LA SAGA DEI GOMMOIDI (clicca sui titoli per leggere)
- La vicenda di Gommelio e Gomina
Un vero coro di proteste, da parte dei Gommoidi (gli esseri dal cuore di gomma che vivono tra noi, come dirò, meglio, più avanti) alla vicenda di “Gommelio e Gomina”, che avevo appena narrato, e che conclude la Saga! Per la verità, quando ho incontrato i primi componenti della delegazione dei Gommoidi, che si lagnavano circa miei presunti errori contenuti nella biografia che avevo scritto su Gommelio, sembrava che tutto dovesse ricomporsi rapidamente, ma poi, man mano che il numero dei delegati si infoltiva, cresceva proporzionalmente il dissenzo, tanto che ad un certo punto ho quasi temuto per la mia incolumità! Fortunatamente, dopo approfondito conciliabolo, non han trovato, come prevedibile, l'accordo su chi dovesse prendere l'iniziativa e fare la prima mossa. "Del resto," si giustificavano l’un l’altro "manca Gommelio, il diretto interessato, cui sarebbe spettato l’onere di lavare l'onta". Ma Gommelio, come al solito, aveva trovato il modo di svicolare, mandando al suo posto Gomina con la consueta trovata: "Vai tu in mia vece, altrimenti va a finire che stavolta mi comprometto sul serio!". Gomina, lusingata dell’alta incombenza affidatale, si dava parecchio da fare per surriscaldare gli animi degli ultrà nascosti sotto le gradinate. C'era chi, da distanza di sicurezza, urlava: "incompetente, saccente, umanoide!". Mi veniva rinfacciato di avere sproloquiato senza cognizione di causa, usando anche espressioni offensive, del tipo, "passionali, sensibili", etc. C'era addirittura chi prometteva di replicare con una "Saga degli umanoidi". "E allora sì che ci sarebbe da sghignazzare", dicevano, “pensando a tutti i malanni combinati dagli umanoidi con il loro iperattivismo, a partire da quel Pitagora con la sua stupida tabellina!”. E poi, se non ci fossero loro, gli esseri col cuore di gomma, a fare da contraltare, sarebbe un bel dire che esistono gli intrepidi o, meglio, i balordi incoscienti! Presenziava anche il filosofo Gomenio "il depompato" il quale, celando sotto un’apparente tono conciliante una punta di razzismo, sosteneva che quella dei Gommoidi è la super razza per eccellenza, perchè, senza la loro presenza calmierante, ponderante, addio quiete inessenziale! ... Alla fine, facendo ammenda per aver loro attribuito sentimenti che non gli appartengono, mi sono impegnato a riparare, leggendomi tutta l’opera "La vita e i gesti dei grandi gommoidi", a partire dal progenitore, Gommilio Magno. *********** I° episodio GOMMILIO "MAGNO"
Secondo la leggenda, pare che
il capostipite sia stato un umanoide, originario di una contrada della
lontana Gomandìa, tale Gommilio "Magno" o “Mangione”, così evocato nei sacri
testi di pneumatica per via della circonferenza e l’incredibile voracità. Di
mestiere faceva il cambusiere sulle navi mercantili, una mansione a lui
congeniale, in quanto, trafficando fra vettovaglie e fornelli, trovava
sempre un pretesto per imboscarsi in cambusa, dove le derrate alimentari
subivano drastiche falcidie.
Il guaio è che, a lungo andare, si insinuò negli equipaggi la convinzione che i viveri scarseggiassero proprio quando era imbarcato Gommilo il quale, durante una spedizione , in seguito ad una sommossa della ciurma, provocata proprio dalla improvvisa penuria di cibo, venne scaraventato in mare. Galleggiando alla deriva per parecchi giorni, grazie alla spessa vescica di grasso che lo cingeva a mo’ di salvagente, fu sospinto dalle onde in un’isoletta del centro-Africa, abitata da una pacifica tribù indigena. Qui venne accolto quasi come una divinità dagli aborigeni, sbalordti dal modo prodigioso con cui era scampato ai flutti. Lo rifocillarono e gli dettero in sposa la figlia del gran sacerdote al quale non pareva vero di imparentarsi con una divinità marina e rafforzare in tal modo il prestigio tra gli isolani. Gommilio, per la verità, avrebbe fatto volentieri a meno di una sposa, ma, nonostante spergiurasse di essere già ammogliato con prole, non potè sottrarsi al connubio, pena la minaccia di esclusione perpetua dai lauti banchetti tribali. E che banchetti! non mancava nessuna leccornia! Granchi, ranocchi ruspanti, serpi di montagna, formiche giganti… ma la pietanza preferita erano per lui i camaleonti in salsa dolce. Ne era così ghiotto che, a volte, nel timore di restare senza, rinveniva tra una gozzoviglia e l’altra dal pesante torpore, per strisciare col flaccido ventre fra la sterpaglia e tendere trappole alle povere bestiole che, nel tentativo di sfuggirgli, impararono, allora, a mimetizzarsi.
