I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

IL SENSO DELLE COSE

Non aveva nessun senso che io raccontassi tutto a mia moglie. Lei non aveva intuito nulla, non aveva mostrato nessuna curiosità.

 

WARHOL

 

Se io fossi stato zitto, la nostra vita sarebbe continuata come prima, invece ho voluto parlare, ho voluto spiegare ciò che non c’era bisogno di spiegare e soprattutto ciò che lei non sentiva minimamente la necessità di sapere.

Non la amo più da tanto tempo, ma non voglio lasciarla. Amo le abitudini che ci uniscono, la sua voce profonda e misurata laddove io mi eccito e mi agito come una trottola impazzita.

Amo le nostre giornate insieme, scandite dai soliti gesti ripetuti mille volte in una consuetudine antica che ci unisce più di mille parole.

Quando faccio l’amore con lei non desidero il suo corpo che per me ormai non ha più segreti, ma quel corpo mi appaga, come tornare a casa per sentieri familiari. E’ riposante,ecco! E’ come ritrovare l’utero di mia madre.

Perché mai avrei dovuto rinunciare a tutto questo!

Eppure l’ ho fatto, e a quanto pare, non vedevo l’ora di farlo.

Questa storia del tradimento, era un’idea con la quale mi baloccavo da tempo, ma così, per gioco senza una vera intenzione.

Quando vedi i giorni passare e ti senti il tempo fuggire dalle mani e non ritrovi più neanche il ricordo delle antiche emozioni, ti prende come una febbre di fare, di dire, di riacchiappare le occasioni perdute…

Non riuscivo ad accettare che fra ciò che realmente desideravo e ciò che pensavo di dover desiderare, ci fosse ormai un baratro incolmabile.

Credevo che il tempo mi avesse cambiato solo fisicamente, lasciando intatti sogni, pensieri e desideri. Come se la mia anima nel corso degli anni, fosse rimasta in un limbo immutabile e immutato.

Mi sbagliavo. L’ ho capito adesso che è troppo tardi.

L’altra l’ ho conosciuta per caso; mi aveva chiesto un passaggio un giorno che tornavo dall’ufficio.

Era una ragazzina come tante, non particolarmente bella,( hanno una capacità di imbruttirsi queste ragazze d’oggi, seguendo improbabili mode che nascondono la freschezza delle forme ed evidenziano i difetti in una sorta di masochismo universalmente accettato.) Avrebbe potuto essere mia figlia se ne avessi avuta una. A occhio e croce non aveva vent’anni.

Andava in tutt’altra direzione rispetto a quella che dovevo prendere io, ma nonostante questo decisi di accompagnarla. Lei si accomodò senza imbarazzo sul sedile affianco al mio.

Parlava molto con una voce squillante e accatastava le parole l’una accanto all’altra in una fretta che dava l’affanno.

In cinque minuti sapeva il mio nome, che lavoro facevo, dove abitavo.

_ Se mi dai il tuo numero di telefono, in questi giorni ti chiamo e ti offro un caffè._

Lo dissi prima ancora di pensarlo, seguendo un impulso inspiegabile e non credendo che  lei avrebbe accettato.

Invece accettò e cominciò così fra noi due.

Lei faceva tutto in fretta, sembrava che non avesse tempo da perdere in inutili convenevoli, in smancerie sentimentali. Invece del caffè, le offrii una cena e dopo due giorni eravamo a letto insieme in un motel di cui io ignoravo l’esistenza, ma che lei a quanto pare conosceva benissimo.

Senza vestiti addosso, era più bella di quanto mi era apparsa al primo incontro.

Non molto esperta, mi amò con una passionalità che mi sembrò forzata, ma che in seguito capii, faceva parte del suo carattere.

Io invece, che per indole ho bisogno di tempo, di un certo moto della fantasia per sentirmi coinvolto, mi sentivo deluso, estraneo alla situazione, vagamente ridicolo.

Tuttavia fu piacevole e decidemmo di rivederci.

Non riuscivo a capire cosa lei trovasse in me, un uomo di mezz’età non particolarmente attraente e nemmeno particolarmente benestante.

Le facevo piccoli regalini di poco conto: pupazzetti, cose per il trucco, profumi, niente di speciale, ma lei li accettava con una gratitudine che io trovavo eccessiva.

Non le importava che io fossi sposato, non mi chiedeva mai di mia moglie o della mia famiglia.

Non mi disse di avere un ragazzo, ma mi sembrava che uscisse con qualcuno, perché qualche volta rifiutò i miei inviti con il pretesto che aveva degli impegni.

