I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

IO SONO ILGIOCO


Sono parole tue, usate qui sotto. Tutte contenute in quest'unico messaggio.
Leggile, una per una... ognuna può portare ad uno sviluppo interessante per non dire... intrigante.
Percorrerle tutte significa far crescere a dismisura, quel labirinto in cui siamo finiti... e che forse vogliamo percorrere.
Perché io e te... siamo tante cose... e non ci bastiamo mai.
Perché scoprire qualcosa di noi (paura?, sacrificio?) che ci suona inaspettato, inatteso... non preventivato, ci fa scattare
l'attenzione.

Mette in moto nuove sinapsi, collegamenti, ricordi, scenari,
situazioni... ci solleva dalla quotidianità che tanto odiamo e che ci soffoca.
Non è forse così?...

E in tutto questo... io so, dove la costruzione del labirinto, della tela e della ragnatela... voglio mi conduca.

Voglio che mi porti... a Te.

... e adesso dimmi... che questo, ti fa... paura.
Voglio sentirmelo dire... Perché così... tutto è più vero.

Nel frattempo... qualunque cosa è ammessa. Qualunque... "senza limiti né controllo".

Tu senza volto, solo un flusso di pensiero che però inonda ogni cosa.
Cosa può esserci di peggio? Un uomo in carne ed ossa lo puoi circoscrivere, lo puoi incasellare in qualche categoria tranquillizzante: bello, brutto, intelligente, stupido, allegro triste.
Ma tu sei tutto e niente. un flusso di parole che incantano come lo sguardo di un cobra.

“E tu sei quella che io voglio.
Non mi avresti seguito, altrimenti.
Non avresti capito tutto.
Percorrermi è quello che vuoi. Perché... io ti servo.
Non t'importa chi io sia. T'importa quello che ti do... e
quello che, in questa dimensione, contemporaneamente, sai che non puoi avere.
Sono l'uomo da costruire nelle tue fantasie... l'uomo perfetto
e imperfetto insieme, quello da disprezzare o da amare.
L'uomo che puoi distruggere con un click, in qualunque momento... e far rinascere diverso, per ogni tuo stato d'animo... e per ogni donna che è dentro di te. (quante donne sei Nickita…?)
Ci alimentiamo a vicenda.. perché, a differenza di quello che c'è là fuori, noi qui, siamo gli dei e i derelitti insieme, che tutto e niente possono fare.
Esaltante, non trovi?
Nessun difetto, nessun sgradevole effetto collaterale... nessuna pressione, esigenza, pretesa, obbligo... fisico o morale.
Solamente... Noi, nella nostra pura... incontaminata... superiore o misera... essenza.
Possiamo congetturare su concetti sublimi o abbandonarci e lasciarci impadronire dai peggiori istinti. Con la stessa sublime leggerezza.
In fondo, possiamo realizzare il sogno ancestrale di uomini e donne, dalla notte dei tempi: Angeli e diavoli, spirito e carne... bene e male. Che convivono.
Vorrei guardarli i tuoi occhi anche solo per un milionesimo di secondo, sicuro di trovaci la conferma di quello che penso di te entrare in loro fino a scardinarti anima e certezze
perché a volte incrociando degli occhi si scopre di avere incontrato un animale della stessa specie"

Nickita sorride, le lunghe dita appoggiate con leggerezza sulla tastiera del pc.
Sente uno strano languore, come un formicolio alla bocca dello stomaco.
Il suo amico misterioso. L’uomo nero che incontra ogni notte. Woolf.
Era come una droga. Non avrebbe potuto o saputo più farne a meno.
Di giorno era Stefania, segretaria in carriera sempre in fuga dalle mani lunghe del suo capo, il ragionier Biscatti.
Trent’anni di noia, di fuoco e di lacrime.
Trent’anni di amori più o meno felici, avventure da una botta e via, incontri fugaci, ma con lui era diverso.
Lui era L’UOMO, il maschio, il fallo onnipotente.
E lei era Nickita.
Torna a guardare lo schermo del computer, chiedendosi quando e se avrebbe ricevuto la prossima mail.
Di lui non conosceva nulla, neanche che aspetto avesse, neanche il suono della sua voce, tanto meno il suo vero nome.
Questo le piaceva.
Lui al contrario diceva di conoscere tutto di lei. Forse era vero, forse no. Non l’avrebbe aiutato.
Tutto ciò che le importava era il flusso delle sue parole che scorrevano sullo schermo del computer.
Nickita si alza. Per quella notte non ci sarebbero state altre mail, Stefania poteva andare a dormire.
Sarebbe stata una notte lunga, e un giorno ancora più lungo…

