intorno si fece il vuoto. Scapparono tutti. All’improvviso fu solo. Intorno un silenzio innaturale.

“ Devo entrare. Non ho scelta…” Si disse. Ancora tremante si mise in piedi e con un balzo fu dietro la porta. La spalancò con un calcio, pregando Dio che dietro non ci fosse Marco Suarez armato anche lui. Entrò.

All’inizio non vide nulla. L’oscurità aveva cominciato a scendere e aveva invaso la casa.

Guardingo si spinse in quella che doveva essere la cucina. In un angolo gli sembrò di vedere un mucchio di stracci addossato alla parete. Guardò meglio e lo vide. Quello che restava di Marco Suarez. Seduta  di fronte a lui, o meglio accucciata, la testa fra le braccia, stava sua moglie Maria. Stringeva ancora nella mano destra, un coltello da cucina insanguinato. Frankie rabbrividì. La guardò. Era pallida e magra fino all’inverosimile, i radi capelli scomposti sul capo, dimostrava almeno trent’anni più dei trenta che doveva avere. Sulle braccia sottili, i segni di lividi più o meno recenti. Lei alzò la testa  e gli sembrò che lo fissasse con i suoi occhi ciechi. Poi aprì la bocca come per parlare, ma dalle labbra screpolate non uscì nessun suono, però a Frankie sembrò di sentire distintamente: “ Non potevo sopportare che lo facesse ancora…”  Magari se l’era sognato.

L’agente Brown rimase attonito a guardarla, mentre dall’ingresso, gli arrivò la voce roca del suo collega Gerry Holt che bestemmiava con quanto fiato aveva in corpo.

Credevo di rifarmi una vita in questo buco. E me la sono rifatta, e che vita! Peggiore di quella che avevo lasciato.Avere accanto un uomo come lui, è stata la peggiore punizione. Quel suo mutismo, è stata la peggiore tortura. Avrò sentito la sua voce, una decina di volte in tutti questi anni! Almeno non mi toccava, per fortuna! Ma un figlio l’ho fatto lo stesso. Lo avevo già nel ventre quando sono arrivata qui e non lo sapevo. Che cosa beffarda! Se fosse nato sei mesi prima avrebbe fatto la fine degli altri. Piccoli parassiti che si nutrono della tua carne e del tuo sangue. Ma quando lui è nato quello ci si è affezionato, Dio solo sa perché! Erano in combutta quei due, per rovinarmi la vita.

Ma alla fine ho vinto io. Ci ho messo venti anni ma ora sono libera.

 Buck lasciò Ariane all’angolo di casa sua e si diresse verso la casa di Edgar Bloom, tanto era nel tragitto che doveva fare per arrivare nella decima. Aveva voglia di vedere come mai il Corvo Rosso era chiuso. La cosa era così strana da risultare inquietante.

La casa era la più bella della strada. Una villetta di legno a due piani,  color crema col tetto rosso e i gerani alle finestre. Il cortile era ben tenuto e pieno di fiori. Rosy davvero ci sapeva fare.

Strano che davanti alla porta ci fosse la macchina di Greg e che quel mascalzone fosse ancora in casa. Invece mancava la macchina di Edgar, una berlina di cui lui era gelosissima e che non faceva toccare a nessuno.

Buck bussò alla porta. Nessuno rispose.

Girò allora sul retro. La porta della cucina era aperta come prevedeva. Entrò.

Subito percepì un odore dolciastro e nauseabondo. Quando la sua vista si fu adattata all’oscurità, la scena che gli si parò davanti agli occhi, lo agghiacciò.

Al tavolo da cucina seduto, anzi prostrato in mezzo a piatti rovesciati e resti di cibo su cui si addensava una coltre di mosche, stava Edgar Bloom. Gli occhi spalancati e la bocca contorta, morto. E non era stata una bella morte.

Cercando di vincere la nausea, Buck si avvicinò, girando intorno al tavolo e allora vide anche l’altro…

Greg era  come accartocciato su se stesso sul pavimento, un ammasso sanguinolento. Trafitto da chissà quante cortellate. Buck quasi scivolò sul sangue che inondava le mattonelle. Ma Rosy dov’era?

Facendo forza su se stesso., Buck si costrinse a esplorare la casa, ma dopo un tempo che gli parve lunghissimo, dovette rassegnarsi al fatto che lei non c’era. Forse l’assassino l’aveva rapita, forse il suo cadavere giaceva da qualche parte nel cortile o chissà dove. Rosy dalla risata squillante e dal sorriso contagioso che quando rideva gettava la testa all’indietro mostrando il collo bianco e profumato appena solcato da venuzze blu… Si guardò intorno. All’improvviso quell’ambiente curato e ordinato, violentato dalla furia dell’assassino, gli parve ancora più squallido della stessa sua vita. Vomitò in un angolo e poi si precipitò fuori.

 

Arthur Smile sedeva al bancone di un bar scalcinato in compagnia di una donna che aveva conosciuto poche ore prima, appena arrivato in città. Lei era una bruna vistosa, morbida e procace, dallo sguardo acceso e dalla voce profonda. Arthur al contrario era un pingue uomo di mezz’età che di mestiere faceva il rappresentante di commercio. Vedovo da molti anni si sentiva solo, e per questo spesso abbordava le donne nei bar. Così aveva fatto con questa. Lei gli aveva detto di chiamarsi Linda.

Aveva un viso che gli ricordava qualcosa, ma non riusciva a ricordare cosa.

Le aveva offerto un Martini che lei aveva prontamente accettato.

Mentre chiacchieravano, di fronte a loro, oltre il bancone, la televisione stava trasmettendo un vecchio film. All’improvviso la programmazione fu bruscamente interrotta dall’edizione straordinaria delle news. Il barman alzò il volume e la voce metallica dello speacker, invase il locale, facendo immediatamente smettere il brusio che vi regnava.

“ Una ventata di follia assassina ha colpito il piccolo centro rurale di Grog Town nel Texas. Un certo Edgar Bloom è stato assassinato insieme a suo figlio Greg, nella sua casa  a colpi di coltello.

Si cerca attivamente la moglie Rosa Abram della quale si sono perse le tracce. Il fatto, nel modus operandi, ricorda un analogo episodio avvenuto circa venti anni fa in Connecticat, dove un’intera famiglia eccetto la moglie, fu   sterminata nello stesso modo. A breve verrà divulgato l’identikit della signora  della quale non si dispongono foto. Manca anche l’auto del morto  che però finora non è stata ritrovata. Alcune strade più in là, sempre nello stesso centro, una  donna, Maria Suarez ha ucciso durante una lite il marito. Nel conflitto a fuoco che ne è seguito, una pallottola vagante ha colpito a morte il figlio più piccolo della coppia, Tim di tre anni.

Le autorità stanno indagando sulla dinamica dei fatti che risulta poco chiara….”

“ Cristo! Sono tremendi questi paesini1 Sembra che non possa succedere mai niente per cento anni e poi all’improvviso si scatena l’inferno.” Esclamò Arthur Smile, rivolto alla compagna.

“ Come è vero! “Rispose lei.

“ Non ci vivrei per nulla al mondo!” Insistette l’uomo.

“ A chi lo dici! “ Esclamò lei e poi scoppiò a ridere con la sua risata squillante, rovesciando la testa all’indietro e mettendo in mostra il collo bianco e teso, appena solcato da minuscole vene azzurre…

 

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