Tutto sommato questa storia prendeva una piccolissima parte della mia vita e nemmeno una parte importante, fino al momento che mi prese il pensiero fastidioso che mia moglie potesse accorgersi di qualcosa…

La mia amica riempiva di freschezza la mia vita, ma in un modo superficiale e fuggevole come la brezza marina alleggerisce l’afa estiva senza intaccare il caldo feroce dell’estate.

Aveva occhi ridenti ed espressivi, dietro i quali però non intuivo una reale profondità di pensieri.

Tutto in lei si esprimeva all’esterno. Tutto ciò che diceva, faceva, perfino pensava, non aveva per me nessuna consistenza, nessun mistero.

Questo mio giudizio è tremendamente ingiusto lo so, e anche intriso di pregiudizio, ma è così che la vedevo. Tuttavia mi piaceva passare parte del mio tempo con lei.

I nostri incontri non avevano più la passionalità dei primi momenti, almeno da parte mia. C’era nel suo modo di far l’amore una sorta di affanno, come un rincorrere le sensazioni senza mai raggiungerle, che mi metteva addosso una strana ansia. C’era una voracità che non riusciva a saziarsi, divenendo eccessiva e quindi imbarazzante. Stranamente non mi sentivo il soggetto della sua passione, piuttosto lo strumento attraverso il quale questa si manifestava. Sentivo che recitava inconsciamente sempre il medesimo copione, ma soltanto per se stessa, come se io fossi lì per caso, e fossi intercambiabile con chiunque altro…

Chissà se è questo il modo in cui amano le ragazze di oggi e come lei si comportava con i suoi coetanei. In ogni caso non mostrava di essere innamorata di me, e questo certamente feriva la mia vanità anche se mi rassicurava giacché anch’io non l’amavo.

Mia moglie sembrava non accorgersi dei miei improvvisi ritardi, degli impegni che inventavo per giustificare qualche mia assenza.

Continuava la sua vita come al solito e non sembrava notare la mia insofferenza di certi momenti, quando le facevo quasi una colpa del mio tradimento, come se fosse sua la responsabilità di non interessarmi più.

Capisco ora che ero arrabbiato soprattutto con me stesso perché mi accorgevo che non provavo più nessun piacere nel mio vivere, ma non riuscivo ad accettarlo, dandone la colpa a mia moglie, alla mia amante, al lavoro, a tutto fuorché all’abulia in cui era piombata la mia anima.

Dovrei forse dire che ero diventato vecchio dentro, nonostante il corpo ancora asciutto e i capelli appena brizzolati.

Quando tornavo a casa la sera, trovavo mia moglie seduta sulla sua poltrona preferita intenta a leggere qualche libro.

Il capo leggermente inclinato, il bel viso assorto, era ancora attraente. Potevo indovinare le forme morbide del suo corpo attraverso la stoffa della vestaglia, ma tutto nel suo atteggiamento faceva pensare che avesse rinunciato alla sensualità che ancora da quel corpo poteva scaturire.

Stava come ripiegata su se stessa, come chiusa al mondo e al piacere che ancora la vita poteva offrirle.

Mi chiedevo se ancora avesse desideri e quali, mi irritavo per il modo in cui si trascurava , nonostante l’aspetto apparentemente curato della sua persona.

Avrei quasi voluto che avesse avuto un flirt, una passioncella, qualunque cosa che accendesse una luce nei suoi occhi, che riportasse indietro la ragazza che era stata e che mi aveva affascinato.

C’era così tanta vita in lei, e gioia, e disperazione. Con civetteria innata e innocente sapeva trascinarmi in un gioco di corteggiamento e sensualità.

C’era tutto un mondo nei suoi occhi che mi faceva sentire fiero che avesse scelto me, fra i tanti che la corteggiavano…

Nel corso degli anni qualcosa in lei si era spento, probabilmente non in modo improvviso, ma appannandosi lentamente.

Forse all’inizio lei vi si era opposta con rabbia e con dolore, poi si era solo rassegnata.

Era mia la colpa? Non l’avevo amata abbastanza? O era semplicemente la vita?

_ Com’è andata la giornata oggi?_ Mi chiedeva, ma senza un vero interesse, come per abitudine.

Non aspettava neanche che rispondessi, per tornare a chinare la testa sul suo libro.

Ci sono silenzi affollati di parole, che tagliano l’anima come un coltello. Parole che assordano ma che non dicono niente di quello che si vorrebbe veramente dire. Parole che riempiono un vuoto come un suono qualunque che non arriva a toccare l’anima.

E in questo silenzio si istallò in me l’idea che lei dovesse sapere quello che mi stava succedendo, anche se credevo di far di tutto per nasconderlo.