Il ragionier Biscatti la guardava. Non faceva niente per nascondere l’eccitazione a stento contenuta nella patta dei pantaloni.
Porco! Lo faceva apposta, la chiamava in ufficio con una scusa qualunque. Faceva in modo che lei gli stesse vicino e poi quasi per caso, allungava la mano…
Una volta era il braccio ad essere sfiorato, un’altra volta era il seno o addirittura il sedere.
Molestie sessuali. Avrebbe dovuto denunciarlo.
Stefania se lo ripeteva spesso ma non si decideva mai.
Anche quella mattina l’aveva chiamata con la scusa di rivedere certi conti che avevano già analizzato il giorno prima senza trovarvi niente di irregolare.
Ora le stava davanti e parlava, parlava…facendo attenzione a che lei vedesse perfettamente lo stato in cui era.
Questo lo eccitava ancora di più e involontariamente eccitava anche lei Stefania, che sentiva come uno strano calore, un senso di attesa.
Pochi colpi alla porta, Biscatti velocemente andò a sedersi dietro la scrivania. Appena prima che con passo sicuro entrasse sua moglie, la signora Giulia.
Gran bella donna, alta, lunghi capelli scuri, occhi di gazzella eppure con un che di freddo, di distante, una bambola muta.
Stefania si congedò con una scusa, lasciandoli ai loro discorsi.
La giornata passò lentamente fra noiose scartoffie e tentativi mal riusciti di sfuggire alle attenzioni del capo.
La pausa pranzo con le colleghe a pettegolare sedute al bancone della rosticceria più vicina, fu un momento di crepuscolare abbrutimento.
Tutta la vita così, un giorno dietro l’altro, un giorno identico all’altro.
La sua bellezza sprecata in inutili momenti vuoti che si accavallavano gli uni agli altri lasciandola vuota di desideri e di energie.
Ma la notte tornava Nickita e soprattutto tornava Woolf, LUI, l’uomo misterioso…

“Ieri sera ti ho visto. Anche tu mi hai visto.
... Si... Ti ho vista nel preciso istante... in cui mi è mancato un battito al cuore.
Mi hai lanciato un lungo sguardo...
... sei un magnete per me... ti avverto anche senza vederti. Sento la tua presenza. Il tuo sguardo non lo posso sfuggire. Tu mi guardi nella... pancia, non negli occhi...
Che voleva dire quello sguardo?
... non lo hai sentito scendere lungo la schiena? Sotto il vestito?
Imperlarti di piccole gocce di sudore la confluenza dei seni? Seccarti la gola?”

Nickita legge la mail con una strana ansia. E se lui la conoscesse davvero? E se lui sapesse veramente il suo nome e conoscesse il suo aspetto reale? Certe volte Woolf era così realistico nei suoi discorsi che le riusciva difficile pensare che la loro fosse una pura relazione virtuale fra sconosciuti.
E se fosse stato Alex? Quel collega che le piaceva tanto, che al solo guardarlo le pareva di sentire le farfalle nel cuore?

Nickita chiude gli occhi o forse è Stefania a farlo, e nella mente lo vede, alto, slanciato, lo sguardo sornione e il sorriso vagamente ironico.
Istintivamente le dita corrono alla tastiera e lei risponde come se Woolf fosse lui.
“ Quel tuo corpo slanciato, quell'andatura noncurante che non posso fare a meno di... Sento che ti piaccio.
Quando mi cerchi con lo sguardo fra la folla e poi ti fermi a guardarmi da lontano, incurante che io me ne accorga.
Quando salutando gli altri l’ultimo sguardo è per me.
Ti faccio dunque così paura?
Mi piaci così tanto con la camicia stropicciata sciolta sui jeans, la sigaretta all’angolo della bocca e quello sguardo…
E’ vero lo sento sotto i vestiti il tuo sguardo. Vorrei strapparti dalla faccia quel sorriso.
Vorrei inchiodarti a terra con le braccia a croce, vulnerabile nel tuo desiderio per me e io padrona di portarti in paradiso o scacciarti all’inferno in un momento.
Ma tu ti fai desiderare, invulnerabile e lontano.
Con quella indifferenza che in mezzo agli altri manifesti, mi fai sentire come una farfalla prigioniera in una scatola di vetro.
Parlo, mi agito, sorrido nei miei vestiti aderenti che strappano gli sguardi, ma il tuo resta dolcemente remoto, negandomi i pensieri.
E io immagino di aprire un bottone dopo l’altro quella tua camicia sgualcita e passare le mani sul tuo petto abbronzato…vorrei vedere allora se conserveresti ancora quell’adorabile distacco che tanto mi intriga…”

