I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

IL GATTO

Un uomo che viveva in una vecchia casa aggrappata ad una collina, in compagnia di se stesso e della sua rabbiosa solitudine, un giorno trovò nel suo giardino un gatto.

Fu il gatto anzi a trovare lui e a scegliere la sua casa come rifugio.

Era un bel gattone bianco e grigio, dal pelo lungo,  folto e lucido e dallo sguardo fiero e selvatico.

Ma il vecchio non amava gli animali. Era un vecchio arcigno e duro, la pelle di pergamena sulle vecchie ossa rattrappite, gli occhi acquosi dei vecchi, ma cattivi e freddi. Non aveva mai amato alcuno nella sua lunga vita, né la moglie, morta da tempo, di cui conservava pallidi ricordi come di un’ombra malinconica e muta che si aggirava per la casa, inconsistente e inutile, né i figli sparsi per il mondo con i quali non aveva ormai alcun rapporto.

In paese scendeva di rado, solo per far provviste, perché la gente lo infastidiva con la sua curiosità pettegola e inconcludente, con quelle chiacchiere oziose su un mondo  che non gli interessava affatto. Del resto la solitudine non gli pesava. Lavorava molto sia in casa che nel giardino, soprattutto nel piccolo orto che aveva ricavato in un angolo e dal quale traeva tutto il necessario per le sue scarse esigenze.

Aveva sempre lavorato molto, fin da ragazzo, nella casa del padre insieme ai suoi troppi fratelli, e poi nelle miniere di zolfo e ancora in Germania. Non ricordava che quel lavoro feroce, senza pause, senza sollievo, e poi la fame, quella miseria nera che ti uccide nell’anima prima ancora che nel corpo, che ti fa odiare i fratelli perché devi dividere con loro il cibo sempre scarso e i pochi stracci che d’inverno non bastavano a coprire e proteggere da un freddo impietoso.

Aveva imparato a rubare, ad ingannare, a picchiare. Aveva imparato a chiudere l’anima ad ogni emozione, eccetto la rabbia.

Aveva sposato una donna non bella ma docile, che la sua indifferenza e l’aridità del suo cuore avevano trasformato negli anni in un pallido topolino spaventato, che sussultava ogni volta che lui le rivolgeva la parola, fino a che era morta in silenzio, all’improvviso, quasi a non voler disturbare.

I figli, nati uno dopo l’altro, quasi per abitudine o fatalità, così diversi da lui e simili alla madre, che riempivano la casa solo di rumori, li aveva detestati tutti e poi col passare degli anni, semplicemente ignorati. E così il tempo era passato, sprofondandolo in una vecchiaia solitaria e aspra quanto lo era stata la sua giovinezza.

E adesso ecco arrivare questo gatto.

Le prime volte il vecchio lo cacciava, sbattendo rabbioso, il suo bastone dalla punta aguzza. Ma il gatto imperterrito tornava. Diffidente e ostile, non si faceva mai avvicinare. Passava il suo tempo a dormire sotto il grande cipresso al centro del giardino. L’uomo poteva vederlo dalla finestra della cucina dove passava gran parte del suo tempo.

Senza volerlo, e senza un motivo preciso, cominciò a portargli del cibo.

Il gatto lo guardava indifferente, da lontano, orgoglioso e remoto come un vecchio idolo.

Quando il vecchio si allontanava, si accostava al cibo e cominciava a mangiarlo, lentamente, senza fretta e senza avidità, elegante e regale, senza gratitudine.

Era una bestia fiera che non chiedeva niente a nessuno, sicura di sé, indipendente e solitaria.

In questo modo passarono i mesi, quasi un anno, e il vecchio, in un modo strano e incomprensibile, si affezionò al gatto.

Gli piaceva vederlo gironzolare nel giardino, presenza familiare e in un modo oscuro, rassicurante.

Gli piaceva osservarlo nei suoi giochi, o quando dormiva, facendo le fusa a qualche sogno misterioso. Gli sembrava di vedere se stesso, nella sua giovinezza tribolata e dura, senza sogni e senza rimpianti.

Un giorno però si accorse che il gatto non aveva più il pelo folto e luccicante come un tempo, e il suo corpo grasso andava assottigliandosi.

Capì che era malato, o semplicemente invecchiava.

Il gatto passava ormai gran parte delle giornate, sotto l’albero. Sembrava che muoversi gli costasse un grosso sforzo che lo lasciava esausto. Il suo corpo diventava sempre più scheletrico e il vecchio cominciò a preoccuparsi. Gli portava grossi pezzi di carne che l’animale annusava svogliatamente e spesso lasciava intatti. Ma i suoi occhi sempre più opachi continuavano a guardarlo fieri e diffidenti e ora che non poteva quasi più muoversi, soffiava ostile se il vecchio si avvicinava troppo.

L’uomo sentiva dentro l’anima un fastidio che non sapeva riconoscere, quasi come un dolore.

Guardava la bestia e si irritava a vederla e a vedersi soffrire.

Ogni mattina un’ansia segreta, lo spingeva a guardare in giro per il giardino e si rassicurava suo malgrado a vedere il gatto sempre al solito posto. Fino a che un giorno si accorse che la bestia era diventata cieca. Avvicinandosi più del solito, aveva visto i suoi occhi completamente opachi. Come una nuvola che copra il sole, una patina giallastra copriva le pupille. Il vecchio sentì che era alla fine, ma non voleva crederci.

Il sole di quella tarda estate, era sempre lo stesso, e così i rumori e gli odori e la vita stessa, ma il gatto moriva, dolcemente quasi senza dolore. E sembrava impossibile che la vita scivolasse via da quel corpo fiero, senza poterla fermare in qualche modo, anche solo per pochi momenti.

All’improvviso al vecchio sembrò insopportabile l’idea di tornare alla sua vita di prima, alla sua solitudine astiosa e indifferente, senza quel suo strano compagno di strada, spinoso ed ostile come lui.

Una mattina, svegliandosi si accorse che il gatto non era più al solito posto. Lo cercò dappertutto, ripetendosi che un gatto quando sta per morire se ne va lontano dove nessuno possa trovarlo, perché così gli raccontava sua madre ed era strano ricordarlo soltanto adesso.

Il giardino al pallido sole di quell’inizio di autunno era desolatamente vuoto, e il vecchio che non aveva mai pianto neanche da bambino, si trovò la faccia inondata di lacrime. Le lacrime scorrevano nelle insenature delle rughe come rivoli di vita che scivolava via, insieme all’amore mai dato né avuto, ai sogni e alle speranze che non aveva mai conosciuto. Le lacrime scorrevano copiose a bagnargli la camicia consunta, il panciotto liso e poi le mani callose con le quali tentava di asciugarle.

Lacrime, la vendetta del tempo che si era scordato di lui, come di un vecchio ceppo che non ha mai dato frutti né più ne darà, neppure buono ormai per scaldare l’inverno….

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