Trovavo scuse sempre più improbabili per ritardi del tutto inutili. Memorizzai il numero telefonico della mia amica sul mio cellulare con tanto di nome. Le mandavo dei messaggi senza poi cancellarli. Arrivai perfino a telefonarle da casa mentre mia moglie sfaccendava in cucina.

Cosa volessi dimostrare, non lo so davvero. Volevo infrangere la sua indifferenza, risvegliando la sua gelosia? Volevo dare ad una storia senza importanza un significato che non poteva avere?

Volevo regalarmi emozioni artificiali, laddove non riuscivo più a provarne di spontanee?

Comunque sia, era fatica sprecata. La mia storia mi aveva già stancato e mia moglie continuava a non accorgersi di niente.

Quanto avrei voluto innamorarmi! Quanto avrei voluto provare ancora una volta quell’ebbrezza del cuore che purtroppo ricordavo così bene! La mia ragazzina però mi ispirava soltanto una tenerezza frizzante alla quale non avevo voglia di rinunciare.

In uno dei nostri ultimi incontri, dopo l’amore lei prese a piangere senza un motivo apparente.

Le lacrime le scorrevano sul viso senza rumore tanto che nella penombra della stanza, all’inizio, io non le avevo notate.

Preso da una leggera sonnolenza, mi stupivo del suo silenzio. Poi sentii le sue spalle tremare e qualche raro singhiozzo attutito dal cuscino, che lei, giratasi su un fianco, premeva contro il viso.

Istintivamente l’abbracciai, ma mi sentivo imbarazzato e stupito.

_ Amore cos’hai?_  Le chiesi. Ma la mia voce suonava fredda e senza partecipazione perfino a me stesso. In quell’amore, c’era una nota talmente falsa che mi sentii arrossire.

Lei si sciolse dal mio abbraccio e, senza rispondere, allargò le braccia quasi a voler, con quel gesto, abbracciare non solo tutta la stanza, il cui squallore all’improvviso mi colpì come un pugno allo stomaco, ma anche il mondo fuori di essa e la sua stessa vita che io ignoravo, in un gesto di fatalismo doloroso che mi stupì.

Anche lei aveva dunque i suoi dispiaceri segreti, le sue disillusioni il suo vuoto. All’improvviso  la guardai e la vidi per la prima volta, non una ragazzina come tante, ma lei nel suo modo particolare di essere, nel mondo che si portava dentro e che io non mi ero curato neanche di immaginare,

con quel suo modo di arrotolarsi le ciocche di capelli intorno all’indice quando era assorta, mordendosi le labbra in un’espressione di broncio infantile, che avrebbe commosso uno meno superficiale ed egoista di me…

Scoprire in lei la persona che era, curiosamente mi irritava e la mia voce suonava aspra mentre continuavo a chiederle: _ Ma cos’ hai, cosa ti è successo?_

_ Ma niente, credimi, è solo una tristezza che mi ha preso così, all’improvviso. Lo sai, certe volte capitano quelle giornate storte…Passerà._ Mi rispose con un sorriso stanco.

Forse neanche lei lo sapeva il perché di quelle lacrime. E se lo sapeva, perché dirlo a me che non riuscivo neanche a fingere di interessarmene?

_ Ma tu sarai sempre il mio amico carissimo._ Disse all’improvviso con un sorriso che non arrivò ai suoi occhi…

Tornando a casa quella sera, non riuscivo a liberarmi della sensazione che quella frase fosse un addio. Nel suo piangere lei si era come svelata a me, ricevendone un rifiuto che non poteva non aver percepito.

Da parte mia mi sentivo arido e ignobile nella mia indifferenza. Non davo niente né a me stesso né agli altri. Ero morto dentro, morto…

Mia moglie non mi aveva aspettato, era andata a dormire.

Trovai il tavolo della cucina apparecchiato con una cena fredda. Mi aveva preparato la crema di pollo che, lo sapeva, mi piaceva molto.

Questo gesto mi fece provare per lei in quel momento una tenerezza dolorosa, che il senso di colpa rendeva ancora più acuta.

Avrei voluto svegliarla, confessare la mia colpa, scaricarle addosso tutto il dolore, la nostalgia che provavo per quando l’amavo…Invece mi misi a mangiare in silenzio e poi andai a dormire.

 

La mia premonizione si rivelò esatta.

Gli incontri con la mia amante divennero sempre più rari, e come per una tacita intesa, non tornammo più in quel motel.

La nostra relazione andava trasformandosi in una sorta di tenera amicizia.

