I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

ERA TANTO

 Camminava. Il freddo vento di novembre gli scompigliava i pensieri.

Le mani affondate nelle tasche, gli occhi che guardavano altrove, inseguendo pensieri, fastidiosi come mosche ostinate che continuino a posarsi, nonostante i tentativi di scacciarle.

Era scontento e assorto, ma non avrebbe saputo dire perché.

 

Aveva quell’età in cui la giovinezza ha il colore della nostalgia. A casa sua moglie, non l’aspettava. Oceani di silenzi fra loro, avevano scavato negli anni, baratri insuperabili, ma ancora provava per lei la tenerezza dei primi momenti che mai si era trasformata in amore.

E ora questo.

Era un uomo a suo modo onesto. Superficiale forse, chiuso e ostinato. Pochi vizi, nessuna distrazione.

Era un uomo che navigava a vista in una vita mediocre.

E ora questo.

 

La prima mail sembrava innocua. Un nome assolutamente sconosciuto sullo schermo del computer. A tutta prima aveva pensato di cestinarla, ma chissà per quale motivo non l’aveva fatto.

Nei giorni successivi, si era chiesto se rispondere o no. Alla fine aveva vinto la curiosità.

Chi poteva celarsi dietro quell’assurdo nick?

Qualcosa gli diceva, che era una persona conosciuta. Perché no? Non dava certo a tutti il suo indirizzo! Ma per quale motivo l’aveva cercato? Senza manifestarsi poi!

Uno scherzo. Di sicuro si trattava di uno scherzo. Stupido lui a rispondere!

Eppure  il pensiero continuava a tormentarlo.

Salutò qualche conoscente, senza fermarsi. Non aveva voglia. La serata era fredda e in piazza non c’era quasi nessuno. Meglio tornare a casa, forse. Eppure il pensiero gli stringeva il cuore.

All’improvviso qualche goccia di pioggia cominciò a cadere.

Affrettò il passo rendendosi conto però che non sarebbe riuscito ad arrivare alla macchina, prima che si scatenasse il temporale.

I lampi cominciarono ad illuminare un cielo di gesso. Era già bagnato quando riuscì ad infilarsi in macchina.

Accese il motore e fu allora che la vide.

Se ne stava rincantucciata sotto un balcone, stringendosi in un giaccone dai colori sgargianti. Aveva sul viso un’espressione impensierita e vagamente irritata.

Se fosse rimasta li sotto ancora per un po’, presto sarebbe stata fradicia.

La conosceva appena. Poche parole scambiate in fretta in occasioni casuali, quando si incontravano grazie a conoscenti comuni. Ma aveva un sorriso che riscaldava il cuore, se non fosse per quel velo di tristezza in fondo agli occhi nocciola.

“ Che faccio?” Si chiese, incerto se offrirle un passaggio, oppure fare finta di non averla vista. Lei girò il viso nella sua direzione, ma non mostrò di riconoscerlo. Il suo sguardo era distratto, non certo partecipe come altre volte era capitato fra loro.

Perché lei lo guardava così, col viso un po’ piegato sulla spalla e quel mezzo sorriso sulle labbra che lui non capiva. Lo guardava con uno sguardo sornione che lo imbarazzava.

Lo imbarazzava ma  gli capitava di cercarla fra la folla. Gli piaceva guardarla da lontano, quando rideva, quando parlava con la sua voce spessa.

Alzò le spalle. Perché no, si disse. Piove, non c’è niente di male.

Abbassò il finestrino, e diede un breve colpo di clacson. Lei si volse a guardare incuriosita, ma poi lo riconobbe e sorrise.

E quel sorriso fu come la fiamma di un fuoco lontano, che gli ricordò la sua giovinezza.

Sorrise anche lui, e le fece cenno di salire in macchina.

Lei sembrava titubante, ma poi si decise. Salì in macchina senza esitazioni. Era già bagnata.

Gli si sedette affianco e il suo profumo invase l’abitacolo. E ora?

Lui mise in moto. “ Ti accompagno a casa.” Disse.

“ Che fortuna averti incontrato! Pensavo di dover rimanere li sotto per ore.” Rispose lei. E il suo tono incespicò in quel “ Che fortuna” come se avesse un significato particolare, come se rimandasse a qualcosa…Lui si girò a guardarla. Gli occhi di lei brillavano. Sembrava che ridessero.