Narra la leggenda che l’enorme
quantità di rettili assimilata abbia prodotto una degenerazione lenta e
irreversibile in Gommilio che, un po’ alla volta, cominciò ad acquisire le
fattezze di quegli esseri così avidamente divorati. In principio, proprio
come avviene ai camaleonti, la pelle assunse
colori rapidamente
cangianti, in funzione dell’ambiente circostante. Sul corpo apparvero
vistose produzioni epidermiche, creste, corna, verruche,
mentre gli occhi incominciarono a muoversi in ogni direzione, con moto indipendente l’uno dall’altro. Dapprincipio la metamorfosi venne vista dagli abitanti
come segno profetico e imperscrutabile della divinità marina che
benignamente aveva prescelto la loro isola. (L’unica veramente che
nutriva qualche perplessità era proprio la figlia dello stregone, che,
superato il primo momento di euforia, sempre meno sopportava di stare tutto
il giorno ai fornelli ad arrostire lucertoloni e altre prelibatezze al
divino consorte che, invariabilmente dopo ogni pasto, piombava in un sonno apneico sino alla successiva crapula). Infine, al culmine del processo degenerativo, senza neanche avvedersene, Gommilio divenne un camaleonte gigante, con cresta dorsale, lingua lunga, elastica e flessibile, assumendo insomma tutte le caratteristiche delle creature che aveva smodatamente perseguitato. Sempre più ingordo, tra lo stupore e lo sgomento degli indigeni, riusciva, con la smisurata lingua retrattile, ad afferrare qualsiasi boccone gli capitasse a tiro, ben mimetizzato nel sudicio pagliericcio. E’ quasi certo che in quel periodo scomparvero per sempre dall’isola alcune esotiche specie animali, di cui rimane traccia della loro presenza solo nelle memoria storica della tribù. Ma, fatalmente, si stava ripetendo la triste esperienza marinara. Infatti gli indigeni sempre meno comprendevano il motivo per cui dovessero rimpinzare quell’essere informe, dal quale, in cambio, venivano regolarmente saccheggiati senza pudore. La misura raggiunse il colmo quando, in un ennesimo raptus famelico, fagocitò lo scarabeo gigante venerato dalla tribù come simbolo di prosperità. Attiratesi le ire del potente suocero, lo stregone, già al colmo della sopportazione e sull’orlo dell’esaurimento per la malasorte patita dalla figlia, che a sua volta non riusciva a farsi una ragione della iattura occorsale, tentò di dileguarsi nella foresta ma, causa il bradisismico incedere, fu subito acciuffato e posto in isolamento, a distanza di sicurezza da ogni genere commestibile. Alla fine gli indigeni, pur di sbarazzarsene a causa dei costi elevati che comportava il suo mantenimento, lo cedettero, o addirittura pare l’abbiano regalato, ad una compagnia di mercanti europei in cerca di esemplari rari per conto di un eccentrico signore alemanno. E, con decreto dello stregone che mai ebbe abbastanza a pentirsi dell’ospitalità offerta, il suo nome venne cancellato da tutti gli annali tribali, a peritura memoria della calamità abbattutasi sull’isola. Ma la sua stirpe non si estinse perché, dall’unico contatto avuto con la figlia dello stregone, nacque un erede, Gommilio "il giovane", destinato a perpetuare la specie. Gommilio, nella nuova dimora europea, ottenne finalmente i riguardi e l’attenzione che meritava, come “monstrum” vivente, campione unico di un genere, quello dei Gommoidi, rivelatosi, alla prova del tempo, inestirpabile, per via della grande capacità di sfruttamento e adattamento a tutti gli eventi. torna su
II° episodio SAN GOMMEDIO da GOMMASPOLI
vita e "gesti" dei grandi Gommoidi
Seconda solo a quella di Gommilio “Magno” o “Mangione”,
il capostipite dei Gommoidi (gli esseri col
cuore di gomma che vivon Di dubbi natali, Gommedio, pur ricalcando l’indole abulica e tremebonda della progenie ed una forte tendenza alla voracità, possedeva, come i suoi simili, ma in misura più spiccata, una inclinazione a presagire malanni e ad esercitare un influsso deleterio su coloro che non gli erano congeniali, specialmente umanoidi. Tale ascendente gli derivava, soprattutto dall’aspetto fisico non proprio aggraziato, che ricordava quello di un lucertolone squamato, e, in particolare, dallo sguardo, dagli occhi da camaleonte, due globi che, come il suo antenato Gommilio, poteva strabuzzare asimmetricamente in ogni direzione, in modo da coprire all’istante una panoramica di 360°. Si tratta, come abbiamo visto, parlando dei Gommoidi, di un efficacissimo mezzo di difesa parassitario, per prevenire eventuali minacce e rapidamente mimetizzarsi. Per tali attributi Gommedio era stato tenuto, sin da piccolo, in grande considerazione, non solo dai coetanei, ma anche dagli adulti e dagli stessi umanoidi, poiché, invariabilmente, i suoi strali coglievano nel segno. Narra l’agiografia che era rischioso imbattersi in lui, perché, se poi veniva a visitarti in sogno, l’incubo era scontato, un incubo che durava, anche da sveglio, per parecchi giorni! E non si poteva fare altro che aspettare che passasse, sperando che Gommedio trovasse nel frattempo un altro soggetto da perseguitare. Evitato, ma al contempo temuto, viveva di rendita sulla fama di "ielloforo", perché tutti, seppure malvolentieri, si adoperavano per ingraziarselo. Guai, se gli eri inviso, perché lo avevi deriso o gli avevi fatto uno sgarbo. In questi casi l’unica soluzione era pregare, che dimenticasse quanto prima (ipotesi inverosimile), e trovare un bravo strizzacervelli che non si rifiutasse di curarti, scacciandoti come un lebbroso. Ma la leggenda di Gommedio, la sua imperitura fama nei secoli, è, com’è noto, legata alla “vicenda dell’orso”.
