I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

LA CAREZZA DEL DIAVOLO


Se ne stava lì, sontuoso, elegante e magico, mollemente indossato da un manichino, un vestito da donna rosso corallo.

Il suo prezzo insolitamente alto per i saldi di fine agosto, faceva si che molti dei passanti che si fermavano a guardarlo, tirassero dritto dopo pochi istanti, senza nemmeno entrare nel negozio.

Il negozio d’altra parte, non invogliava ad entrarvi.

la carezza del diavolo

Si trattava di una botteguccia dall’aspetto anonimo e scomposto, con una vetrina illuminata male e addobbata peggio, in cui il vestito emergeva come un gioiello in mezzo ai rifiuti.

Anzi, quell’abito, era talmente in contrasto con la scena che lo conteneva, da sembrare piovuto da chissà quale altro mondo, per uno strano capriccio del destino.

Eppure Ludmilla Cecova, non riusciva a staccargli gli occhi di dosso.

Quanto era bello! La linea sinuosa e appariscente senza essere volgare, la profonda scollatura ovale, fatta apposta per evidenziare seni rigogliosi, la gonna morbida e irregolare, avrebbero modellato il corpo di una donna, quasi come un provetto scultore.

Ludmilla, trasse fuori dalla sua consunta borsetta di strass così poco adatta all’ora e alla situazione, un portafoglio di finta pelle altrettanto malandato, e ci guardò dentro pensierosa.

Con qualche ora in più di lavoro, e un volenteroso sconto da parte del negoziante, il vestito avrebbe potuto essere suo.

Javrosh non sarebbe stato contento, anzi sarebbe stato addirittura furioso, ma al diavolo Javrosh e quella sua faccia da guitto di provincia, con quei baffoni spioventi e i piccoli occhi furbi e cattivi.

Di lui aveva ricordi dolorosi e mai avrebbe potuto liberarsi della nausea, mista alla paura, che le provocava la sua sola presenza. Ma il desiderio del vestito era troppo forte, e Ludmilla ci lasciò il cuore, mentre a passi lenti, si allontanava per la strada che già cominciava ad sfumarsi per le prime ombre della sera.

 Teresa aveva strani occhi miopi, che la costrinsero a increspare le palpebre, per ammirare il bel vestito rosso che era in vetrina.

“ E’ volgare!” Si disse, facendo una smorfia con le labbra sottili. Eppure !…

 Eppure quel vestito le piaceva. Provò ad immaginarselo addosso.

Certo non era più giovanissima, anzi non lo era affatto. E poi aveva un corpo robusto su gambe corte dai polpacci carnosi. Per non parlare del viso.

Anonimo a dir poco. Un viso piatto di ragazza vecchia, dall’espressione polverosa e austera, sul quale mai, per quel che ricordava, si era posato lo sguardo tenero di un uomo.

“ La gonna è ampia e le gambe le nasconde, la scollatura, beh! Il mio seno non è male. Chissà…”

Pensava lei, mordendosi le labbra. Ma non si decideva, sentendosi vagamente ridicola, a desiderare qualcosa di così poco adatto a se e alla sua età.

“ E poi il prezzo! Con tutti i saldi! Ma che ladri!”

Intanto pensava ai suoi risparmi più che sufficienti a concedersi quella pazzia.

Lavorava, ed era una donna sola dopotutto. Aveva scarse necessità e pochissimi desideri. I suoi risparmi sarebbero stati più che sufficienti.

“ Sono pazza.”Si disse, entrando nel negozio. Ma era già contenta.

 Giulia aveva gli occhi tristi. Grandi occhi scuri e senza luce. Quella luce interiore che da la serenità.

Il corpo sodo come racchiuso nel bozzolo di una solitudine interiore che la cingeva come una corazza.

Camminava per strada assorta, senza guardarsi intorno. I bambini dalla suocera, era uscita per commissioni che neanche ricordava.

In realtà voleva soltanto restare sola con se stessa. Si era fatta prendere da una inconcepibile pazzia, per un uomo che non l’amava, dimenticando Giorgio il compagno di sempre.

“ Non posso più sopportare questi tuoi silenzi, quello sguardo da cane bastonato che trascini per la casa…” Le diceva lui dolorosamente paziente.