Cosa avrebbe risposto Woolf? Avrebbe accettato di incarnarsi nella sua fantasia?
La risposta arrivò la notte successiva.
“Neppure il tuo profumo, riesce a nascondere l'odore della tua voglia... di me.
Voglia che vedo sotto il tuo vestito, ti cola tra le gambe, ti
appiccica la gonna. Lo so, che sudore non è.
Ti tremano le labbra, quando, facendo finta di guardare oltre te, ti spio di nascosto, e immancabilmente ritrovo i tuoi occhi. Inevitabilmente.
Perchè tu non puoi più evitarmi... mi stai venendo incontro. Non hai più freni. Ti schianterai.
Persino la tua voce cambia... la voce di una donna, per chi sa riconoscerla, si modifica quando è presa dal desiderio. Si impasta... forse la saliva la riempie, come di riflesso al miele che le scorre poco più in basso.
La mia padrona?... mi fai sorridere. Non ho padroni... anche se mille ne vorrei avere. Vuoi provarci anche tu?
E' da sempre che la cerco... da una vita.
In fondo ti sto dando questa chance...
Quando prendo per la vita, la donna che mi accompagna, sai dove sto andando?... eppure mi giro a guardarti ancora un'altra volta prima di sparire.
Leggi nei miei occhi che ti sto chiedendo... dai, fammi vedere?
Fammi capire come strappi la camicia di un uomo, come graffi il suo petto...come lo porti... all'inferno.
Portami all'inferno... è l'unico modo che hai... per avermi.
... e se te lo chiede, uno come me, è perché sa... che puoi riuscirci…”

Nickita chiude gli occhi e si lascia andare contro la spalliera della poltroncina. E’ questo che vuole? Sesso virtuale con uno sconosciuto, nell’atmosfera buia della sua piccola camera vuota.
E’ questo che vuole a trent’anni e una solitudine infinita e quel vuoto dentro che come un’idrovora si mangia ogni emozione.
Senza pensarci comincia a scrivere la risposta…

“Non è poi così difficile, sciogliere un bottone dietro l'altro,
insinuare le mani sotto il tessuto, accarezzarti la pelle con la punta delle dita mentre ti bacio le labbra e poi l'incavo del collo, aspirando il tuo odore, scendendo con la lingua più giù verso i capezzoli che hai irrigiditi, e tormentarli un po, stringendoli appena fra le labbra.
Non è così difficile, scivolare con la bocca sul tuo ventre, verso l'ombellico, insinuarci la punta della lingua, mentre le mani ti accarezzano la schiena...e poi...
Ma non è questo che voglio, almeno non solo.
Il calore non l'ho fra le gambe, non ancora.
Ce l'ho nel cervello, ce l'ho nel cuore.
Il sesso è solo un tassello di quello che voglio da te.
Io voglio i tuoi pensieri, la tua voglia costante.
Voglio essere la tua ossessione quando ti svegli, quando ti addormenti, quando mangi, quando sei con gli amici. Sempre.
Voglio essere per te indimenticabile, unica e che il sapore dei miei baci sia come una scia di fuoco a ferirti l'anima.
Il possesso del tuo corpo sarà bello certo, magari indimenticabile, ma impallidisce al confronto di possedere la tua anima.”

La risposta arrivò immediatamente quella stessa notte.

”E ora mi chiedo...
... dove finisce il gioco... e dove cominci tu.
Ti risponderò, lo farò...
Non posso deludere la mia... ossessione.
Le due cose si confondono.
Non lo so neanche io dove finisce il gioco.
Io sono il gioco!”