Ci vedevamo di tanto in tanto per un caffè, parlando del più e del meno. Solo allora venni a sapere che frequentava l’università e lavorava par time in un supermercato. Fino a quel momento non mi ero mai reso conto di quanto poco sapessi di lei.

Nel fiume in piena dei suoi discorsi, non mi parlava mai della sua famiglia, di come viveva, dei suoi amici.

Scoprii che dietro i suoi sorrisi e la sua allegra vivacità si celava una sorta di tristezza come un vizio segreto che in certi momenti la invecchiava, ma che dopo un attimo spariva come una nuvola che per un momento, oscuri il sole.

Ora che avrei voluto conoscerla meglio, ora che avrei voluto stabilire un contatto attraverso la piatta superficialità dei nostri rapporti, lei si allontanava da me inesorabilmente.

_ Maria, dimmi la verità, è finita fra noi?_ Le chiesi durante uno dei nostri incontri.

_ E’ finito cosa?_ Rispose con una maturità che non le sospettavo.

_ Sai benissimo che non mi hai mai amato, né io ho mai amato te. Come può finire una cosa che non è mai cominciata? Mi è piaciuto venire a letto con te, ma niente di più e niente di meno.

Adesso è piacevole incontrarti, parlare con te…Perché vuoi dare a questa cosa un significato che non ha mai avuto?_

Rimasi senza parole.

Sentire dire da lei quello che io avevo sempre pensato, mi irritò. Ero io l’uomo maturo, responsabile, razionale, non lei una ragazzina…Mi sentivo defraudato, come se qualcuno mi avesse sottratto una parte cui tenevo. Nel frattempo aveva cambiato discorso. Per lei la questione era chiusa.

Ma per me non lo era affatto, per Giuda! Io per questa storia mettevo a repentaglio il mio matrimonio. Io per lei avevo tradito mia moglie! Per lei? O per me stesso?

Tutto questo non aveva senso, mi tormentavo per un sentimento che non c’era, che non c’era mai stato. La mia ragazzina molto più saggiamente di me, prendeva la vita come veniva, senza crearsi inutili problemi, e senza crearne a me. Avrei dovuto essere contento, invece desideravo il dramma, le lacrime, la passione…

 

_ Ieri pomeriggio ti ho chiamato in ufficio ma non c’eri…_

_ Che fai, adesso mi controlli?_ Le parole mi uscirono di bocca con violenza immotivata.

Mia moglie mi guardò stupita._ Ma sei impazzito? Volevo solo ricordarti della cena di domani con Giacomo e Lucia… non volevo che prendessi impegni. Ultimamente…_

_ Già quei tuoi amici…_ La interruppi_ Lui è un pallone gonfiato pieno di fisime, e lei è una snob della peggiore specie._

_ Non capisco perché ne parli così. Credevo che ti piacessero, li conosciamo da tanto tempo e poi lei è mia amica…_

_ E con ciò? Sono noiosi ecco. Pallosi. Tutte quelle arie, ma cosa credono di essere? Lui non fa che parlare di se stesso e lei poi! Lasciamo perdere._

_ Ma che ti succede, sei nervoso oggi?_

_ Sono nervoso solo perché ti dico cose che non ami sentire? E vuoi saperla un’altra cosa? Anche tu sei noiosa. Neanche ti accorgi di quanto sei diventata noiosa. Sempre coi tuoi libri, non parli mai di niente. Non ridi mai. Quando entro in questa casa mi sento soffocare…_La rabbia mi rotolava fuori dalle labbra senza che io riuscissi a fermarla.

I suoi occhi divennero enormi per lo stupore, poi il suo viso sembrò come raggrinzirsi. Seppi di averla ferita e la cosa mi fece piacere.

_ Ma non lo vedi come ti sei ridotta? Sei grigia ecco. Sei vecchia dentro…_ Continuai

_ Vorresti che anch’io diventassi grigio come te, ma io voglio vivere. Lo capisci o no?_

_ Vedo che sei in vena di litigare, ma io non ti asseconderò._ Rispose con rabbia a stento trattenuta e si voltò girandomi le spalle.

Ma io non volevo che se ne andasse impedendomi di rovesciarle addosso tutta la mia rabbia. Volevo vederla soffrire, volevo vendicarmi del fatto che non si accorgesse di che deserto era diventata la nostra vita.

_ Troppo comodo, girarmi le spalle e andartene_ Urlai.