Si racconta che in quel periodo approdò a Gommaspoli
una compagnia di istrioni e saltimbanchi che si
esibiva nelle piazze e nei castelli per il trastullo di qualche signorotto
del luogo. Con i teatranti viaggiava un feroce grizzly che, in ceppi,
vestito da clown, veniva obbligato a Riacquistato in breve lo spirito indomito e selvaggio della specie, prese a terrorizzare la contrada, vendicandosi delle angherie e dei lazzi subiti durante il periodo di prigionia. Si annoverano spietate razzie nelle stalle, nei granai, negli ovili, e più di un malcapitato, che ebbe la disavventura di imbattersi in lui, venne ridotto a malpartito. Dotato di una astuzia e di un fiuto non comuni, riusciva ad eludere ogni trappola che ingenuamente i cacciatori tendevano, ed ogni volta la sua rappresaglia era via via più cruenta. E mentre i signori si cimentavano nella caccia all’orso, col loro seguito di paggi, paggetti, araldi, arcieri, cani da combattimento, che venivano regolarmente dilaniati dal feroce grizzly, i villici, i bottegai, gli artigiani, in definitiva tutto il resto della popolazione, sempre meno ardivano varcare la soglia di casa nella paura del paventato incontro. Avvenne un giorno che alcuni cacciatori, i più coraggiosi, di ritorno da una battuta nelle montagne, dove si erano audacemente spinti per procurare alcunché di commestibile, raccontarono di avere avvistato, a parecchie miglia di distanza, la belva; si erano quindi precipitati al villaggio per annunciare che, almeno per il momento, non incombeva pericolo imminente. La notizia corse veloce di casa in casa e gli abitanti, rincuorati, approfittarono, sino a notte inoltrata, dell’occasione favorevole per approvvigionarsi, attendere a tutte quelle faccende da tempo trascurate, e persino a concedersi qualche bisboccia, a lungo negletta. Anche Gommedio, per varie settimane, non aveva osato mettere il naso fuori dall’uscio, ed aveva acquistato, un po’ per il terrore che gli marcava le orbite di uno strano colore giallo-verdognolo, un po’ per il lezzo sudiciume a lungo non rimosso, sembianze ancora più raccapriccianti del solito, direi, orripilanti. C’è poi da aggiungere, fatto non trascurabile in questa storia, che, come spesso accade quando gravano avversità, molta gente, alla ricerca di un capro espiatorio, aveva cominciato ad attribuire a Gommedio, e ai suoi sciagurati poteri, la causa di tutte le sventure, e qualcuno si riprometteva, prima o poi, di fargliela pagare. Tale situazione non contribuiva certo a migliorare i connotati di Gommedio che comunque, dopo avere a lungo titubato, alla fine, quando era quasi notte e le strade deserte, preso dai crampi della fame, decise di recarsi dalla cugina Gomenna, la quale gestiva una bettolaccia dall’altra parte del paese, per arraffare gli avanzi che sicuramente gli avventori, dopo il lungo periodo di astinenza, avevano lasciato in gran quantità. Imboccato con circospezione il vicolo che portava all’osteria, aveva appena superato l’ultimo cantone, quando, all’improvviso, sbucando dalle tenebre e sfiatando come un demone dell’inferno, gli si materializza davanti il feroce bestione. Cosa accadde in quel momento è difficile descrivere; ma, quando l’esito pareva già scontato, avvenne qualcosa di inspiegabile. Il predatore, fissata intensamente, in un ultimo atto di sfida, la vittima predestinata, come ritualmente faceva prima di sferrare l’attacco mortale, rimase interdetto nell’osservare quella strana creatura che gli stava di fronte, di cui mai rammentava di avere veduto simili nelle scorribande per i boschi o durante la triste esperienza circense. Non riuscendo a catalogarlo in alcun genere vivente conosciuto, se tra i primati, per via del portamento semieretto e scombinato, se tra i rettili o i sauri, per la pelle squamata e la stramba alchimia dei bulbi oculari che, nel frangente, presero a roteare all’impazzata, se fra i mustelidi, per il lezzo insopportabile (eppure, ne aveva frequentato di specie puzzolenti nella foresta!), smarrì la proverbiale iattanza. Pervaso da profonda insicurezza, una sensazione mai sperimentata prima, entrò in uno stato confusionale, l’irsuto manto sbiancò (da qui ebbero origine gli orsi bianchi!) e, in preda allo choc, stramazzò al suolo privo di sensi. Gommedio, a sua volta, impietrito dal terrore, prima ancora di rendersi conto dell’accaduto, persa conoscenza, si accasciò accanto all’orso. Fu così che, alle prime luci dell’alba, i bovari, che di solito si recavano alle stalle per accudire gli armenti, si trovarono innanzi quella scena sbalorditiva: Gommedio e l’orso bianco, abbracciati, che dormivano pacificamente, mai supponendo che i due giacessero a terra svenuti. Superato l’iniziale stupore, cominciarono a correre di strada in strada, a bussare di porta in porta, raccontando a chiunque incontrassero il prodigio di cui erano stati testimoni. I compaesani, increduli, sospettando, in principio, che quei bifolchi fossero ancora in preda ai fumi dell’alcool per gli stravizi della sera precedente, o che si trattasse di una burla, alla fine però, vinti dalla curiosità, accondiscesero a seguirli sul luogo dell’evento dove, allibiti, poterono mirare lo spettacolo dei due dormienti. In men che non si dica, tutta la contrada si trovò radunata sul posto, dove adesso sorge la statua del Santo (abbracciato per l’appunto con l’orso), e già di miracolo si parlava. Persino il signorotto del castello, Don Gomedrio, accompaganato da tutta la corte, venne a sincerarsi personalmente dell’accaduto e, disceso da cavallo, inginocchiatosi davanti a Gommedio, diede subito ordine agli araldi di portare, di valle in valle, la fausta novella, che la fiera era stata domata, che ancora una volta Davide aveva