Stefania si guardò allo specchio. Una notte insonne aveva lasciato segni profondi sul suo viso.
Occhiaie scure sotto gli occhi, un colorito grigiastro sulla pelle.
Si sentiva intontita mentre varcava il portone dello stabile in cui lavorava.
Neanche si accorse di Alex che stava entrando anche lui. Quasi si scontrarono.
Lui aveva il suo solito sorriso insinuante, e quel viso attraente che le faceva battere il cuore come una sedicenne.
Istintivamente raddrizzò le spalle, spingendo in fuori il seno. Lui la seguì con lo sguardo fino a che non fu entrata.
Dio quanto le piaceva. Se solo lui fosse stato Woolf…
Perché no poi? Tutto poteva essere possibile anche l’incredibile.
Doveva assolutamente scoprirlo. Avrebbe lasciato qualche mail bene in vista sul pc della sua scrivania, mentre lui era nei paraggi. Forse si sarebbe tradito.

“La prima domanda che vorrei farti è…parlami di me.
Voglio sapere cosa sai e fin dove sai.
Voglio sapere se è vero che mi conoscevi e cosa ti ha spinto a conoscermi di più.
Voglio sapere perché pensi che io possa ottenere ciò che voglio.
Insomma voglio sapere chi sono io attraverso i tuoi occhi, o meglio la tua immaginazione.
Voglio sapere se ti conosco senza saperlo, realmente o virtualmente.
Questo è solo l’inizio. Domande banali sulla tua realtà umana e corporea ci sarà tutto il tempo per fartele se tu vorrai.
Voglio sapere perché non mi parli mai dei tuoi pensieri, ma Ti comporti come uno specchio che mi rimanda indietro i miei.
Perché non mi parli mai della tua vita, neanche in astratto, senza riferimenti reali.
Mi pare che le domande siano dieci per cominciare…
Tu sei come un granello di sabbia in una scarpa, non permetti di essere ignorato.
Sei concretamente evanescente.
Ma esisti davvero? O sei una mia proiezione?”

Stefania lascia in bella vista la mail sullo schermo del pc sulla sua scrivania. E’ eccitata e in attesa.
A pochi metri da lei, Alex la sta guardando, poi si alza e va verso lo schedario.
Stefania se lo sente alle spalle, si irrigidisce.

“ Signorina Disi, nel mio ufficio, subito.” La voce del Biscatti tuonò dall’interfono.