“ Ho capito sai, cosa ti passa per la testa. Ti voglio bene, lo sai, ma non sopporto più averti accanto in questo modo. Se è lui che vuoi, abbi il coraggio…”

Il coraggio di cosa? Di lasciare un uomo che le voleva bene, la sua casa, la sua famiglia, per il niente, visto che l’altro non l’amava affatto e forse se la rideva di quella sua passione.

Fra loro non c’era stato niente. Qualche parola frettolosa e qualche sguardo di troppo. Tanto era bastato a lei per scoprire la potenza del suo desiderio. La forza del rimpianto per una vita diversa che non riusciva neanche a immaginare, ma che pure doveva esserci, da qualche parte ad aspettarla.

Ora che il tempo le scivolava dalle mani, e gli anni fuggivano come i grani di sabbia in una clessidra, le sembrava di dovere afferrare l’attimo e viverlo a tutti i costi, a qualunque prezzo.

Dare tutto per non avere niente, anche quello, forse, anche quello…

“ Non ti aspetterò ancora per molto.” Gli aveva detto Giorgio quella mattina stessa.

“ Se non posso averti com’eri, non ti voglio affatto.”

E com’era lei? Una mogliettina perfetta, carina quanto basta, affettuosa e accorta, sempre presente certo, e con l’inferno dentro, dei desideri irrisolti, delle parole mai dette, di troppi silenzi e di poche carezze…

E poi lo vide.

Un bel vestito rosso, il colore del corallo, così morbido e ricco. Un sogno.

“ Con quello addosso, si accorgerebbe di me finalmente. Gli piacerei di certo…” E già si immaginava, passargli davanti, facendo finta di non vederlo, ma sentendo il suo sguardo sulla pelle come una carezza.

“ Non sono niente male dopo tutto.” Cercava di convincersi.

Il prezzo era alto, ma non è mai troppo alto il prezzo di un desiderio così profondo e radicato, com’era il suo di vivere un sogno.

Guardò la sua immagine riflessa. Dove si era perduta la ragazza che era stata? In quali anfratti della vita si erano spente le sue illusioni e i sogni della sua giovinezza.

Eppure fino a poco tempo prima, non ci aveva badato, rassegnata forse ad una serenità discreta alla quale Giorgio l’aveva abituata.

L’incontro con Marco, era stato fatale. Da quanto tempo l’aspettava senza saperlo?

Ora questo magnifico vestito, l’avrebbe comprato soltanto per lui. Perché lui la “vedesse” finalmente. Perché lui si accorgesse del suo esistere.

Con un sospiro, tirò fuori la carta di credito.

 “ Le sta d’incanto, signorina.” Stava dicendo il negoziante, guardandola con aria compiaciuta.

Ludmilla, si lisciò soddisfatta il vestito sui fianchi torniti. Aveva vent’anni, ma ne dimostrava dieci di più. Piccole rughe di inquietudine, contornavano i suoi occhi di un celeste sbiadito.

Ma il rosso metteva in risalto il biondo naturale dei capelli e la pelle rosea di ucraina di cui era orgogliosa.

Il suo corpo forse un po’ troppo pieno, era scolpito magnificamente dalla linea avvolgente dell’abito.

I sandali argentei col tacco a spillo che indossava, si armonizzavano perfettamente.

Ludmilla, guardò il negoziante, un uomo piccolo e grasso, con una gran corona di capelli di un grigio sporco intorno alla chierica, e piccoli occhietti furbi dallo sguardo obliquo.

“ Va bene, lo prendo.” Gli disse soddisfatta.

Al diavolo Javrosh. Farà l’inferno questo è certo. Pensava fra se con una vaga inquietudine. Aveva speso tutto il guadagno della giornata.

Ludmilla alzò le spalle. Non voleva pensarci e non ci avrebbe pensato.

“ Voglio tenerlo addosso. Mi incarti i miei vecchi abiti.” Disse al negoziante e si accinse a pagare.

 Teresa si guardò allo specchio pensierosa. D’altra parte il vestito non poteva certo fare miracoli. E se almeno quello stupido ometto avesse smesso di fissarla! Si sentiva così in imbarazzo.

“ Signora!” “ Signorina, prego! Non sono sposata.” Puntualizzò lei.

“Signorina, allora, ho qui delle scarpe più adatte a questo abito, di quelle che lei indossa. Le provi! Dovrebbero essere della sua misura. Se acquisterà il vestito, gliele cedo in omaggio.” Disse lui paziente, tirando fuori da chissà dove un paio di chanel di vernice nera, dal tacco non troppo alto ma sottile. Un paio di scarpe veramente eleganti che a Teresa piacquero subito.

