I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

IL GUSTO DOLCE DEL PECCATO


Dopo venti anni di matrimonio, don Rocco Scarfaci decise che la penitenza era durata abbastanza e che era
ora di trovarsi un’amante.
Sua moglie donna Sofia aveva perso da anni ogni tratto femmineo trasformandosi in un ramo di nespolo, del quale aveva anche preso il colore.
Passava la maggior parte del suo tempo a curtigliare con le sue amiche, vecchie comari come lei e altrettanto
incartapecorite.
Don Rocco era ancora un uomo prestante e anche se da lungo tempo non praticava, aveva memoria, per quanto opaca, dei suoi trascorsi amorosi e talvolta lo prendeva la nostalgia.
E così pensò di trovarsi una picciotta non troppo giovane né troppo vecchia che lo aiutasse a ritrovare l’ardore perduto.
L’impresa non si rivelò poi difficile come temeva e dopo le iniziali esitazioni riuscì a attirare l’attenzione di una donna.
Angela non era giovanissima ma ancora sufficientemente appetitosa e aveva una dote anche più rara nell’universo maschile e femminile che lo circondava: era intelligente e anche dotata di un innato senso dell’umorismo che lo conquistò da subito.
E poi cosa non del tutto secondaria, era dotata del più bel paio di tette che lui avesse mai visto.
Il corteggiamento durò il giusto e il primo bacio se lo scambiarono dietro la cattedrale, in un angolo buio come due ragazzini. Lei lo aveva stretto contro il muro e senza esitazioni aveva attirato il suo viso contro il suo in un bacio avido che gli aveva fatto temere che gli si staccasse la costosa dentiera che gli era costata fior di quattrini da quel ladro e cornuto del suo compare Santino Orifici, dentista di fama ma fituso come pochi.
Era chiaro però che il corteggiamento non poteva durare in eterno alla loro età e si rendeva necessario passare al passo successivo che era quello che Don Rocco paventava al massimo non essendo del tutto sicuro che dopo tanto tempo le sue qualità mascoline fossero ancora in grado di palesarsi. E poi c’era il problema di dove portare Angela.
Si sa il paese è piccolo e la gente mormora e se c’era qualcosa della quale avrebbe fatto veramente a meno era una scenata della sua ossuta consorte che ne faceva di memorabili, con la sua voce stridula e acuta che gli penetrava nel cranio come una trivella.
Dopo avere scartato varie soluzioni impraticabili per un motivo o l’altro, e allontanato l’idea di rivolgersi a qualche amico caro ma certo poco omertoso col quale rischiava di riempire l’intero paese di chiacchiere si ricordò di una sua vecchia zia, che viveva in una villetta ai margini del paese.
Di questa zia Don Rocco aspettava ansioso la dipartita, perché la villetta era veramente una chicca con le sue doppie entrate e il giardino davanti. Avrebbe potuto trasformarsi in una magnifica garçonniere con qualche lavoretto neanche impegnativo. La zia comunque non ne voleva neanche sapere di mettere o fare mettere mano e fu cosa difficilissima convincerla a cedergli almeno il piano terra della villetta con la scusa che ne aveva bisogno per farci una specie di studio.
La zia camminava poco e raramente si allontanava dal piano superiore, per la qualcosa non si accorse che lo “studio” non conteneva librerie né scrivanie, bensì un magnifico letto a due piazze che aveva soltanto la malaugurata abitudine di cigolare, lamentandosi come un’anima dell’inferno, al minimo movimento, cosa alla quale in un primo tempo furono attribuite le prevedibili defeillances di don Rocco. Com’era possibile concentrarsi, quando ad ogni sospiro partiva per controcanto una sequenza di cigoliii che avrebbero svegliato anche i morti nelle tombe?
Comunque sia, saranno state le tette di Angela o il suo sorriso, alla fine don Rocco partì e non ci fu più verso di farlo fermare. O meglio dovette fermarsi, ma non per colpa sua.
Un giorno  d’ estate se ne stava steso con Angela fra le braccia, godendosi la morbidezza della sua pelle sul letto che aveva pochi minuti prima visto l’ennesima rumorosa battaglia, quando sentì un rumore dietro il tramezzo col quale  proteggeva la piccola e spoglia stanza da letto dal resto del locale. Nell’ardore del suo amore si era completamente dimenticato della porta interna che collegava il locale alle scale che portavano al piano superiore.