La pioggia cadeva fitta, appannando i vetri dei finestrini. Lui ebbe come l’impressione di trovarsi in una bolla di vetro, in cui il tempo scorresse più lentamente. Non riusciva quasi a vedere la strada. Era concentrato e teso. Lei non si sforzava di parlare. Se ne stava tranquilla al suo fianco avvolta nel suo profumo.

Eppure lui “sentiva” la sua presenza al suo fianco. La sentiva con la pelle e con tutti i cinque sensi. Come quando la guardava da lontano e lei rispondeva al suo sguardo, con quella luce fuggevole negli occhi di una promessa che non si può pronunciare a voce alta.

Come quando i loro corpi involontariamente si cercavano, avvicinandosi l’uno all’altro, quasi per caso, ma senza neppure sfiorarsi…

E ora questo.

Questa occasione insperata e imprevedibile di trovarsi soli. Ma soli per cosa?

Lui strinse le labbra irritato.

“ Stai sbagliano strada.” Disse lei ad un tratto. Accidenti, era vero. Fra la pioggia e quegli strani pensieri, aveva tirato dritto, invece che svoltare all’incrocio.

Imprecò sotto voce, mentre sentiva la sua risatina sommessa. Ci mancava solo questo che pensasse che l’aveva fatto apposta! Eppure!

Magari fosse stata lei, lo strano nick che gli scriveva! E perché no poi? Non aveva neanche cercato di indagare, di scoprire…certi giochi possono essere rischiosi.

Se avesse avuto dieci anni di meno…La guardò di sottecchi mentre cercava il modo di svoltare. La sua espressione era seria ora, forse delusa.

E certo. Stava facendo la figura dello stupido! Si maledisse per averle offerto un passaggio.

E adesso questo. Tutto gli sembrò stupido e ridicolo. Alla sua età imbranato come un ragazzo. Senza sapere che fare, senza sapere che dire.

Perché lei gli piaceva. Gli piaceva troppo ed era grande lo sforzo di nasconderlo a se stesso e agli altri.

Il motore cominciò a tossire. No ! questo era davvero troppo. Fermarsi in mezzo al nulla di strade inondate d’acqua, i tuoni sempre più vicini e lei che sobbalzava ad ogni scoppio.

All’improvviso gli sembrò lontana, chiusa nel suo bozzolo di apprensione. Avrebbe voluto abbracciarla, come si abbraccia un bambino che ha paura del buio.

Il motore si spense, permettendogli però di accostare.

“ Perché ti sei fermato?”

“ Il motore! L’acqua deve aver bagnato le candele.”

“ E ora?”

Già, e ora?

“ Perché mi hai mandato quelle mail?” Chiese lui ancora prima di pensarci e dandosi immediatamente dello stupido.

Chissà perché, ora lo sapeva che era stata lei. Avrebbe potuto giurarlo. Lo sentiva.

Lo sentiva col cuore e con la mente. Lo sentiva con tutti i suoi cinque sensi e con il desiderio che aveva, che davvero fosse lei, e non uno scherzo.

Ma lei non rispose e il suo silenzio fu più eloquente di mille discorsi.

Si girò a guardarla. I suoi occhi erano enormi nel buio. Pozzi profondi nei quali avrebbe potuto affogare. Pozzi nei quali avrebbe potuto perdersi e non tornare.

Lui e la sua vita ordinata, e quelle giornate sempre uguali con quella serenità un po’ stantia che confonde la vita in incerti gorghi di noia.

Lui e i suoi molti anni, troppi per farsi travolgere dalle emozioni.

Perché lei era il fuoco sotto la cenere. Ed era lui che voleva.

Un tuono più forte degli altri li fece sobbalzare. Lei istintivamente si spinse contro di lui. Ma senza malizia ed era calda e morbida e i suoi capelli profumavano di erba bagnata.

Lei era il fuoco o l’ultimo regalo di una vita avara. Perché no? Era tanto che l’aspettava senza neanche saperlo. Era tanto e ora questo.

Si guardarono e…si riconobbero…

ULTIMI FUOCHI ALL'OMBRA DELLA SERA

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