abbattuto Golia. Una vecchietta mormorava: "l’ho sempre detto io che quel figliolo è un santo, già da quella volta quando, con il semplice prillo degli occhi, fece ruzzolare dalle scale l’esattore del borgomastro, venuto a spillare "ducati" (non a caso Gommedio, dopo un paio di episodi simili, era stato dichiarato esentasse), mentre chi, in passato gli aveva attribuito poteri malefici, ora si giustificava, sostenendo che si era trattato solo di una mossa astuta per smascherare coloro che non stimavano il prode Gommedio. Il primo a riacquistare conoscenza pare sia stato l’orso che, però, ancora sotto choc per i tragici avvenimenti della notte precedente, scoprendosi tutto ammantato di bianco, circondato da quel fitto stuolo di umanoidi, pensò di essere precipitato nell’inferno dei plantigradi dove, secondo le loro credenze, i demoni hanno sembianze umane, e reclinò di nuovo il capo. Gommedio, riavutosi dallo stordimento qualche ora più tardi, non fece in tempo a sgranare gli occhi che subito i paesani lo issarono su una pedana e, prima che l’ignaro intuisse i motivi di quella baraonda, lo portarono in tripudio lungo tutta la cinta delle mura. Compreso finalmente l’insperato malinteso di cui era stato gratificato, sfoderò lo spirito gommoideo, sfruttando al meglio quella occasione d’oro. A chi gli chiedeva del prodigio, di come fosse riuscito a domare la belva, cambiandole persino i connotati, rispondeva candidamente, per non rischiare di cadere in contraddizioni, che non aveva fatto alcunché di particolare, ma si era solo rimesso nelle mani del Superno con la giaculatoria "sia fatta la tua volontà"; da quel momento non rammentava altro. C’era chi tendeva la mano per sfiorarlo in segno propiziatorio, chi cercava di ingraziarselo offrendogli doni di ogni genere…, la celebrazione durò a lungo. L’orso, ripresa definitivamente conoscenza, ma, profondamente segnato dal trauma sofferto, demoralizzato e inebetito, chiese ed ottenne di essere riassunto presso il circo da cui era fuggito. Ivi, smarrito per sempre l’antico ardore, fu adibito, in nero, sino al resto dei suoi giorni, col soprannome di “Spartacus”, il gladiatore ribelle, ad un ruolo anonimo di intrattenimento demenziale, senza prospettiva alcuna di sviluppo di carriera. Una volta soltanto osò affermare che, non Gommedio, ma lui avrebbero dovuto beatificare, perché non aveva sbranato l’impostore; e poco mancò che finisse sul patibolo, come eretico. In breve, Gommedio divenne un’eccellenza incontestata nella regione. Persino il borgomastro e il priore gli chiedevano consiglio, prima di assumere una importante decisione, cui il Venerato non si sottraeva, ma, con la doppiezza tipica dei gommoidi, scaricava ad altri, gerarchicamente più in alto di lui, la responsabilità del risultato. "Pregate figlioli," diceva "se le vostre preci verranno accolte, la decisione sarà quella giusta, in caso contrario saprete con chi prendervela". Persino le antropomorfe sembianze, che un tempo suscitavano ilarità o addirittura ribrezzo nella gente, venivano adesso interpretate come segno di distinzione sovrumana. "Oddio," filosofava ogni tanto qualcuno, "se proprio doveva possedere caratteristiche soprannaturali, avrebbe potuto averle, almeno, più decifrabili!"; ma, subito pentitosi della sacrilega illazione, correva a mortificarsi col cilicio. Gommedio non tralasciò neanche di sfiziarsi con qualche castigo verso coloro che in passato si erano, a suo avviso, macchiati di indegnità nei suoi confronti. A tale scopo, adottava, da consumato gommoide, una tecnica semplice, incisiva e sottilmente perfida. Infatti, si recava dai giudici inquisitori presso i quali godeva ormai di credito incondizionato e, prima di riferire il presunto misfatto della persona da rovinare, cominciava ad implorare indulgenza per la medesima, facendo ancor più risplendere l’aurea di misericordioso. Quando le autorità, ignare, domandavano incuriosite per quale scelleratezza supplicasse comprensione, il Beato, cadendo dalle nuvole, chiedeva di ritirare tutto, dicendo che era venuto pensando solo che la macchina della giustizia fosse già in moto. Ma ormai il gioco era fatto! Di fronte all’insistenza dell’interlocutore, Gommedio, “per amore del Vero”, finiva per confidare, suo malgrado, la nefandezza di sua presunta conoscenza. Inesorabile si abbatteva allora la mannaia dell’inquisitore nei confronti del malcapitato, mentre il “divino” si estraniava da tutta la vicenda con il classico voto: "siamo tutti nelle mani del Superno che a tutto provvede".
Con tale sistema fece mettere al rogo, come strega, una
fanciulla di facili costumi, rea di essersi La fama del benefattore travalicò in breve le mura del piccolo borgo, sino a espandersi per tutto il regno di “Gomandìa”. Da altre contrade, numerosi affluivano i pellegrini per impetrare la sua benefica intercessione che veniva erogata dietro laute ricompense, apparentemente da devolvere ai poveri, ma, in realtà, destinate a rimpinguare i forzieri nascosti nella cantina di Gomenna, tramite la quale egli gestiva un floridissimo business. Tanto che, di lì a poco, al posto della lercia bettolaccia, sorse la stamberga a cinque stelle, “All’orso bianco”, con tanto di insegna e… prezzi da capogiro! Gommedio si guardò sempre dal comparire in prima persona in questi intrallazzi lucrativi, che anzi pubblicamente biasimava, ma che, grazie agli appoggi influenti di cui disponeva, prosperarono sino a fare di Gommaspoli il centro di traffici illegali più rinomato di tutta la Gomandìa e, sino ai giorni nostri, la meta più ambita, la patria dei Gommoidi Vip, che, nella vita e nelle opere del Santo Patrono, trovano una guida esemplare, un punto luminoso di riferimento al loro essere.