Si affrettò ad indossarle.

Ora si!

Si guardò ammirata. Non sembrava neanche più lei. Che dire? Appariva più slanciata, più magra, più giovane.

Teresa non credeva ai suoi occhi. Si girò su se stessa, guardandosi da tutte le angolazioni.

Una giovane donna, quella che non era mai stata, le sorrideva dallo specchio.

Il vestito le aderiva sui fianchi, mettendone in evidenza le rotondità, il seno pieno sembrava esplodere attraverso la stoffa sottile, il cui colore vivido accendeva di luce i suoi occhi. Dov’era finito lo sguardo spento che aveva sempre? E il giro vita? Possibile che fosse così sottile e che lei non se ne fosse mai accorta?  Teresa sorrise.

“ E’ caro, ma lo compro. Anzi voglio tenerlo addosso. Mi impacchetti pure tutto il resto.” Disse alludendo ai suoi abiti e alle scarpe abbandonati in un angolo.

Il negoziante sorrideva compiaciuto continuando a parlarle con fare adulatorio.

“ Vedrà che non se ne pentirà signorina. Le mie clienti non restano mai deluse. Ottengono sempre quello che veramente vogliono…”

Qualcosa nel tono dell’uomo, attirò l’attenzione di Teresa che alzò gli occhi e lo guardò inquieta. L’ometto però era tutto preso a confezionare il pacchetto che poi le diede.

Teresa uscì nella strada su cui il sole lentamente tramontava.

 

“ Signora, non ho il pass per la carta di credito. Ma se il vestito le piace, lo prenda. Mi pagherà domani.” Giulia guardò pensierosa il negoziante pensando: “ Ma se nemmeno mi conosce sto’qua!”

Eppure non aveva proprio voglia di togliersi il vestito di dosso per indossare di nuovo i suoi abiti, e andare al più vicino bancomat a prelevare.

“ Ma, non saprei…” Si provò ad obiettare.

“ Niente ma, signora. Provi queste scarpine di capretto bianco. Sono della sua misura ad occhio, e si armonizzano col vestito.”

Era vero! Appena le mise ai piedi, a Giulia sembrò di camminare su una nuvola.

Si guardò allo specchio. I suoi capelli ramati dal taglio sbarazzino, brillavano di riflessi di fuoco, come le sue guance appena arrossate. Lo sguardo era luminoso sulla pelle chiara del viso. Il corpo snello era eretto come non lo era mai stato, i piccoli seni, alti, di ragazza, sembravano bucare la stoffa.

“ Dio! Sono quasi bella!” Pensò, e lo era davvero con quella luce di felicità che gli covava negli occhi.

“ Farò finta di passare davanti a casa sua, per caso. Chissà, potrei anche incontrarlo.” Pensò e il respiro le si fece affannoso. Il negoziante la guardava soddisfatto. I suoi piccoli occhietti furbi avevano la vuota fissità di quelli di una serpe.

“ Questo tizio non mi piace, e questo negozio è orribile.” Si disse Giulia ma poi tornò a guardarsi nello specchio.

Non riusciva a staccare gli occhi dall’immagine riflessa. Era lei eppure non lo era. C’era tutta la sua giovinezza perduta, la voglia di vivere, l’allegria del “ Prima”. Prima di Giorgio, prima dei figli, prima…

Povero vecchio Giorgio, così prontamente dimenticato, dietro l’immagine di Marco , la sua bellezza trascurata e noncurante. Marco che non l’amava ma forse ora l’avrebbe desiderata, forse…

“ D’accordo, lo prendo. Passerò a pagare domani. Ma le scarpe?”

“ Le scarpe sono omaggio della ditta ad una così bella signora.” Rispose l’ometto con voce suadente.

 

“ Voglio proprio entrare a prendere una tazza di te, in quel locale alla moda in via Condotti. Li non le fanno entrare quelle come me. Ma stasera, con questo vestito sono una signora, e poi conosco l’italiano meglio di loro. L’ ho imparato bene in appena sei anni. Mi siederò al tavolino e dirò cameriere! E quello dovrà servirmi. Si. Sarà una bella soddisfazione.”