Il Maresciallo dei Carabinieri Arturo Biscuso, sorseggiava una brodaglia nera che solo, l’inossidabile ottimismo dell’appuntato Mario Giuffrè avrebbe definito “caffè”.
Era di pessimo umore. Già fin troppo preso dagli interminabili sbarchi di clandestini sulla costa di Santa Lucia, ci mancava solo un delitto, ora per complicargli la vita.
La donna era stata trovata in contrada Geronzi. Strangolata, e poi nascosta in mezzo ai rovi che in quella zona erano molto fitti. Il cadavere era stato rinvenuto da due ragazzi che si trovavano li per appartarsi.
Il luogo era molto frequentato dalle coppiette.
Nella borsa rinvenuta poco distante, i documenti attestavano che si trattava di Stefania Disi, impiegata in una ditta della zona. Proveniente dall’alt’Italia, risiedeva in città da circa sei anni.
Nel portafogli, la presenza di denaro, faceva pensare che non si era trattato di una rapina.
I vestiti in disordine della vittima, lasciavano presumere che ci poteva essere stata violenza sessuale.
Il Maresciallo Biscuso aspettava i risultati dell’autopsia.
Chiamò l’Appuntato Giuffrè.
“ Allora Appuntato, che mi dice di questa ragazza? Ha scoperto qualcosa?”
“ Comandi Maresciallo. Niente di speciale. Trent’anni, nessun parente prossimo, viveva sola in un monolocale alla periferia Nord della città, in via Boccetta, n.11. Originaria di Trento, si è trasferita qui da noi circa sei anni fa, seguendo presumibilmente il suo ragazzo di allora certo Simone Draghi che era studente universitario nella sua città…”
“ Quel Draghi?”
“ Proprio lui, Maresciallo.” Hai! Rogne in vista, la famiglia Draghi, era una delle famiglie più in vista di T. con legami probabili, ma non provati con la mafia.
“ Ma si lasciarono quasi subito, Marescià.” Si affrettò a dire l’Appuntato Giuffrè, tirando su col naso come se avesse il raffreddore.
“ Questo non vuol dire, dovremo comunque interrogarlo. Che camurria! E dei colleghi di lavoro cosa mi dici?”
“ Li devo ancora interrogare tutti. La ragazza non legava molto a quanto pare, non aveva amiche propriamente dette. Frequentava solo una certa Giuseppina Diotiallevi, ma solo per un caffè ogni tanto.”
“ Beh! Falla venire. Vediamo cosa ha da dirci.”
“ Comandi, Maresciallo.” L’appuntato Giuffrè batté i tacchi e uscì dalla stanza.
Il maresciallo chiuse gli occhi e rivide la scena del delitto.
Il corpo della ragazza sembrava una bambola di pezza. I capelli biondi, ricci, le incorniciavano un viso ancora infantile. Una maglietta aderente rossa molto scollata, metteva in evidenza i seni rigogliosi. La gonna che il corpo abbandonato scompostamente, aveva fatto arrotolare, mostrava gambe snelle e ben fatte e piccoli piedi dalle unghie laccate ancora infilati in alti zatteroni di strass.
Una bella ragazza, e così giovane. Sul collo sottile, i segni inequivocabili dello strangolamento.
Per il resto non c’erano lividi apparenti sulle zone visibili del corpo. Ma le mani avevano qualche unghia spezzata, segno che aveva tentato di difendersi…
“ Sotto le unghie abbiamo trovato solo fibre di nailon, quello che comunemente si usa per i collant.”
Stava dicendo il Dott. Pasquino, il medico legale.
Collant in piena estate?
“ La ragazza non è stata stuprata, ma sicuramente ha avuto un rapporto sessuale prima di morire e non mi chiedere del liquido seminale, Lui evidentemente ha usato un preservativo. Un’altra cosa. La ragazza è stata uccisa in un altro posto e poi buttata giù da un’auto. Abbiamo trovato fibre di una tappezzeria per auto, sul corpo.”
“ Che tipo di auto?” Chiese il Maresciallo speranzoso.
“ Arturo, e che ti credi di essere in un film americano?” Rispose Pasquino imperturbabile.
“ In casa della Disi, non abbiamo trovato nulla di particolare. Niente che non possa trovarsi nella casa di una ragazza di quell’età. Vestiti, trucchi, qualche libro, niente di particolare.” Si intromise l’appuntato Giuffrè.
Di bene in meglio! Questa storia non porterà nulla di buono. Si disse il maresciallo.

Giuseppina Diotiallevi, aveva superato da molto l’età in cui una donna può definirsi appetibile. Sempre che mai lo fosse stata. Di corporatura massiccia, aveva un viso anonimo dall’espressione mite, e una bocca piccola che tendeva a serrarsi inspiegabilmente, assumendo un aspetto duro che contrastava con l’apparente dolcezza che la donna si imponeva.
Vedova e senza figli, viveva sola anche lei in un condominio del centro.
Non sembrava particolarmente intimidita dalle domande del Maresciallo che era andato ad interrogarla a casa sua.
“ Quel Draghi, Simone, non stavano più insieme da tantissimo tempo, anche se lei certe volte ne parlava con nostalgia. Doveva averlo amato molto, ma lui era un violento, un prepotente. Per questo l’aveva lasciato.”
“ E lui come l’aveva presa?” Chiese il maresciallo interessato.
“ Lei che dice? Certo non aveva fatto salti di gioia, anzi. Spesso i primi tempi l’aspettava all’uscita dal lavoro, le telefonava, litigavano…”
“ Che lei sappia, l’ha anche minacciata?”
“ Questo non lo so. Può darsi, ne sarebbe stato capace. Lei però non me ne ha parlato.”
“ E di cosa le parlava?” Insistette il maresciallo.
La donna sembrò confusa, pensierosa, vagamente imbarazzata.
“ Ma niente, le solite confidenze fra donne, sa com’è…”
No non lo sapeva. Il Maresciallo Biscuso non era sposato ma per quel poco che ne sapeva di donne, quella li in quel momento gli stava nascondendo qualcosa. Ma forse non era il caso di insistere per ora. Così si congedò. La vedova lo invitò a tornare tutte le volte che avesse voluto.