_ Non ho finito e tu devi ascoltarmi. Sono anni che sono costretto a sopportare i tuoi amici noiosi e snob. Non mi piace andare in discoteca. E in discoteca non si va. Sai che per me viaggiare è uno stress. E allora non si viaggia. E non vuoi uscire dopo cena perché sei stanca. Non lavori e sei stanca? Ma dai! E poi iscriviti ad una palestra, che diamine! Hai quarant’anni e ne dimostri dieci di più!_ Non era vero e questo fu un colpo basso. Ma ormai parlavo da solo perché lei se n’era andata.

Dopo quello sfogo non mi sentii meglio, anzi.

Naturalmente la famosa cena fu un disastro. Davanti ai nostri amici non ci rivolgemmo mai la parola né cercammo di nascondere il gelo che c’era fra noi.

Mia moglie si sforzava di fare conversazione, io al contrario parlai poco e niente. Per fortuna che c’era Giacomo che raccontava per l’ennesima volta episodi della sua giovinezza che ormai conoscevamo a memoria. Guardandolo, mi resi conto quanto era invecchiato nel corso degli anni.

Avevamo la stessa età, eppure in lui tutto era raggrinzito e decrepito, e del vecchio aveva le manie.

_ No la carne no, sapete il colesterolo, e poi con questa pressione alta! Prenderò del pesce alla griglia, ma senza sale mi raccomando._ Stava dicendo al cameriere che lo guardava con tranquilla indifferenza.

_ Amore, per una volta potresti lasciar correre la dieta!_ Gli diceva sua moglie con un tono di voce che lasciava trasparire una segreta insofferenza.

La guardai. Il viso perfettamente truccato, la curata eleganza dei suoi vestiti, non riuscivano a mitigare la sua scarsa avvenenza. Ma i suoi vivaci occhi scuri dall’espressione viva ed intelligente in quel momento tradivano una rassegnata tristezza.

Che matrimonio infelice! Il pensiero improvviso mi attraversò la mente come un flash.

Amore di qui, amore di lì, quei due si detestavano, ne ero certo.

Quanto erano formali fra loro, e così compiti! Ma di che parlavano quando erano soli?

Mi sembrava di vederli nelle loro serate casalinghe, lei davanti alla TV e lui nell’altra stanza a leggere o a smanettare sul computer.

La guardavo. C’era in lei una vivacità forzata, ostentata con orgogliosa fermezza. Sembrava volesse dire a tutti: Guardatemi come sono felice, come sono fortunata ma le spalle leggermente curve, il corpo come ripiegato su se stesso, la tradivano.

Il corpo ripiegato su se stesso! Lo stesso atteggiamento fisico di mia moglie! Ma noi siamo felici! Almeno lo siamo stati fino ad oggi! Ma lo siamo stati veramente?

All’improvviso mi sembrò che tutta la mia vita avesse perso di consistenza. Il brusio nel ristorante, l’odore delle vivande, i discorsi dei miei ospiti, percepivo tutto come attraverso una sorta di nebbia, quasi che fossi stato nello stesso tempo lì e altrove.

_ Guido, cos’hai? Non ti senti bene?_ Mi chiese Giacomo preoccupato.

_ Ma no! Perché?

_ Hai fatto un’espressione così strana poc’anzi!

_ Davvero? Deve essere l’aria viziata. Qua dentro fa caldo…

Giacomo rassicurato, ritornò al suo argomento preferito: se stesso. Parlava senza interrompersi, compiaciuto di ascoltarsi. L’interesse per me, era stato fuggevole e superficiale. Sei un fallito, pensavo fingendo di ascoltarlo, un piccolo borghese tronfio e pieno di se. Qual’era in fondo il bilancio della sua esistenza? Un lavoro che detestava, casa e soldi ereditati da suo padre senza nessuno sforzo, non aveva conquistato niente di veramente suo nella vita. Ma chi ero io per giudicarlo?

Non ero anch’io a mio modo un fallito?

Guardandomi indietro, nessuno dei sogni della giovinezza si era realizzato.

E quel che è peggio, io mi ero rassegnato, rivoltandomi nella guazza della mia vita come un maiale nel suo fango. Decisamente non ero migliore di Giacomo.

La serata andò avanti come Dio volle, e finalmente finì.

Tornando a casa, immerso insieme a mia moglie nel silenzio della nostra reciproca ostilità, tentavo di convincermi, che la crisi del nostro matrimonio, fosse dovuta alla mia relazione.

In fin dei conti eravamo stati sempre bene insieme. L’avevo amata molto, ma l’amore finisce prima o poi. Era però subentrato l‘affetto!

 Forse il solco che si era creato fra noi, era dovuto alle mie menzogne, all’insofferenza creata dal mio senso di colpa.

