I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

IL SOFFIO DELLA VITA

Non ci aveva proprio pensato Michele Torre quella mattina mentre baciava distratto la moglie sulla guancia e poi sorbiva il caffè con molto gusto. Non ci pensava proprio veramente in quella bella giornata di aprile, col vento leggero che scompigliava i capelli, pedalando veloce in bicicletta mentre andava a lavoro.
Era un uomo tranquillo. Un viso tranquillo, una voce quieta, uno sguardo calmo, una vita senza scosse e lui non ci pensava anche perché aveva paura. Se un pensiero lo disturbava lui lo scacciava nell’angolo più remoto della mente. Ed erano molti i pensieri che lo disturbavano.

Aveva avuto un’unica donna nella vita e l’aveva sposata. Non che se ne fosse pentito, ma certe volte lo prendeva come una nostalgia per le migliaia di donne che non aveva sfiorato neanche col pensiero, per i baci che non aveva dato e le carezze rimaste racchiuse fra le dita. E così non ci pensava.
Avrebbe voluto fare il pittore invece faceva il geometra comunale.
“Un’ottima occasione figlio mio!” Diceva suo padre e chi era lui per dissentire? E poi il pittore avrebbe sempre potuto farlo. Bastava una stanza delle tele, colori e pennelli. Ma la casa era piccola e c’erano i figli. La stanza serviva per cose più importanti. L’avrebbe fatto quando avesse comprato una casa più grande, ma la casa era sempre la stessa. Pazienza l’avrebbe fatto quando fosse andato in pensione. Così non ci pensava, aveva solo 52 anni e la pensione era ancora lontana.

“ Quest’estate andiamo in crociera io e te “ aveva detto a sua moglie, ma lei aveva risposto che i figli erano piccoli per restare da soli. Ma come 17 e 20 anni? Aveva chiesto lui, ma poi aveva capito. Dopo una vita insieme erano due stanchi compagni di viaggio che avevano troppo poco da dirsi ancora, per restare da soli.
Sembrava che ogni cosa che voleva fare dovesse essere rimandata e così non ci pensava e gli veniva la malinconia.Anche quella mattina in quel sole d’aprile aveva un peso alla bocca dello stomaco, come di cosa mal digerita che lo metteva di cattivo umore.
Così al lavoro fumò troppe sigarette, che gli lasciarono l’amaro nella bocca e un vago senso di nausea. Avrebbe dovuto smettere, se lo diceva spesso, ma poi non ci provava mai davvero.
Ma era certo che l’avrebbe fatto prima o poi. C’era tempo. E così quella gita a Vienna.

Era anni che ci pensava e non la faceva mai.
Del resto detestava viaggiare. Lo stress della partenza, i bagagli, la sgradevole sensazione di aver dimenticato qualcosa, il cambio di abitudine. Se lo ripeteva spesso quando guardava gli amici partire con quella luce di avventura negli occhi e gli sembrava di essere un cavallo rimasto sulla linea della partenza, a guardare gli altri cavalli correre via e scomparire oltre la curva. E così non ci pensava aspettando la prossima occasione che sarebbe stata la migliore sicuramente, ma sembrava non arrivasse mai.
Quella mattina, nel tiepido sole del suo ultimo aprile, fece quello che aveva sempre fatto, ma aveva nel cuore come un buco di ansia e il domani gli sembrava lontanissimo fino ad apparire inesistente.

Gli venne in mente anche di sera, mentre con la moglie passeggiava sul corso, il braccio mollemente appoggiato sulla spalla di lei, in un gesto consueto fino a perdere di ogni significato. La moglie parlava, ma la sua voce gli giungeva attutita nel mezzo del rumore provocato da centinaia di altre voci, di gente che come lui passeggiava. Un saluto qua e la a qualche conoscente, la battuta con qualche amico, gli penetrò nella mente all’improvviso tagliente come una lama affilata il pensiero:” E se morissi ora?”
Quando è il momento che chiudiamo la nostra ultima porta, che salutiamo un amico per l’ultima volta? Qual è l’ultima volta che facciamo l’amore? Ci lasciamo alle spalle mille ultime volte durante tutta la nostra vita, senza neanche saperlo, aspettando la prossima occasione che non arriverà. Così Michele Torre con la mano sulla spalla della moglie per l’ultima volta, non pensava che per lui non sarebbe arrivata l’alba del nuovo giorno, e quando la morte gli venne incontro con l’aspetto subdolo di una vaga indigestione, pensò “ perdio, cosa mai avrò mangiato oggi per stare così male!” E come sempre non ci volle pensare, mentre l’ambulanza lo portava via e vedeva il cielo incastonato di stelle, racchiuso in un rettangolo di vetro sporco. E mentre lenta e inesorabile la luce si spegneva nei suoi occhi, e il tenue soffio della vita sfuggiva con un sibilo dalle sue labbra socchiuse pensò: “ Ma come è chiara e trasparente questa notte! Se allungo una mano, le stelle potrei anche toccarle…

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