Ora il problema fu che la sua quasi centenaria zia era stata presa dalla voglia incontenibile di vedere coi suoi occhi come il nipote aveva arredato il suddetto studio, forse inconsciamente persuasa che ne facesse uso improprio, o semplicemente presa da improvvisa demenza senile che la rendeva eccessivamente sospettosa.
Come fu come non fu, aveva con somma fatica e molto rumore sceso i pochi gradini che dividevano il piano superiore da quello inferiore e infilato con mano tremante la chiave nella toppa.
La porta si aprì cigolando ( non c’era cosa che non cigolasse in quella dannata casa) e l’arzilla vecchietta di quasi un quintale la spinse facendo cadere rovinosamente tutti gli scatoloni e le suppellettili che don Rocco aveva ammucchiato dietro come difesa della sua traballante e clandestina intimità.
I due amanti si guardarono negli occhi, poi don Rocco saltò su con lo scatto di un centometrista appiattendosi dietro il tramezzo, mentre Angela lo guardava vagamente preoccupata ma anche molto divertita.
“ Zia che fu? Che ci fai qui?” Chiese con voce eccessivamente roca non si sa se per la paura o per l’interruzione subitanea e improvvisa delle sue effusioni con Angela.
“Cu si?” Gridò la vecchietta con un tono che non prometteva nulla di buono. Per la qualcosa don Rocco si fece persuaso che la demenza avanzava a grandi passi e non avrebbe lasciato feriti ma solo cadaveri.
“ Zia sono io.” Insistette don Rocco.
“ Io chi?” Chiese la zia sempre più sospettosa, non riconoscendo la voce del nipote.
“ Ma io Rocco!” Rispose quello sempre più spazientito, mentre con sguardo febbrile si guardava intorno
alla ricerca disperata della biancheria e dei suoi vestiti.
La stanza però era in penombra e per giunta nella foga delle loro effusioni avevano ammonticchiato i vestiti in un canto alla rinfusa, ragion per cui anche aguzzando la vista, complice la drammaticità dell’evento, non riuscivano a vederli.
“ Muta!” Intimò sussurrando don Rocco a Angela che cercava di dirgli qualcosa e nel frattempo si sbracciava per cercare di farle capire che doveva passargli la biancheria e anche il resto, cosa che la donna aveva capito benissimo ma non riusciva a trovare neppure la propria, figuriamoci.
Finalmente le venne per le mani qualcosa che sembrava al tatto un paio di pantaloni, e con mossa veloce li passò a don Rocco.
“ Rocco sto venendo di la, voglio vedere lo studio.” Stava dicendo la zia con voce sempre più vicina, visto che
stava arrancando per fortuna molto lentamente nella loro direzione.“
Ma zia perché? Vengo io di la…” La voce di don Rocco divenne cigolante anch’essa mentre le gambe cominciavano a diventargli molli. Sentiva alle sue spalle il respiro di Angela e gli sembrava di avere gli occhi di lei fissi sulle sue spalle. Come dio volle si infilò i pantaloni a pelle nuda e la maglietta e si precipitò oltre il tramezzo.
“ Zia andiamo di sopra a parlare…”
“ No io di qui non mi muovo, voglio vedere…chi c’è di là?” Lo interruppe la vecchia stizzita con un tono che non ammetteva repliche.
Alle sue spalle Angela che non aveva perso la calma stava intanto cercando i suoi vestiti e trovatili li indossò con una calma che Rocco le avrebbe invidiato. Ma si sentiva in trappola. Con tutto il sangue freddo di cui era dotata, non poteva fare a meno di pensare che al momento non c’erano vie di fuga. Guardò dentro l’armadio. Pieno. Non ci sarebbe entrato neanche uno spillo figuriamoci lei. L’unica era infilarsi sotto il letto vestita e aspettare gli eventi. Mentre che lo pensava all’improvviso fece mente locale all’assurdità della situazione. Farsi scoprire come due ragazzini alle prime armi! Il massimo dell’idiozia. E poi don Rocco nudo dietro il tramezzo con ancora l’arma in resta che cercava in precario equilibrio di infilarsi i calzoni, era uno spettacolo che non avrebbe facilmente dimenticato. Intanto a pochi metri la vecchia sbraitava come un’ossessa: “ Voglio andare di la, voglio vedere chi c’è…” E don Rocco: “
Chi c’è zia? Ma un mio amico…” e mentre lo diceva si dette del gran minchione perché non era cosa un amico maschio in camera da letto con gli scuri chiusi…
Questo si che gli guastava la reputazione con l’intero paese.