“ Ottimo elemento la signorina Disi, gran lavoratrice, precisa, puntuale. Ho perso una collaboratrice come ce ne sono poche…” Il ragioniere Biscatti arrotolava le “o”, quando parlava. La sua voce era turgida e densa, quasi baritonale.
“ Ci scommetto!” Pensò il maresciallo. Gli uomini li conosceva bene, e quello non era uomo da lasciarsi sfuggire una ragazza come quella.
Alto, piuttosto piacente, robusto, con una gran massa di capelli neri e ricci che portava cortissimi, aveva un aspetto curato ed elegante e diffondeva intorno a se un effluvio di colonia difficilmente ignorabile. Nel parlare, muoveva le mani come a disegnare nell’aria l’immagine di lei. C’era un che di piacere sensuale, nel modo in cui ne parlava.
“ Non sa nulla che possa aiutarci nelle indagini?”
“ Cosa vuole, non la conoscevo fuori dell’ambito lavorativo…”
Non certo per volontà tua, ci scommetto. Pensava il maresciallo. Questo qui non me la conta giusta…
In ogni caso, il ragionier Biscatti non disse niente altro di interessante. Ma l’avrebbe interrogato ancora questo era certo.
Appena Biscuso fu uscito dall’ufficio, Biscatti tirò un sospiro di sollievo. La camicia griffata, era fradicia di sudore sotto la giacca di lino ecrù. Non gli pareva vero di essersela cavata con così poco.
Perché qualcosa dovevano sapere! Questo era certo. qualcosa dovevano aver trovato…
Biscatti sentì alla bocca dello stomaco, la morsa della paura….
Dagli altri colleghi, il Maresciallo non seppe niente di rilevante.
Solo uno, un certo Alessandro Pisanu, ammise di averle offerto un passaggio all’uscita dal lavoro, il giorno dell’omicidio, ma lei aveva rifiutato. In realtà i due si conoscevano appena, solo buon giorno e buona sera, come ammisero gli altri. Peccato! Pensò il maresciallo. Il Pisanu era proprio un bel ragazzo, alto , slanciato, piuttosto giovane. Un viso attraente dall’espressione intelligente e allegra. Sarebbero stati un’ottima coppia. Il Maresciallo Biscuso era un gran sentimentale. Se non si fosse arruolato nell’Arma, avrebbe fatto il sensale di matrimoni.
Simone Draghi era il classico figlio di puttana pieno di soldi e di arroganza.
Se ne stava stravaccato sulla sedia nell’ufficio del Maresciallo, per niente intimidito. Anzi il suo sguardo era diretto fino all’arroganza.
“ A si…Stefania. Siamo stati insieme ai tempi dell’università…”
“ Poi lei ti ha lasciato.” Lo interruppe il Maresciallo. Simone draghi scoppiò a ridere.
“ Le sembro tipo che si fa lasciare?” Chiese.
Era un bel ragazzo, alto, palestrato, ma il suo viso aveva il mento sfuggente e la bocca sottile e questo metteva in ombra la bellezza dei suoi occhi. Occhi scuri dall’espressione cupa da bel tenebroso.
“ Non mi sembri molto dispiaciuto per la morte della tua ex.” Il ragazzo assunse un’espressione cupa.
“ Mi dispiace si, mi dispiace…Ma se l’è cercata quella proietta.” Esclamò.
“ Cosa vorresti dire?” Lo incalzo il maresciallo. Il ragazzo arrossì.
“ Niente di speciale cosa crede. Aveva un caratterino quella lì. Faceva tutto a modo suo. Quando era con me…”
“ Quando era con te?”
“ Insomma non è che si andava molto d’accordo. Qualche volta si litigava…”
“ E tu la menavi, vero?”
“ Pettegolezzi, curtigli. Mai toccata…” Ma mentiva. Si capiva dall’espressione esitante del viso, e dal tono della voce.
“ Dove ti trovavi l’altra sera dalle 18 alla mezzanotte?”
“ Non penserà che io…Ero a casa, avevo avuto una giornata piuttosto pesante, ero stanchissimo.”
“ Solo?”
“ I miei erano fuori per delle commissioni…”
“ Fino a mezzanotte?”
“ E va bene! Vivo da solo, non gliel’hanno detto i suoi scagnozzi? Ho un monolocale in via Mazzini.”
Ma guarda, la parallela di via Boccetta…
“ Hai una macchina Simone? “ Il Maresciallo assunse la stessa espressione di un gatto quando ha puntato un topo.