Guidavo lentamente, senza fretta. Intorno, le scarse luci della città addormentata sembravano riflettersi sull’asfalto della strada quasi deserta a quell’ora.

Qua e là le finestre ancora illuminate di qualche appartamento, mi mostravano fuggevoli brandelli di vite sconosciute. Chissà quali drammi o quali miserie o anche quotidiane felicità si nascondevano dietro quei vetri. E quante storie e quante vite simili alla mia o diverse nel bene o nel male…

Mi sentivo stranamente sereno, placato dall’insofferenza degli ultimi tempi.

Ogni tanto guardavo mia moglie di sottecchi. Guardava assorta la strada. La sua espressione era tranquilla. Presa dai suoi pensieri, non mostrava traccia di irritazione o scontento.

I nostri litigi sembravano lontani anni luce, tuttavia, ognuno nel proprio mondo, ci eravamo persi.

Mi sforzai di trovare qualcosa da dire, ma le parole banali che mi salivano alle labbra, mi convinsero a desistere. Il silenzio reciproco ci proteggeva come un bozzolo.

A pensarci oggi che è passato del tempo, mi rendo conto che avrei dovuto capirlo allora, ma forse anche prima, che non c’era più tempo, per cambiare ciò che per tanti anni non avevo voluto vedere.

Ma in quella macchina che viaggiava stancamente nella notte, io pensavo che domani tutto sarebbe andato a posto, che le avrei parlato una volta per tutte, che ci saremmo chiariti e tutto sarebbe tornato come prima…

Domani! Come siamo ridicoli noi umani a pensare che ci sia sempre un domani che ci permetta di risolvere i problemi, sistemare le pendenze, riprenderci la vita.

Immersi come siamo nel tempo finito della nostra esistenza, continuiamo incredibilmente ad illuderci di poter ricominciare daccapo ogni nuovo giorno. Deve essere per questo che la vecchiaia e la morte ci colgono sempre impreparati.

I giorni successivi non li ricordo bene, tanto furono simili ai giorni precedenti, come se la vita si fosse impantanata su un binario morto. La stessa quotidianità dal sapore di melassa, gli stessi gesti usuali inframmezzati dai medesimi discorsi. Perfino qualche raro squarcio di allegria, nella noia delle nostre giornate.

Il nostro matrimonio viveva i suoi ultimi giorni, ma senza drammi e senza lacrime. Si spegneva per consunzione…E io che cercavo di trovare il momento adatto, le parole giuste per parlare a mia moglie di lei, di Maria….

 

_ Io davvero non capisco questa tua fissa di raccontare di noi a tua moglie._ Mi stava dicendo Maria rimestando distrattamente nella tazzina di caffè che aveva appena finito di bere.

Eravamo seduti al tavolino del nostro solito bar.

_ Davvero, che senso ha dirlo adesso che noi…Insomma noi siamo solo amici ora, che male c’è! Perché vuoi rovinare tutto?

_ Tu non capisci…

_ Io capisco solo che sei un’anima candida. Prima fai i tuoi comodi e poi non trovi di meglio che scaricare i tuoi sensi di colpa su una poverina che non può fare altro che soffrire. E perché poi?

Vuoi l’assoluzione delle tue colpe come se questo risolvesse tutto?

_ Tu non capisci…_ ripetei testardamente.

_ Senti, io capisco solo che vuoi usare me per regolare i conti con tua moglie. Non mi va di essere strumentalizzata per i tuoi giochi coniugali.

La guardai. Era veramente arrabbiata, i suoi occhi mandavano lampi. E io non capivo che cosa la irritasse tanto.

_ Ma a te in fondo cosa importa?_ Esclamai irritato.

_  Questa cosa in fondo riguarda me.

_ E allora perché me l’ hai detta? Insomma fa quello che ti pare. Dopotutto il matrimonio è il tuo.

La guardai, non era poi la ragazzina che pensavo. La donna parlava in lei, e la cosa peggiore era che mi disprezzava. Lo sentii con chiarezza come uno schiaffo sulla pelle.

Ma perché poi…perché!

 

_ Giulia…

Mia moglie mi girava le spalle sfaccendando in cucina. Neanche si voltò.

Il suo corpo come rinchiuso su se stesso mi respingeva.

_ Giulia…_Ripetei.

_ Perché questa sera non ceniamo fuori? E’ una bella serata. Potremmo andare in Corso Umberto, in quel locale che ti piaceva tanto…

_ Ho già preparato la cena.

_ Dai, conserva tutto in frigo, la mangeremo domani.

