I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

IL GIORNO DEI MORTI

Dalle mie parti si crede che la notte fra il l’uno e il due novembre, il mondo dei morti e quello dei vivi si incontrino per pochi momenti memorabili.

I defunti tornano a visitare i loro cari mentre dormono e i luoghi che li hanno visti in vita.

E’ usanza che si lascino in cucina cibi, dolci acqua e vino, perché i morti possano rifocillarsi.

Per nessuna ragione però si deve cercare di vederli, perché la pena sarebbe la morte stessa o la pazzia.

Non ci si deve affacciare ai balconi o alle finestre, dopo la mezzanotte, perché essi passano per le vie in un lunghissimo corteo silenzioso, e il tempo si ferma al loro passare, perché la morte è un sogno, un lungo sogno dal quale non si ci si può svegliare.

Ma se si pone sul davanzale un bacile pieno d’acqua cristallina, con accanto un piccolo cero o una luce soffusa, guardando nell’acqua, li potrete vedere camminare lenti, nei loro vestiti migliori, nel momento della loro giovinezza perduta e lontana.

Così fece Tommaso Rea, perché voleva vedere la sua bella, Lola dagli occhi dolci, morta in un giorno d’Aprile per uno scherzo del suo cuore ballerino.

Nascosto affianco alla finestra,Tommaso spiava pieno d’ansia nel bacile pieno d’acqua cristallina.

Don, don,don…suonava la campana, dodici tocchi, mezzanotte.

Nel silenzio, appena interrotto dai latrati di cani  lontani, non succedeva nulla, e lenti passavano i minuti e intanto Tommaso ricordava.

Ricordava la pelle scura di Lola, il suo profumo leggero di lavanda e quei suoi baci che sapevano di frutta, quando l’aveva amato per una volta sola, in mezzo ai campi di grano sconfinati, con un tramonto che sprizzava fuoco…

Ad un tratto il silenzio si fece innaturale. Nessun rumore nella notte cupa. La fiamma della lampada tremò e nel bacile apparve…il lungo lento corteo silenzioso. Uomini donne bambini, il popolo dei morti camminava lungo le vie del paese, prima un brusio leggero, poi sempre più forte, voci senza vita salmodiavano lente un rosario incomprensibile.

Ma dov’era lei? Dov’era? La tentazione più forte della paura, spinse Tommaso a mettere via il bacile e affacciarsi alla finestra.

Li vide.

Una folla eterea e trasparente, proseguivano insieme mano nella mano, verso la meta comune. Laggiù, più in fondo, la scorse appena, la bella Lola dalle trecce nere che portava sulle spalle e non legate in una crocchia come lui la ricordava. Non guardava all’insù, non poteva vederlo, il bel viso assorto in una preghiere che mormorava a fior di labbra. Quelle labbra rosse fatte apposta per i baci.

“Lola!” Il grido gli uscì prima ancora di pensare. Vederla una volta ancora, sentire la sua voce, poterla forse toccare…

Il corteo si fermò, lei guardò in su, gli occhi brillanti come le prime stelle della sera.

“ Vieni” disse il suo sguardo nella notte cupa.

Tommaso scese le scale a due a due, giù in strada presto, prima che lei vada.

Il corteo si dirigeva verso la cattedrale, “vieni” dicevano gli occhi di lei sempre più lontani.

Entrarono tutti nella cattedrale e Tommaso dietro di loro. Il pesante portone si chiuse di botto alle sue spalle…

I morti pregavano inginocchiati sugli scranni, ad uno ad uno Tommaso li scrutava. Vide perfino suo padre e gli sembrò che piangesse. Fece per avvicinarsi, ma quello fece no con la testa.

Dov’era Lola? Eccole li, le sue trecce nere. Gli fecero largo e lui si sedette accanto a lei. Allungò la mano a sfiorare la sua. Un brivido gelido gli corse nelle ossa, sentendo sotto la pelle il gelo innaturale di una cosa morta. Si voltò a guardarla. Quanto era pallido il suo viso, e quanto magro! Gli zigomi alti sembravano forare la pelle diafana, solchi neri profondi sotto gli occhi, le labbra ora sottili,tirate sui denti. “ Vieni” Dicevano i suoi occhi vuoti nelle orbite del teschio…

Tommaso si alzò di scatto e fece per andare verso l’uscita. Tutte quelle orbite vuote lo guardavano e lui sentiva lo scricchiolio delle ossa che si agitavano sugli scranni.

Arrivato al portone, fece per aprirlo, ma quello bloccato, non si muoveva di un millimetro.

Più lo scuoteva, più sentiva alle spalle il fiato gelido di quelle anime perdute.

Si volse, gli erano tutte intorno…e svenne. 

Il curato lo trovò alle prime luci dell’alba, riverso vicino all’acquasantiera. Aveva i capelli tutti bianchi, quasi fosse un vecchio di cent’anni. Disse solo:” Li ho visti” e poi non parlò più.

E non ha più parlato nei vent’anni che ancora visse. Lo sguardo perso lontano in un mondo noto a lui solo. Lo accudiva una sua sorella nubile che raccontava a tutti che lui non dormiva mai e mangiava come un uccellino. “ L’aspetta” Diceva lei. “ Ma chi?” Chiedevano tutti, ma lei non rispondeva… 

Questa è una storia vera, padroni voi di non crederci. Me l’ hanno raccontata da bambina. Perciò non affacciatevi al balcone la notte tra il primo e il due novembre, potreste vedere qualcosa…che è meglio che non vediate mai…

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