Ma la zia era fortunatamente troppo rimbambita  per poter capire ciò che lui diceva. Angela di la però lo sentì e fu presa da uno scoppio di ilarità irrefrenabile al punto da doversi mordere le mani per frenare le risa.
Intanto oltre il tramezzo, don Rocco cercava di convincere la riottosa zia a togliersi dalle scatole in modo che Angela potesse allontanarsi indisturbata.
 “ Andiamo di sopra zia.” Continuava a ripetere.
“ Non mi muovo da qui.” Rispondeva quella cocciuta, sistemando le sue forme straboccanti su una sedia che sembrò in procinto di stramazzare sotto il suo peso.
“ Aspettami qui zia, torno subito.” Don Rocco aveva fretta di tornare da Angela per dirle di aspettare il momento propizio per inforcare la porta ed eclissarsi.“
Unne vai? Cosa fai qui?Voglio vedere che combini.” Sbraitava intanto la vecchia.
Al di la del tramezzo Angela aspettava. Non era particolarmente spaventata o impensierita, solo molto imbarazzata.
Detestava sentirsi ridicola e ora ci si sentiva.
Si guardò intorno e aguzzando gli occhi vide sul letto le mutande del suo amante. Fu l’ultima goccia.
Quell’indumento appallottolato sul copriletto spiegazzato divenne all’improvviso il simbolo stesso dello squallore della situazione. La sua vista le divenne intollerabile. Lo prese con mossa repentina e lo infilò sotto uno dei cuscini, poi alzando gli occhi vide don Rocco che si sbracciava indicandole la porta socchiusa.
Si era messo fra di essa e la zia, in modo da precludere alla vecchia la visuale.
Angela si mosse senza fretta senza neanche accelerare i battiti del suo cuore. Sulla soglia guardò da una parte all’altra, pur rendendosi conto che nella situazione in cui era, difficilmente si sarebbe accorta di qualcuno che conosceva, poi uscì con passo spedito, pregando in cuor suo di non essere vista. Mentre si allontanava veloce e a testa alta come era il suo stile, sentì alle spalle la voce stridula della vecchia che gridava rivolgendosi alla ragazza che si occupava di lei e che era rimasta al piano di sopra: “ Iduccia vieni giù. Vieni a vedere che succede!”
Tornando a casa Angela rideva.
Don Rocco intanto sudava le classiche sette camice per calmare la zia e con scarsi risultati.
Dopo un’ora e dieci anni di più sulle spalle si avviò con passo malfermo verso casa.
Era talmente confuso  da non accorgersi dello stato in cui era nè degli sguardi perplessi di quelli che incontrava.
A casa, sua moglie era in vena di conversazione.
“ Rocco si può saper dove eri finito? Sei in ritardo per il pranzo…”
“ Mi dovevo incontrare col geometra Caruso per quei lavori alla cascina…” Chissà perché aveva nominato quell’uomo odioso, magro come un’acciuga dal colorito malaticcio. Niente di più lontano dalle belle forme di Angela, dal suo sorriso luminoso, dai suoi occhi di liquirizia. Mentre pensava a lei si accorse che l’espressione di sua moglie stava mutando.
All’inizio fu solo un aggrottare di ciglia, un’impercettibile smorfia sulla bocca sottile, poi il suo colorito terreo cominciò a virare sul rosso cremisi, mentre il suo sguardo di fuoco si fissava come una spada diretto verso il basso…
Don Rocco si sentì morire. Abbassò gli occhi imbarazzato, cercando la punta dei suoi piedi…poi all’improvviso gli venne di chiedersi se la vecchia zia aveva trovato da qualche parte la sua biancheria e la cosa lo fece scoppiare a ridere senza riuscire a fermarsi. Ma sua moglie non aveva il senso dell’umorismo e così con voce stridula iniziò una delle sue interminabili sciarre… e credo che stiano ancora litigando…

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