_ Guarda, non ho proprio voglia. Davvero. Questa sera c’è quel documentario che mi piace tanto…

Intuii che in realtà non voleva rimanere a tu per tu con me, senza la tranquilla protezione delle abitudini consolidate. Mi prese un’irritazione sorda. Dunque era lei che non voleva il dialogo, che mi sfuggiva rifugiandosi in scuse pretestuose. Era lei che non voleva parlare, che non voleva sapere…ciò che forse già intuiva.

Non gliel’avrei permesso. Non poteva essere.

_ Insomma cosa stai cercando di fare? Vuoi rovinare quel poco che resta di decente fra noi?_ Esclamai con una rabbia che sembrò prenderla alla sprovvista.

Si voltò di scatto a guardarmi. L’espressione stupita, che in quel momento mi parve falsa, perché lei, ci avrei giurato,sapeva…

_ Cosa devo fare per parlare con te? Devo aspettare il mio turno fra un libro e un programma televisivo? Mi sembra di trovarmi di fronte ad un muro di gomma. Tu mi sfuggi per non ascoltarmi…

Lei mi guardava in silenzio, le braccia conserte, e io mi resi conto all’improvviso che non trovavo le parole per dirle come mi sentivo, cosa mi mancava di noi. Le emozioni si erano come ingarbugliate dentro di me e non trovavano il modo per esprimersi se non in banali giri di parole che mi rifiutavo di pronunciare.

Il suo silenzio non mi aiutava. Mi lasciava libero di dire o non dire e questo mi paralizzava.

_ Ti ho tradito, Giulia._ Ecco finalmente l’avevo detto. Provai una vertigine, come se mi trovassi sull’orlo di un abisso.

Lei non parlò, continuava a guardarmi, ma non stupita né addolorata, né incredula, ma assorta, ecco questa è la parola giusta per definire la sua espressione.

Mi chiesi quando sarebbe arrivata la rabbia o le lacrime.

Ci fronteggiammo per lunghi ed estenuanti istanti, poi lei si voltò e si diresse verso la camera da letto.

Dopo qualche istante sentii la chiave che girava nella toppa.

Quella notte dormii sul divano, mentre la cena rimase a freddarsi sul tavolo della cucina.

 

Nei giorni successivi, ci evitammo. Passavo più tempo possibile in ufficio. Non sapevo come affrontare la situazione. Mi ero aspettato lacrime, rabbia, domande, recriminazioni, certo non questo silenzio. Credevo di conoscere mia moglie, ma il suo atteggiamento mi spiazzava. Non sapevo cosa aspettarmi e questo mi angosciava, perché io, a dispetto di tutto, non volevo perdere Giulia, non volevo perdere la mia vita con lei.

Mi rendevo conto che lei rappresentava una parte di me stesso cui non volevo rinunciare.

La mia storia non-storia con Maria mi sembrava ormai così lontana. Non ci eravamo più incontrati, né sentiti e non la rimpiangevo.

Era stata una cosa di scarsa importanza per entrambi che non giustificava la sconquasso che io avevo creato nei miei rapporti con Giulia. In questo Maria aveva avuto ragione.

Con il passare del tempo cominciai a rendermi conto che la situazione stava prendendo una piega che non avevo previsto, o meglio, che non avevo voluto prevedere.

Quando trovai la lettera, in fondo me l’aspettavo.

La trovai in bella mostra sul tavolo della cucina, minacciosa, un giorno al mio ritorno dall’ufficio, nel tardo pomeriggio.

La casa era deserta, com’era prevedibile.

Se n’era andata portandosi via l’essenziale come chi debba tornare presto, ma poi mi accorsi che mancavano degli oggetti cui lei era molto legata e dai quali non si sarebbe facilmente separata.

Mi aggiravo per le stanze vuote, piene delle tracce della nostra vita in comune, con lo stomaco in subbuglio e l’anima stretta in una morsa di sconforto.

Finalmente mi decisi a prendere la lettera. Cosa poteva esserci scritto che non aveva avuto il coraggio di dirmi a voce? Le mani mi tremavano mentre laceravo la busta.

Caro Guido

Come puoi immaginare non è stato facile per me scrivere questa lettera. E non credere che l’abbia fatto per non affrontarti di persona.

Lo sai che per me è più facile scriverle che dirle certe cose. Non sono stata mai brava io a parlare di emozioni e sentimenti.

Me ne vado Guido, non so per quanto, non so se tornerò.

Tu penserai che è per questa tua” storia” e non nego che in parte mi abbia fatto decidere a questo passo, ma ci sono altri motivi che ancora non mi sono del tutto chiari e sarebbe troppo lungo spiegarti.