Ludmilla si bagnò le labbra carnose e affrettò il passo. C’era tempo fino all’appuntamento con Javrosh. Camminava spedita, incurante degli sguardi di ammirazione che gli uomini le rivolgevano. Aveva nausea degli uomini Ludmilla, che fossero belli o brutti, giovani o vecchi, magri o grassi, erano tutti porci. Avevano distrutto la sua infanzia e profanato la sua adolescenza. I suoi vent’anni ne contenevano cento.

Entrò al “Cervo d’oro” a testa alta, le spalle erette, senza guardarsi intorno e andò a sedersi ad un tavolino centrale.

“ Vuole ordinare signorina? O aspetta qualcuno.” Le chiese un cameriere premuroso

“ Mi porti un te, per favore, e una pasta alla crema.” Disse Ludmilla con voce fredda.

Il te fu seguito da un succo di frutta e da un’altra pasta. Intanto il locale si era riempito. Non c’era più un solo tavolo libero. Tutta bella gente elegante, con bei vestiti e gioielli. Ludmilla si guardava intorno incantata. Non aveva nessuna voglia di andar via. Avrebbe voluto restare lì dentro per l’eternità.

Ad un tratto una voce giovanile la riscosse dai suoi pensieri.

“ Scusa! Ti dispiace se mi siedo al tuo tavolo? Ho appuntamento con certi miei amici, ma gli altri tavoli sono occupati…”

Ludmilla si voltò in direzione della voce, e si trovò davanti una ragazza.

Alta, magra, vestita di un jeans tutto tagliato, ma che denunciava dal marchio di essere molto costoso, e sopra un top nero di strass molto scollato, doveva avere più o meno la sua età, ma a Ludmilla sembrò un’aliena.

Senza aspettare risposta, la ragazza si sedette e prese a chiacchierare cordialmente. Fatte le presentazioni, Sofia, così si chiamava, raccontò che aspettava i suoi amici per andare ad una festa, e giù a descrivere questa festa con tutti i particolari, gli invitati, la musica. Ludmilla la guardava rapita. Una festa! Lei non aveva mai partecipato ad una festa di quel tipo. Anzi non aveva mai frequentato giovani della sua età, ma solo uomini alti, bassi, giovani, vecchi, grassi, magri…

La ragazza parlava senza pause con la sua voce guizzante. Ad un tratto disse:” Senti. Perché non vieni anche tu? Hai il vestito adatto. Dai! Ci divertiremo. Guarda, manco li aspettiamo questi cafoni dei miei amici. L’indirizzo lo conosco. Possiamo andarci subito.”

Ludmilla spalancò la bocca per lo stupore. La stava invitando! La stava invitando davvero! Proprio lei Ludmilla Cecova, un’ucraina qualunque senza permesso di soggiorno. Quando le sarebbe capitata un’altra occasione? E Javrosh? Al diavolo Javrosh.

“ D’accordo, verrò volentieri.” Rispose, e la sua voce nel mormorio diffuso del locale, sembrò quasi un sussurro. 

 

 

Teresa camminava per strada come in trance. Non voleva proprio rincasare in una serata così bella, e poi sarebbe stato un peccato con quel bel vestito appena acquistato.

D’accordo, era stata una pazzia. In che occasioni avrebbe potuto indossarlo? Lei non frequentava nessuno, non andava mai in nessun posto.

“ Vorrà dire che comincerò adesso.” Si disse ad alta voce continuando a camminare nelle sue scarpine eleganti, conscia degli sguardi di ammirazione che la seguivano. Ed era la prima volta in vita sua!

Non l’avrebbe creduto possibile. Non era mai successo, e poi dicono che l’abito non fa il monaco!

“ Signorina! Signorina!” A un tratto si sentì chiamare.

” E’ un pezzo che cerco di raggiungerla, ha dimenticato questa busta nel negozio di mio zio.”

La busta con i vestiti vecchi! Se l’era dimenticata.

Teresa si girò e si trovò di fronte il ragazzo più bello che avesse mai visto. Alto, bruno, con una gran massa di capelli scuri e una pelle naturalmente ambrata.

Forse il suo viso non era poi bellissimo, con quei piccoli occhi chiari dallo sguardo freddo, ma il sorriso era simpatico.

Lo ringraziò, ma lui non sembrava intenzionato ad andarsene. La guardava ammirato, in un modo in cui nessuno l’aveva guardata. Eppure doveva avere come minimo dieci anni meno di lei.

Si misero a chiacchierare. Anzi era lui che chiacchierava, lei si limitava a guardarlo dicendosi che non era bello dare confidenza agli sconosciuti.