III° episodio LA VICENDA DI GOMMELIO E GOMINA PREMESSA
E’ impossibile riconoscere
E vi pare poco? Immaginate quanti pensieri e grattacapi in meno. Il principale loro assillo è quello di nutrirsi, compito che assolvono con encomiabile scrupolo; infatti non sono rari i casi di diarree spastiche, coliche intestinali, sciatalgie e disturbi della motilità causati dall’appesantimento corporeo, in particolare, dallo spropositato volume addominale per via della considerevole quantità di cibo ingurgitato. Ma a parte questo… pensiamo ai vantaggi. Intanto non soffrono di malattie cardiache, e il che non è poco, e, inoltre, privi di sentimenti, non risentono di fastidi affettivi, disturbi passionali, ascessi emotivi, anzi, non essendone offuscati, riescono a mimetizzarsi nell’ ambiente circostante, a elaborare strategie di sopravvivenza e sfruttamento eccellenti, tanto che alcuni di essi occupano posizioni di rilievo in tutte quelle inattività che richiedono passività e comprovata inattitudine ad assumere iniziative motu proprio. Il loro consueto aplomb si sgretola quando subentra il timore di perdere la risorsa (sia essa una persona o una cosa) sulla quale, e a spese della quale, attecchiscono e vegetano, una sorta di aculeo (è questo il vero rischio!) che potrebbe afflosciare la loro camera d'aria. Allora scattano meccanismi di difesa tali da farli sembrare persino passionali, ma non si tratta di moti dell’animo, bensì di sofisticati sistemi di controllo parassitario tesi alla salvaguardia della loro inappuntabile abulia. In compenso, come già detto, godono di eccellente appetito, non sessuale, ovviamente, che presupporrebbe pur sempre affari di cuore. In apparenza, quindi, nessuna apprezzabile differenza dal genere umano. Ma allora, come riconoscere un gommoide? Semplice, se dopo aver letto questo racconto dirai, "ma guarda un po’, sembra proprio il ritratto di mio cugino Aristide", ahimè, senza ombra di dubbio, sei della specie! Un quesito che di frequente ricorre è: ma geneticamente i Gommoidi nascono tali oppure sono una disfunzione degli umanoidi? I pareri sono controversi. Secondo alcuni deriverebbero da una anomalia di questi ultimi, un’altra teoria li vorrebbe apparentati ai camaleonti o all’ameba, ma probabilmente la verità sta in una sintesi. Pare infatti che tanto tempo fa un umanoide, il capostipite, abbia fatto una tale scorpacciata di quegli strani rettili, di cui era ghiotto, da assimilarne il dna. Anche tra i Gommoidi vi sono in natura delle differenze perchè la materia grigia di cui sono dotati, alla pari degli umanoidi, varia da soggetto a soggetto. Alcuni la adoperano per conseguire dal loro non-essere il massimo profitto, altri per comprendere meglio, analizzando con occhio critico, altri infine, i meno dotati, per mantenere con ogni mezzo lo status quo. Questi ultimi, in particolare, si professano in genere religiosi e credenti, anche qui, non per profonda convinzione nei principi cristiani di bontà, pietà, altruismo, etc., ma per la consueta pavidità: "e se esistessero davvero le fiamme eterne?" ragionano "meglio non correre rischi...". GOMMELIO E GOMINA (una storia vera) L’accoppiamento fra umanoidi e gommoidi è possibile. Quando avviene, il gommoide sceglie con cura il partner, generalmente molto più giovane di lui, inesperto, con forte vocazione al martirio (bisogno di essere valorizzato, apprezzato, di sentirsi utile), un pò frustrato (ma chi non lo è?) e un tantino ambizioso. Ma l’abbraccio è letale per quest'ultimo che, col passare del tempo, intrappolato come una mosca nella tela del ragno, si tramuta quasi sempre irreversibilmente e muore... dentro. Gommelio era un maturo (in senso “solo” anagrafico) gommoide quando conobbe Gomina, poco più di una ragazzina. Di bella presenza, impiego sicuro, macchina sportiva, titolo accademico non posseduto nè ostentato, ma mai declinato, non gli fu difficile incantare la giovane che venne affascinata dai modi cerimoniosi di quel gentleman.
Caratteristici del gommoide,
meno dotato intellettualmente, tutti quegli atteggiamenti di vacuo
formalismo. Freudianamente parlando, sopperisce al vuoto interiore con
manifestazioni esteriori di grande effetto, tipo la premura di aprire lo
sportello dell’auto alla signora che scende o sale in macchina,
l'accostare la sedia alla dama che si siede, il baciamano e
l'inchino, causa, in vecchiaia, di acute fitte lombari. Tutte gestualità
fatue ma di grosso impatto coreografico.
Come i suoi simili, anche Gommelio godeva della fama
di "buono", come si dice in gergo, di "pezzo di pane", ma in realtà è solo
l’ignavia, la cristallina incapacità di assumere iniziative o il timore di
prendere apertamente posizioni impopolari, a conferire tale impressione.