Il pc, dove poteva essere il pc? I giornali non ne parlavano. Eppure qualcuno doveva averlo trovato. E questo qualcuno ora sapeva tutto di Woolf e di Nickita.
Ma se i Carabinieri avevano trovato il pc, perché non erano arrivati a lui?
Vuol dire che qualcun altro l’aveva trovato…

“ Quel Draghi ci ha mentito, Maresciallo. Un certo Alessandro Pisanu collega della vittima, ha dichiarato di aver visto Draghi nei pressi dell’Ufficio quella sera.” Disse l’Appuntato Giuffrè.
“ E perché non l’ha detto quando lo interrogammo?” Chiese il Maresciallo.
“ Non ci aveva pensato. Gli venne in mente dopo, quando i giornali parlarono di Draghi.”
Poteva essere, perché no.
Intanto i risultati delle analisi avevano confermato che le fibre trovate sul corpo della vittima appartenevano alla tappezzeria della macchina di Draghi, un Ford Clio.
L’aveva in pugno quel figlio di puttana. Non aveva mai potuto sopportare i figli di papà e ora neanche le potenti conoscenze di papà Draghi potevano salvarlo.
Perfino la vedova Diotallevi si era decisa a confessare che Stefania aveva spesso ricevuto minacce dall’ex fidanzato, che la perseguitava con telefonate minatorie e appostamenti sotto casa.
Ma se le cose stavano così perché la ragazza avrebbe avuto un rapporto sessuale con lui? Valle a capire le donne!
Ma lui, il figlio di puttana si ostinava a negare. Certo ora non aveva più quell’aria tronfia della prima volta! Aveva un colorito giallastro e profonde occhiaie, mentre sedeva accanto al suo avvocato nell’ufficio del Maresciallo.
“ Perché ci ha mentito, signor Draghi? Lei non era a casa fra le diciotto e mezzanotte del giorno in cui fu uccisa Stefania Disi. Anzi le dirò di più. Lei era nei pressi dell’ufficio della vittima quel pomeriggio e sicuramente l’ha caricata sulla sua macchina perché abbiamo trovato fibre della tappezzeria sul corpo.”
“ E’ vero, quel giorno l’ho accompagnata a casa all’uscita dall’ufficio. Non l’ho detto perché avevo paura che voi…pensaste…Ma non l’ho uccisa io.” Urlò il giovane stravolto.
“ Tu non l’hai accompagnata a casa. Tu l’hai portata in contrada Geronzi. Avete fatto l’amore e poi chissà, avete litigato e tu l’hai strangolata….Abbiamo un testimone che ti ha visto.” Quest’ultima cosa non era vera. Il Maresciallo Biscuso ci provava sfacciatamente e gli andò bene.
Il ragazzo scoppiò in lacrime, come un bambino e sembrò accasciarsi sulla sedia.
“ E’ vero, abbiamo fatto un giro in macchina, perché volevo parlarle. Convincerla a tornare con me.
Ma lei non voleva saperne….”
“ Signor Draghi, Simone, le consiglio di non dire altro…” Lo interruppe il suo avvocato.
“ In ogni caso lei è in stato di fermo per omicidio.” Concluse il Maresciallo Biscuso soddisfatto.
“ Non l’ho uccisa io, non sono stato io…” La voce spezzata di Simone Draghi si perse nel corridoio, mentre lo portavano via.

Una cosa pazzesca, un vero peccato. Nickita era veramente fuori del comune. Conversare con lei era un piacere che non avrebbe più provato, ne era certo.
Un piacere che moltiplicava a mille l’eccitazione quando entrava in ufficio e poteva sfiorare la sua pelle chiara e le sue forme morbide.
Lei lo disprezzava, lo sapeva bene, ma chissà se avesse saputo che era lui Woolf, forse allora avrebbe accettato le sue attenzioni.
Ma non ce n’era stato il tempo.Quello stronzo del suo ex ragazzo l’aveva accoppata.
Ma dove diavolo era finito il pc? Aveva accuratamente controllato quello dell’ufficio per vedere se ci fossero file compromettenti ma non ce n’erano, ma il pc sul quale lei gli scriveva ogni notte, dov’era finito?
Biscatti sentì un brivido gelido percorrergli la schiena.
“ Non devo più permettermi certi giochi.” Si disse, ma sapeva che l’avrebbe fatto ancora e ancora…Avrebbe cercato l’emozione sul web. Ci sarebbe stata senz’altro un’altra donna sola, disperata o forse solo annoiata da affascinare con la musica delle parole. Una donna da conquistare, da adulare creando per lei scenari inattesi dove perderla. Ma solo con Nickita aveva avuto l’opportunità di realizzare le sue fantasie godendo delle forme morbide di Stefania.
Questo pensiero gli diede come un senso di vuoto nell’anima che assomigliava alla tenerezza.