Ma non poteva farne a meno. I suoi occhi trasparenti la incatenavano. Vi leggeva un ammirazione che lei non aveva mai conosciuto. La sua voce carezzevole, le intorpidiva i sensi come una droga.

Cominciarono a passeggiare. Teresa si scoprì a raccontargli di lei, della sua vita, della sua solitudine.

Lui era un buon ascoltatore, rispondeva al momento giusto, sollecitandola a continuare nelle sue confidenze. Con fare distratto le sfiorava il braccio con le mani nervose, procurandole piccoli brividi di sconosciuto piacere.

Andarono a cenare in una piccola trattoria. E a lei non dispiacque di pagare il conto, pur di non interrompere quell’incontro.

Non seppe mai né come né perché, ma ad un tratto si trovarono sotto casa sua e Teresa, inorridita di fronte alla sua stessa audacia, lo invitò a salire…

 

Giulia si diede della stupida. Ferma sotto la casa di Marco, mentre la notte scendeva sopra la città, non sapeva cosa fare.

Suonare il citofono? Assurdo, non se ne parlava nemmeno. Come aveva potuto pensare di incontrarlo per caso sotto il portone? Queste cose accadono solo nei film.

Intanto si faceva tardi. Forse era il caso di tornare. E così si avviò, mentre la delusione le appannava lo sguardo. Il vestito, tutti quei sodi che domani avrebbe dovuto pagare, tutto inutile.

Aveva appena girato l’angolo, che una macchina le si affiancò, e una voce fin troppo nota le disse:

“ Giulia! Che diavolo ci fai da queste parti?” Marco la guardava ironico e il suo sguardo rendeva superflua la domanda.

Lei si fermò confusa, senza sapere cosa dire. Balbettò qualche scusa poco credibile mentre lui la guardava sornione in un modo che la fece arrossire di dispetto.

“ Ma come sei elegante! Questo vestito ti sta benissimo. Sei a caccia di conquiste?” L’avrebbe schiaffeggiato, ma si sentiva come una ragazzina al primo appuntamento.

“ Dai sali.” Esclamò lui.” E’ quasi ora di cena, ti offro un aperitivo.”

Giulia avrebbe dovuto dire qualcosa, magari rifiutare cortesemente con qualche scusa, ma non aspettava altro e aveva il cuore al galoppo, mentre gli si sedeva accanto, inebriandosi della sua colonia che l’avvolse come una nuvola.

Dopo l’aperitivo, lui la invitò a cena in una trattoria di periferia nella quale Giulia si sentì a disagio nel suo vestito eccessivamente elegante. Ma lui parlava, parlava, ora scherzoso ora pensieroso di una ragazza che gli piaceva, del suo lavoro, dei suoi pensieri, permettendole talvolta di intromettersi nel fluire distratto e contorto dei suoi ragionamenti. Ad un tratto squillò il telefonino. Giorgio! Giulia infastidita lo spense…

 

La casa era lussuosa. Una vera villa. C’erano tanti ragazzi e ragazze della sua età, musica ad alto volume, liquori. A Ludmilla sembrava di vivere un sogno.

Ogni tanto il ricordo di Javrosh, si intrometteva, fastidioso, nei suoi pensieri. Lo scacciava subito, niente avrebbe dovuto rovinare quell’incanto.

Fu presentata a tutti, quasi fosse una di loro. Qualcuno cominciò a farle la corte, mentre le ore scivolavano dolcemente nella notte.

Fra un ballo e l’altro, fra chiacchiere fatue che a lei sembrarono comunque piacevoli, il tempo passava senza che se ne accorgesse.

Gli ospiti cominciarono ad andar via. Alla fine rimasero in dieci. Qualcuno ad un tratto tirò fuori una polverina bianca che Ludmilla conosceva fin troppo bene e che aveva sempre rifiutato di prendere.

“ Provala!” La esortavano i suoi nuovi amici. Ludmilla si guardò intorno. Dov’era Sofia? Era andata via?

“ Provala!” Continuavano quelli, e le erano tutti addosso come piccoli lupi famelici. Le iridi dilatate, le narici frementi.

“Vedrai ti farà stare bene. Come ti divertirai, dopo.” Ludmilla si sentì smarrita. Che fare? Voleva essere una di loro, almeno per quella notte. Che sarà mai, si disse, per una volta?