Lei, un pò ignara, un po’ ingenua, data anche l'età, benediceva il cielo
dell’inattesa fortuna da cui era stata baciata e sognava un avvenire da
favola. Ebbe così inizio la storia che sicuramente può somigliar In principio non fu facile per Gommelio imporre la sua "inessenza" di vita pneumatica ma, alla fine, con camaleontico impegno, promesse (non mantenute), denigrazioni sia fisiche che mentali tali da ingenerarle sensi di colpa, frustrazioni e dipendenza (scientificamente nota come "gomodipendenza"), riuscì orgogliosamente nell'arduo compito di assoggettarla alla propria natura, spegnendo in Lei ogni pulsione spirituale e terrena. Sovvertendo ogni principio scientifico, ostentando un improbabile e indimostrabile "vissuto", arrivò dove neanche Einstein avrebbe potuto, a coronare cioè la titanica impresa di dare valore allo zero assoluto ( la famosa “legge di Gommelio”, roba da prestigiatori: fare apparire il bicchiere, vuoto, pieno di ciò che gli altri desiderano!). E intanto passavano gli anni in quella atmosfera anestetizzata, ammantata di perbenismo, un po’ grottesca se vogliamo, ma senza particolari scossoni. Ma era quello che Gommelio voleva: un placido vegetare col minimo sforzo. Era stato sinanche in grado di convertire in virtù la sua inettitudine in quanto, sottraendosi ad ogni responsabilità e addossando qualsiasi onere alla compagna, riusciva a lusingarla, facendola sentire utile, indispensabile, protettiva, a momenti persino fiera. Si stava in pratica avverando quella che in psicoanalisi viene definita "Sindrome di Stoccolma", secondo cui il prigioniero solidarizza col carnefice. Addirittura, non potendo compiere il miracolo di elevare il partner sopra la soglia minimale (impresa al di fuori di qualsiasi prodigio), lei si prodigava nell'improbo tentativo di mortificare gli altri mortali per ridurli al livello di Gommelio, nell'illusione forse di normalizzare, di giustificare l'inessenza di lui, o, forse, in un afflato di rivalsa..., chissà! Ma, all’improvviso, qualcosa ruppe l’incantesimo, facendo riaffiorare in Gomina l’istinto ancestrale della sua origine umanoide. Sta di fatto che dall’oggi al domani si mise in mente una strana idea, quella di essere una donna, una persona in carne e ossa, con un muscolo cardiaco vero e proprio, sentimenti umani e umane debolezze. Ogni tanto succede. Avviene in questi casi una sorta di mutazione genetica, rara, ma succede (l'ho sperimentata personalmente). La gestazione è lunga e travagliata e solo eccezionalmente approda a buon fine. In simili ipotesi si scatena nel soggetto un conflitto interiore tra il vecchio “io”, che non vuole rassegnarsi a perire, e la nuova identità, che faticosamente tenta di farsi luce. Ma non sempre vi riesce, anzi, direi, in base alle statistiche , solo nel 5% dei casi il risultato è positivo. Il conflitto può assumere proporzioni devastanti ed è vissuto dal paziente (perché di malato in quel momento si tratta) con repentini sbalzi di umore, sensi di colpa, insofferenza, rimpianti, frustrazioni, apparenti guarigioni e perniciose ricadute, accompagnate da stati di nausea, paura del buio o del vuoto (ossia paura di perdere la propria identità), depressione e (rari) momenti di improvvisa euforia. Alcolismo e tabagismo. L’evento, imprevisto e imprevedibile, scosse (circostanza inusitata per un gommoide) profondamente Gommelio il quale si corrodeva al punto tale che la sua sfera pneumatica rischiava di schiattare (è l’unica grave patologia che può colpire queste creature). Dove aveva sbagliato, chi le aveva messo certi grilli in testa? Eppure aveva pianificato tutto alla perfezione! Le pareti di caucciù erano state da poco inspessite per cui era da escludere che qualche iperbole fosse trapelata dall’esterno! Forse era stato qualche collega che lei incontrava tutti i giorni sul lavoro a farle balenare stimoli sopiti, sapientemente sterilizzati, o quella strana coppia di umanoidi, in apparenza innocua (vatti a fidare!), che frequentavano da parecchio tempo... o chi altri? Avesse dato retta ai suoi che tante volte gli avevano raccomandato: "non seguire troppo le mode degli umanoidi, Gommelio, tutta questa emancipazione...vedrai... prima o poi...!". Un "prima o poi" che non preconizzava niente di bello! Che ingrata, pensava, dopo tutti gli sforzi per tirarla su! E’ vero, ogni tanto lei alzava la cresta, ma era solo un innocente esibizionismo davanti a qualche extragommoide di passaggio. Lui un po’ si risentiva ma, con calcolata nonchalance, lasciava correre. Tanto poi, tra le pareti di caucciù, tutto sarebbe rientrato nella consueta anormalità… Non gli andava di vedere gabbata la costanza con cui dopo vari lustri era riuscito a plagiare Gomina, impresa che gli aveva procurato anche un'alta autoconsiderazione. Forse avrebbe dovuto ascoltare sua sorella Gomenna, una gommoide all'antica, la quale, a suo tempo, lo aveva sconsigliato di unirsi a..."una di quelle", che, non si sa mai, avrebbe potuto inopinatamente rinvenire dal torpore, mentre lui, con la spavalda sicumera di chi ha saputo vivere in modo intensamente pneumatico, la apostrofava con sarcasmo "taci retrograda! non capisci, i tempi cambiano" (classico comportamento del gommoide di serie "C", che tende a prevaricare su coloro che ritiene inermi). Ma adesso cosa fare? il detto è chiaro… “gomme e gommoni se rimbalzan non son buoni”. E poi, ormai avanti negli anni, un pò decompresso (i tempi di gomma tesa erano soltanto