Quando una cosa ti piace... prenditela.
Devi solo prenderla. Senza chiedere.
E' li, ti sta aspettando... c'è molta probabilità, che anche lei ti voglia.
E lei voleva si, glielo leggeva negli occhi. Si illuminava al solo vederlo. Per questo neanche ci aveva provato fino a quel pomeriggio. Troppo facile. E lui detestava le cose troppo facili.
Ma quando l’aveva vista uscire dall’ufficio e c’era quel tipo lì ad aspettarla, gli era venuta la tentazione di seguirli, chissà perché.
Era stata un’ottima idea perché lui l’aveva portata in giro per la città e poi in quel posto desolato.
Qui succede qualcosa, si era detto e qualcosa era successa ma non quello che lui pensava e forse sperava. Avevano semplicemente litigato e di brutto e lei era scesa dalla macchina infuriata.
L’altro era ripartito sgommando lasciandola sola.
Le donne sono stupide.
Non si era neanche stupita di trovare lui lì.
Si era perfino bevuta la scusa idiota che aveva trovato. Era così contenta di vederlo! Avrebbe creduto qualunque cosa.
Lui poi aveva fatto il tenero. Non ci era voluto poi molto.
Qualche parolina giusta, un gesto adatto e le donne cadono come pere mature.
A lei non sembrava vero! Doveva essere così infoiata per le mail di quel Woolf!
Quando lui aveva cominciato a baciarla non si era neanche stupita. Avrebbe fatto qualunque cosa. L’aveva fatta stendere in mezzo alle frasche in un punto abbastanza nascosto, le aveva alzato la gonna e sfilato le mutandine, poi aveva infilato il viso fra le sue cosce. Gemeva che era un piacere. Poi l’aveva penetrata senza tanti complimenti dopo aver indossato il preservativo.
Lei teneva gli occhi chiusi persa nel suo piacere e neanche si era accorta del fatto che lui aveva tirato fuori un paio di collant dalla tasca. Ne portava sempre.
Era il suo vizio segreto. Adorava la liscia perfezione del nailon, la brillante compattezza della fibra.
Le aveva stretto il collant intorno al collo sottile e aveva iniziato a stringere mentre dava colpi vigorosi nel suo sesso accogliente.
Gli occhi di lei si erano aperti ed erano diventati enormi nello sforzo di respirare, mentre lui stringeva sempre più….
Poi, mentre lo sguardo di lei diventava opaco e l’ultimo rantolo strozzato le usciva dalle labbra, lui era esploso nel suo ventre, urlando di piacere…

Sulla strada del ritorno non aveva incontrato nessuno. Almeno nessuno che lo conoscesse.
Aveva deciso all’improvviso di passare dalla casa di lei. Aveva un duplicato delle sue chiavi, che si era fatto in tempi non sospetti, approfittando di una disattenzione di Stefania in ufficio.
Allora aveva pensato di utilizzarle una volta o l’altra. Certo la fatalità aveva creato un altro scenario per il suo progetto.
Il pc era stata una tentazione irresistibile. Chissà quali segreti nascondeva. La mail che lei gli aveva lasciato leggere quel giorno in ufficio era stata solo un assaggio.
In effetti non si era sbagliato. L’aveva in pugno Woolf.
Non era stato difficile scoprire l’indirizzo di provenienza delle mail e l’URL del mittente. E Woolf era così vicino! Nei prossimi mesi avrebbe avuto di che divertirsi, almeno fino a che non avesse trovato un’altra ragazza da…desiderare.
Ma il colpo da maestro era stato incastrare quel fesso, Simone Draghi. Neanche Dio avrebbe potuto salvarlo ormai, si era chiuso in prigione con le sue stesse mani, seminando indizi ad ogni passo e infilando bugie una dietro l’altra.
Non come lui…
Non era uno stupido, Alessandro Pisanu….

ULTIMI FUOCHI ALL'OMBRA DELLA SERA

il ventre profondo dell'america