 

Teresa, si guardava incredula, come dall’esterno, mentre fra le braccia del ragazzo sconosciuto, rispondeva ai suoi baci e alle sue carezze.

Il bel vestito rosso buttato in un angolo, era tornata ad essere se stessa, una donna non più giovane, sola e certe volte disperata. Possibile che lui non vedesse il suo corpo non più fresco, o il suo viso anonimo e spento?

Come aveva fatto ad arrivare a quel punto? Ma lui l’abbracciava come se l’amasse. I gesti pigri e dolci con cui esplorava il suo corpo! Con movimenti lenti la spinse, quasi suo malgrado nel mondo del piacere.

Lei si scoprì a cercare sensazioni sconosciute sulla pelle liscia di lui. Avrebbe voluto che quella notte non finisse mai. Avrebbe voluto dilatare le ore e i minuti, all’infinito, in quel languore denso che l’avvolgeva come un vapore.

Lui le sussurrava parole d’amore che lei non conosceva ma a cui faceva finta di credere, presa nel vortice del suo stesso desiderio che esplodeva in lei, dopo anni di silenzio. E tutta la sua vita si disciolse, in quell’attimo supremo in cui il tempo sembrò fermarsi, sfiorando l’assoluto…

Dopo, scivolò in un sonno profondo e senza sogni.

 Un motel. L’aveva portata in un motel, neanche a casa sua.! E lei? Perché ci era andata?

Eppure si trovava lì, in quella stanza anonima e un po’ squallida, a guardare imbarazzata, il copriletto a fiori di stoffa scadente, i mobili di compensato. L’armadio a muro con le ante sbrecciate.

Si sentiva il cuore in una morsa, mentre lui parlava, indifferente al suo turbamento. Lo sguardo ironico di sempre ma forse più freddo, quasi sarcastico.

“ E’ questo che vuoi?” Sembrava dirle quello sguardo.

No. Non era questo ciò che lei voleva. Non così l’aveva sognato quell’incontro, ma con il romanticismo falso e un po’ melenso dei romanzetti rosa, che leggeva di nascosto, perché se ne vergognava, nei pomeriggi sterminati di quella sua vita vuota.

Eppure rimaneva lì inchiodata in quella stanza come per un destino inevitabile a cui era impossibile sottrarsi.

Lui cominciò a spogliarsi, senza neanche guardarla. Il suo corpo magro, slanciato e forte, le parve ad un tratto ostile e freddo.

Ripiegava i vestiti meticolosamente e li riponeva sulla sedia accanto al letto, Giulia guardandolo, sentiva la delusione soffocarle l’anima. In quella stanza estranea, la freddezza di lui la sommergeva, annientandola, eppure tirò giù la lampo del vestito.

 

Il poliziotto scattava le foto al cadavere abbandonato sul bordo del canale. Giaceva scomposto, come disarticolato, il corpo di una donna, il bel vestito rosso macchiato in più punti e sgualcito, aveva la fissità vacua di una bambola di pezza.

“ Di cosa è morta?” Chiese un passante, rabbrividendo nella fresca brezza dell’alba

“Non c’è niente da vedere, prego!” Rispose un altro agente, cercando di allontanarlo.

“ Ma di che è morta.” Insistette quello, ma non ottenne risposta.

Vicino al cadavere una borsetta di strass dall’aria consunta.

“ Aspettiamo il giudice istruttore?” Chiese un altro agente ad un collega.

“ Chi l’ ha trovata? Prendi la deposizione.”Poco lontano un barbone dall’aria sporca e stropicciata, guardava la scena con lo sguardo vuoto. Il suo cane tenuto al guinzaglio da uno spago, raspava il terreno mugolando.

“L’ ha trovata quello lì.” Disse qualcuno alludendo al barbone,” Ma non credo che sarà in grado di dirci qualcosa di importante.”

“ Finiscono tutte così.” Disse un agente scotendo la testa.

In lontananza, si sentì la sirena dell’autoambulanza che arrivava, per portar via il corpo…

 Teresa si svegliò all’improvviso, sul fare dell’alba.

Del ragazzo nessuna traccia, ma ancora l’afrore del suo corpo impregnava l’aria viziata della stanza.

Era andato via come un ladro, senza svegliarla…COME UN LADRO!

Teresa, scese dal letto in fretta, col cuore che batteva all’impazzata. Aprì con violenza il cassetto del comò, sollevò la biancheria e…non c’erano più.