un bel ricordo!), come avrebbe adescato, plasmato un’altra "gomodipendente" inesperta di pratiche pneumatiche? Troppa fatica, neanche pensarci! Decise allora di chiedere consulto a Gommone, il mitico e invidiato cugino, fiore all'occhiello del casato ("lui sì che sa come rinvigorirsi la resina, sempre spaparazzato al sole dei Caraibi!" bofonchiava Gommelio). Il responso fu molto articolato e in verità anche oneroso. Come dunque bisognava agire? In parole povere occorreva estirpare l’umanoide che si era insinuato in Gomina. Ma per fare questo non bastava un semplice intervento di vulcanizzazione con cui si sarebbe rischiato di lacerare la fibra ancora sana, quella resinosa. Bisognava operare con raffinata perizia per fare emergere il mostro annidato, eliminarlo, e tempestivamente procedere al trapianto di una nuova vescica. Nell’occasione Gommelio diede fondo a ogni risorsa, applicando magnificamente tutti i trucchi appresi negli antichi manuali di pneumatica, gelosamente custoditi da Gomenna che potè finalmente brillare nella mai sopita contesa con l'eterna rivale. Gommelio, da par suo, memore di parole come onore, lealtà, fedeltà, dignità, percepite in qualche vecchio film western proiettato nelle sale parrocchiali, sproloquiò a lungo. E, indossati i panni del censore irreprensibile e integerrimo, mise Gomina in quarantena, isolandola, con funambolici espedienti (ma questo aspetto, abbiamo già visto, costituisce l'essenza stessa della specie!), da ogni possibile fonte di infezione da contatto con umanoidi. Già l’esperimento aveva avuto successo in passato, quando le aveva astutamente reciso ogni legame parentale; Avrebbe funzionato ancora? E qui San Gommedio, il protettore della stirpe, lo esaudì, procurando alla sventurata una grave malattia che la prostrò nel fisico e nello spirito, rendendola particolarmente vulnerabile e permettendo al guitto di riprendere il gioco in mano. Infatti, con abile performance (in tale arte i Gommoidi non hanno rivali! ), irretì l'umanoide che stava in Gomina, il quale, nonostante le suppliche, venne giustiziato senza esitazione (ma sul punto non c'è alcun rilievo da muovere perche’, come abbiamo detto, la pietà è uno di quei virus di cui questi esseri non sono portatori). Con la nuova protesi testata nientemeno che a Gommaspoli, grazie alle conoscenze altolocate di cugino Gommone, e dopo un opportuno lavaggio del cervello praticatole direttamente da Gomenna, finalmente assurta al rango prestigioso di badante ufficiale della genia, Gomina è ripiombata nel polimerico imbuto ed ha già seppellito quella breve ma allucinante parentesi terrena. Gommelio, scampato il pericolo, ha giurato che mai e poi mai un extragommoide minerà la sua bulimica esistenza e, dopo un pellegrinaggio di ringraziamento al santuario di san Gommedio, ha ripreso a tuffarsi nelle acque stagnanti del profondo nulla.
Così, come si conviene ad ogni favola a lieto fine, possiamo concludere dicendo che vissero felici e contenti… Beh, felici e contenti, non proprio. E veramente, neanche che vissero! Per dirla con Oscar Wilde, esistono… e nulla più. P.S.:mi risulta che Gommelio, letto questo racconto, abbia esclamato: "Son tutte cose che ho sempre sostenuto anch'io", riferendosi a suo cugino Gommilio..! torna su
°°°°°°°°°°°°°°°°°°
-APOLOGIA DEL DISORDINE- Disordinati di tutto il mondo, o anche solo nazionali, regionali,
e persino padani,
uniamoci, facciamo quadrato di fronte a chi vorrebbe incasinare il nostro
ineccepibile casino; a chi ci vorrebbe convertire al piattume dilagante, con
la punteggiatura in regola e la banalità nei
contenuti! Diciamo: basta alla pedanteria dei
perfettini che non perdono occasione per ostentare la loro
inarrivabile quintessenza. E sapete perchè? Perchè, ne sono arciconvinto, i "perfettini" ci invidiano: ve lo assicuro. Di nascosto, quando nessuno li vede, fanno le prove per atteggiarsi a sregolati; ma che volete farci, è più forte di loro, non ci riescono, perchè, anche nella finzione, vengono sopraffatti da perniciosi sensi di frustrazione e corrono a sgridarsi davanti allo specchio. Ogni tanto, raramente per la verità, si odono rimbrotti provenire dagli appartamenti-santuario dei perfettini. Com'è possibile? si chiedono i vicini; ma sì, sono loro che si fanno una bella cazziata dopo una simulazione interrotta. Ci invidiano perchè ci considerano dei privilegiati, a cui tutto va perdonato, mentre essi non possono mai debordare da quelle quattro o cinque virgole esistenziali, così faticosamente somatizzate, pena il crollo rovinoso della loro reputazione. Provate a convincere un perfettino a fare, non dico una mattata, ma appena qualcosa di diverso dall'abituale; gli scompaginerete l'esistenza, gli si sbricioleranno i capisaldi ai quali è saldamente ancorato: l'ora canonica di cena, la partita in TV, Bonolis, l'approccio erotico con il (la) partner, fissato per le ore 22 del primo sabato di ogni bimestre, salvo preavviso da dare quattro giorni prima, in caso di impedimento. E poi, vuoi mettere... Se perdi tu le chiavi di casa, beh, non è piacevole restare fuori dalla porta, ma alla fine riuscirai a compatirti e chi ti conosce dirà con indulgenza: "che volete farci, poverino, è fatto così! Sempre lo stesso, non cambia mai! Ma venga dentro, si accomodi, intanto che le riparano la serratura". Ma se la medesima cosa capita a un perfettino, una tragedia! Intanto la figuraccia che rimedia presso chi è stato costantemente massacrato