Questo tuo tradimento in un certo senso me l’aspettavo. E’ tanto tempo ormai che le cose tra noi si trascinano in un limbo di noia .Mi sono sempre chiesta, ultimamente quanto tempo ci sarebbe voluto perché tu cercassi altrove ciò che non riuscivi più a trovare in me.

Io ti sono sempre stata fedele, ma è stato un caso, forse mi sono mancate le occasioni.

Posso capire il tuo desiderio di riafferrare le emozioni della giovinezza e spero che tu la ami o l’abbia amata questa tua donna, e che non sia stata solo una storia di sesso. Solo così avrebbe un senso, almeno per me.

Ma non ha importanza comunque. La nostra vita insieme è stata piacevole ed ha avuto anche i suoi momenti di passione, ma a furia di essere” noi”, ci siamo dimenticati di essere “io” e “tu”.

Il”noi”ha avvolto le nostre vite come un bozzolo soffocante e zuccheroso.Tu conosci di me ciò che partecipa a questo”noi”,e la stessa cosa vale per me, ma ciò che siamo io e te compiutamente, ci è ignoto. La cosa peggiore è che non ci interessa scoprirlo.

Ma io non posso vivere così, al di la del tuo tradimento.

Sono due mesi che lavoro par  time in una cooperativa di servizi, non te ne ho parlato perché volevo prima provare e poi non c’è stata l’occasione, l’avrei fatto prima o poi.

Ad ogni modo lì ho conosciuto Irene ,una ragazza, dovrei dire una donna visto che ha la mia età.

Insomma Irene e io siamo diventate amiche. Lei è così solare, così piena di vita, adora viaggiare e ha girato tutto il mondo con il sacco a pelo. Lei è tutto quello che io non sono, ha una forza, un coraggio di rischiare, di mettersi alla prova, un gusto della vita che io non ho mai avuto.

Si è offerta di ospitarmi, almeno fino a che sarò in grado di “reggermi sulle mie gambe”, sono parole sue. Ho ripreso a guidare(sai quanto mi faceva paura!) Ho ripreso anche a dipingere cosa che non facevo dai tempi dell’università.

Mi sembra di essere tornata a vivere.

Voglio che tu sappia che non provo rabbia nei tuoi confronti,mi mancherai molto.

Forse non avrei mai avuto il coraggio di andarmene, senza la tua “confessione”.Forse dovrei ringraziarti.

Sento il bisogno di ritrovarmi, di scoprire ciò che desidero davvero. Ho bisogno di scoprire il senso delle cose intorno e dentro di me, sotto le incrostazioni di tutti questi anni di vita in comune.

Magari ti rimpiangerò, anzi è sicuro che sarà così, ma ci voglio provare ugualmente.

Non voglio più sentire che la mia vita è finita, che i giochi per me sono fatti. Capisci? E’ per questo che me ne vado.

Ti voglio bene, Guido, te ne vorrò sempre.

Giulia

Capivo? Non ne ero poi così sicuro. Rigiravo la lettera fra le mani, rileggendone qualche passo.

Quante cose mi aveva tenuto nascoste! Il lavoro certo, l’amicizia con questa Irene, chi diavolo era accidenti a lei? Soprattutto mi aveva nascosto i suoi desideri segreti, la sua infelicità. O ero stato io a rifiutarmi di vederla la sua infelicità. E chissà quante altre cose mi aveva tenuto nascoste! Un altro uomo? Un altro amore o il desiderio di un altro amore.

Piegai la lettera con cura, con gesti meccanici. Mi sentivo la rabbia montare dentro come un fiume di lava, mi sentivo tradito ecco.

Non era così che doveva andare la cosa. Non era questo il copione. Dov’erano le lacrime la gelosia?

Con il cuore lei mi aveva lasciato ben prima che io incontrassi Maria.

E io stupido che le avevo dato il pretesto. E questa Irene, magari in realtà si chiama Giovanni e ha i baffi, o magari ci va a letto insieme, ci sono tanti casi di donne che si scoprono lesbiche a quarant’anni! L’avrei pestata sotto i piedi, lei e questa Irene-Giovanni coi baffi.

E io che mi ero preparato la mia brava scena del pentimento, di quanto l’amavo, che non sarebbe successo mai più, e lei fra le mie braccia ancora ferita ma solo un pochino, che mi perdonava ecc ecc…

Ma lei deve trovare il senso delle cose…E io? Che faccio io adesso? Che faccio adesso senza più”noi”?

Fuori il ventre segreto della città, esplodeva nelle mille luci della sera, come lacrime sulla mia solitudine…

ULTIMI FUOCHI ALL'OMBRA DELLA SERA

il ventre profondo dell'america