I suoi soldi, quelli per le spese correnti, qualche duecento euro, per fortuna il grosso era in banca. Sorrise, ma poi un altro pensiero la colse. I gioielli di sua madre!

Corse a guardare nel nascondiglio dove li teneva. Per fortuna c’ erano. Lui non li aveva trovati. Forse neanche cercati. Che rabbia! Piccolo mascalzone lestofante. Le era costata questa notte d’amore. La prima e forse l’ultima della sua vita.

Ma ne era valsa la pena, ah! Se ne era valsala pena!

O forse no. Perché adesso come rientrare nel forzato grigiore della sua vita di sempre?

Come accettare la solitudine, il vuoto delle sue giornate.

Guardò il vestito rosso abbandonato in un angolo, lì dove lui l’aveva fatto cadere quando gliel’aveva sfilato, con sapiente lentezza, la notte prima.

Nella luce livida dell’alba, era poco più di uno straccio, neppure di fattura accurata. Un vestito come tanti altri, appena un po’ volgare, aveva perso tutta la sua magia.

E lei con lui.

Le occhiaie sotto gli occhi spenti, la carne leggermente flaccida, sotto le braccia piene. Il viso e il corpo di una ragazza vecchia, avviata ormai sul viale del tramonto.

“ Sei stata una sciocca, ragazza mia.” Si disse stizzita. Ma lui le aveva lasciato i suoi artigli nell’anima, e la traccia nel sangue, di qualcosa che non lascia scampo, come lei avrebbe scoperto qualche mese dopo, durante un controllo medico del tutto casuale…

 Ma come aveva fatto ad addormentarsi? Come aveva potuto essere così stupida? E adesso?

Era mattina inoltrata e Giulia era sola nella stanza del motel.

Qualcuno della reception, aveva telefonato, svegliandola, per dirle che il conto era stato pagato e lei doveva lasciare la stanza.

Marco era andato via, a quanto pare senza neppure salutarla.

Niente era andato come avrebbe voluto quella notte.

Lui aveva fatto l’amore quasi senza desiderio. In fretta, i modi bruschi di chi non vorrebbe ma deve.

E perché poi? Perché doveva? Il sogno di mesi, svanito in pochi gesti frettolosi. Bruciato da un’indifferenza dolorosa.

Giulia si guardò intorno. Nella luce spietata del giorno, lo squallore di quella stanza le esplose nel cervello. Il copriletto fiorato volgare, gli angoli polverosi, la carta da parati scollata in più punti.

Almeno aveva pagato il conto. Guardò il comodino, aspettandosi quasi di trovare del denaro anche per lei. Non ce n’era, per fortuna, gli  occhi le si riempirono di lacrime.

I BAMBINI! I bambini dalla suocera, e Giorgio? Che avrebbe detto a Giorgio? Come giustificare l’assenza di una notte intera?

Se almeno non si fosse addormentata, avrebbe potuto trovare una scusa, forse.

Ma adesso?

Ma non c’erano scuse comunque. Non potevano essercene dopo una notte come quella. Dopo quel sesso cercato con l’illusione dell’amore.

Guardò il vestito rosso, piegato accuratamente su una seggiola. L’avrebbe lasciato lì, non avrebbe più avuto il coraggio di indossarlo, non dopo quella notte, e doveva ancora pagarlo! Aprì la busta dei suoi vecchi abiti e li indossò. A casa avrebbe fatto una doccia. A casa…

Aveva dentro un vuoto che niente avrebbe potuto riempire, se anche Giorgio l’avesse perdonata, se anche lei avesse perdonato se stessa.

Accese il telefonino, c’erano dieci chiamate non risposte…l’angoscia di Giorgio lampeggiava nei numeri colorati del display…

Uscendo dalla stanza, mentre scendeva le scale, l’accolse il suono monotono della voce di uno speaker emesso da qualche radio chissà dove.

 “ Questa mattina all’alba, è stato rivenuto sul lato sinistro del canale, il cadavere di una giovane donna. Dai documenti risulta essere una ucraina di vent’anni, Ludmilla Cecova. La ragazza, senza permesso di soggiorno, risulta segnalata in questura come prostituta. Sconosciute per ora le cause della morte, sul corpo non risultano segni di violenza. La polizia ipotizza un overdose…”

ULTIMI FUOCHI ALL'OMBRA DELLA SERA

il ventre profondo dell'america