dalle sue lezioni di vita, al quale non sembrerà vero di potere, con finta comprensione (ma, con intima soddisfazione) esclamare: "Ma come, non riesco a crederci; da te... non è possibile, ma dai... dimmi che stai scherzando" E cerca la scusa più banale per allontanarsi, lasciandolo nella più tetra disperazione!. Ma, tuttosommato, i "perfettini" ci accettano, anzi, in un certo senso, non possono fare a meno di noi che, così diversi, riusciamo a esaltare, per antitesi, le loro "virtù". Immaginate due perfettini tra di loro: una concorrenza, una noia incredibile, ai limiti dell'esaurimento! Insomma, dopo un pò non si sopportano più! Se non fosse per i saldi principi di buona creanza che li pervadono, arriverebbero persino a malmenarsi! Fateci caso, raramente vedrete insieme due perfettini più di una settimana! La categoria invece di cui dobbiamo assolutamente diffidare è quella dei disordinati "pentiti"... I pentiti sono coloro che un tempo esercitavano la loro professione ai massimi livelli ed erano orgoglio e vanto di tutta la specie! Inappuntabili nel loro casino, non si facevano mai cogliere impreparati difronte a nessuna evenienza. Mai puntuali, anche quando sembrava che tutto filasse liscio, riuscivano a tirare fuori dal cilindro una sorpresa da mandare in oca il più tollerante dei perfettini! Quando uscivi con loro non sapevi mai come sarebbe andata a finire, perchè, sbagliare strada, scambiare lo zucchero col sale, perdere il treno o l'aereo, smarrire il portafoglio e persino la persona che li accompagnava, erano eventi di normale amministrazione. Ma un giorno accade loro qualcosa di mostruoso. Una disgrazia inattesa che gli spegne il lume della ragione: si invaghiscono di un (una) perfettino/a - questa è la causa principale, anche se non l'unica, della metamorfosi - e, facendo violenza alla loro stessa natura, iniziano a sottostare ai diktat del (della) partner, tipo: "qui non si può andare avanti così, vedi di darti una regolata, altrimenti... " oppure "in una coppia i compiti devono essere equamente suddivisi, altrimenti... " o, ancora più perfidamente, "fai come meglio credi, non voglio importi nulla, sia chiaro, ma forse sarebbe il caso che, per il momento, non frequentassi più il Tizio, visto che sei in fase di guarigione, altrimenti...". Un "altrimenti" metodicamente scandito come un passo militare che, teoricamente presupporrebbe un consiglio, un'alternativa, ma che nei fatti risuona come una intimidazione subdola e ultimativa. Diffidiamo sempre, noi che abbiamo avuto il coraggio di accettare, a tempo debito, le conseguenze dello "altrimenti... torni da tua madre" (e ci siamo tornati), da chi ci offre delle opzioni intercalate da un "altrimenti". Fateci caso, basterebbe un "o", un "oppure", un "se no", e invece si ricorre al roboante quadrisillabo "al-tri-men-ti", zeppo di consonanti dentali, come dire "non hai scampo, qui comando io, rassegnati". E il disordinato si rassegna, addio tempi spensierati, inizia a scimmiottare il suo mentore e, per dimostrare a sè stesso di essersi redento, è costretto ad abiurare il passato e quanto ne faceva parte. Sono loro i più ostili nei nostri confronti, perché incosciamente rappresentiamo ciò che vorrebbero essere ma, ahimè, non possono più! Ma noi non abbandoneremo queste infelici creature alla mercè dei perfettini; la nostra missione è quella di salvarli dal piattume quotidiano e riportarli, col fulgido esempio, sulla retta via!torna su
LA RECENSIONE 20-07-2004 10:30 | Recensione di Okkio
Testo recensito:
San Gommedio da
Gommaspoli
La risposta:
20-07-2004 da Andrè do Caboverde *************** la recensione di MASSIMILIANO BARLETTA:
************ Il parere di Anna Santoro dell' "Araba felice" Gentile
Andrea, scusi il ritardo con cui le rispondo. Ho trovato davvero
Egregio Sig. Ingianni
2) L'obiezione Mi è stato obiettato, a proposito del personaggio di Gommelio, che questi sarebbe inverosimile nella sua monolitica inessenza, pur considerandone la caricaturale tragicità. Possibile, mi si dice, che esistano esseri simili, incapaci di possedere la benchè minima pulsione che non sia finalizzata ad uno scopo egoistico di “sopravvivenza parassitaria” ? RISPONDO che intanto non pretendo di essere il Vangelo, e quindi la realtà che a me, filtrata dalle mie emozioni, dal mio personale sentire e vedere, appare in un certo modo, potrebbe essere di gran lunga diversa, e Gommelio rappresentare il migliore degli uomini, ed io il peggiore! Quella che non condivido, sotto il profilo puramente letterario, psicologico, sociale se vogliamo, è l'affermazione di inattendibilità di esseri simili. Io li ho battezzati “gommoidi”, ma potrebbero benissimo appellarsi con diversa espressione, "portaborse", ad esempio, o “quaquaraquà”,come li classifica Leonardo Sciascia (al quale di sicuro, anche se mi piacerebbe, non voglio paragonarmi). Nel celeberrimo romanzo “Il giorno della civetta”, così scrive: “Io – proseguì poi don Mariano (rivolgendosi al capitano Collodi) - ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini; i mezzi uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) cornuti e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezzi uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più giù: i cornuti, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…” Come si può constatare, quindi, i quaquaraquà, gommoidi, o portaborse che dir si voglia, sono un esercito, almeno secondo Sciascia !
|
|
|