I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

STORIA DI UN KAMIKAZE

 

Le braccia tese verso il cielo, gli occhi persi nel nulla.

“ Non voglio morire” gridava, ma Yassim aveva la bomba! Aveva la bomba come un’altra pelle avvolta sui fianchi stretti di ragazzo. Una pelle di tritolo che pizzicava sotto il sole implacabile, sotto l’occhio freddo dei mitra spianati.

Gli batteva il cuore a Yassim come il rombo di un tuono lontano, sulla terra che trema sotto i cingoli dei carri armati.

Gli hanno promesso un paradiso di donne bellissime se scoppierà con la bomba portandosi dietro quanti più nemici è possibile.

Nemici che hanno i suoi occhi, i suoi stessi capelli, il cuore che batte nello stesso modo sotto il sole implacabile, ma credono in un altro Dio e ora lo fissano imbracciando i mitra, pronti a sparare se solo accenna ad abbassare le braccia, perché Yassim aveva la bomba e se li porterebbe via tutti se solo potesse.

E l’odio ha un odore aspro di sangue e sudore, della polvere delle case abbattute dai bulldozer.

Ha il colore della terra perduta, dove adesso vivono altri, dove non è possibile tornare.

Ha il sapore delle lacrime delle madri che non hanno più la forza per piangere i figli perduti.

Ma Yassim aveva la bomba!

Quanto è grande la disperazione di un popolo che manda al macello i suoi stessi figli, che uccide il suo futuro, perché la morte e la vita si confondono. Perché al dolore non c’è più scampo, e la speranza è morta quando le pietre non sono servite a combattere contro i carri armati.

Prigionieri della stessa ferocia, vincitori e vinti confondono torti e ragioni in una scia di sangue che non ha mai fine.

Ma Yassim aveva la bomba, Un ragazzo come tanti, neanche troppo intelligente, forse, o solo troppo disperato per il quale la vita si confonde con il sogno del martirio.

In piedi, il vuoto intorno, la paura che scivola sulla pelle come il sudore,Yassim non vuole morire.

Non vogliono morire i soldati col mitra spianato, le persone sugli autobus, i giovani all’uscita dalle discoteche , i ragazzi che tirano pietre con le scarpe sfondate, le madri che piangono fra le rovine delle case abbattute, le ragazze che non saranno mai madri.

Non vogliono morire, ma non sanno che sono già morti, se non oggi, domani. Sono morti che camminano sul sentiero dell’odio che non lascia scampo, che non porta da nessuna parte, che distrugge il seme della vita, lasciando solo un deserto rosso di sangue.

Il viso di Yassim è su tutti i giornali, sparuto, perso. Intorno i soldati con i mitra spianati che in lui non vedono il ragazzo che è: 14 anni o forse 16.

Perché Yassim aveva la bomba, a 14 anni, o a 20, o a 10, cosa importa? Come lui tanti altri, senza nomi, senza volti. Corpi avvolti in cinture di tritolo, dietro al filo spinato di un immenso ghetto. E sono tanti, troppi, avvolti nell’odio come in un sudario.

E arriveranno i missili per gli omicidi mirati, e poi i bulldozer ad abbattere case. Ma con la morte a soffiare sul collo, usciranno i ragazzi dalle discoteche, andranno le persone alla fermata dei tram, le donne nei grandi magazzini, nella vita che continua a dispetto di tutto.

Perfino Dio gira il volto per non vedere ciò che si compie sulla terra di Palestina, perfino Dio non ascolta il grido di dolore delle madri dell’una e dell’altra parte che si alza verso il cielo.

E i cuori sono come le pietre di questa terra, duri, sconfitti e persi.

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