I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

DAMMI SOLO UN MINUTO

Dammi solo un minuto ancora, prima di andare. Ho da dirti …
Ebbene si, ti ho amato, in un tempo così lontano che l’ho dimenticato. Avevo allora occhi luminosi e nelle tasche mille sogni sgualciti, a furia di spiegarli e accartocciarli ancora, nell’ansia dei venti anni che illude di possedere tutto senza avere niente.

Avevo ideali pazzi ed arrabbiati, della rabbia della giovinezza che conquista il mondo solo con le parole e non si accorge che il mondo è un tritacarne che fa trucioli di qualunque cosa.
Correvo nei sentieri del mio vivere, scivolando fra le braccia di sempre nuovi amori, cercando quello che unico mi avrebbe reso donna.
Correvo e non capivo in quali sentieri tortuosi stessi perdendo, spiccioli d’anima.
Correvo incontro al nulla credendolo il futuro.
Dammi un minuto ancora per scoprire ciò che non ho trovato e che non ho più il tempo di cercare, ora che i giorni sono scatole vuote.
Ora che la musica del tempo non suona più per me le sue canzoni d’amore.
Hai preso tutto, lasciando soltanto ombre di ricordi, ancora più dolorose forse dei ricordi stessi.
Perché ogni cosa perduta, fa male se non può tornare, anche quella più bella, come la mia giovinezza sassosa e ardita. Come ogni amore che ho vissuto con tutto il corpo e tutta l’anima.
Dammi ancora un minuto. Ho ancora da dire.
Ho parole che non ho mai detto e che mi pesano nel cuore.
Ho desideri segreti che non ho mai voluto o saputo vivere.
Ho persone che ho amato e a cui non l’ho detto.
Quante cose!
Valige e valige di rimpianti! Forse è per questo che sogno sempre case vecchie piene di cose inutili e polverose. Chi l’avrebbe detto?
Ti ricordi quella bambina dalle trecce castane con assurdi riflessi di tramonto? Ricordi i suoi occhi dietro le lenti di occhiali dalla montatura fuori moda? I calzettoni bianchi sotto le gonne a pieghe, il torace stretto? Quattr’occhi e mezzo naso mi dicevano gli altri bambini. Portavo l’apparecchio ai denti e mi credevo brutta. E quell’immagine di me, mi è rimasta appiccicata nell’anima anche dopo quando le trecce non le portavo più, quando i miei denti divennero dritti e bianchi, tutti allineati come soldatini fra le labbra carnose.
E anche oggi quando mi guardo riflessa, nelle mie gonne fru fru e gli zatteroni alti che mi regalano la bellezza che non sento di avere, rivedo la bambina dalle spalle strette che mi guarda impaurita e timida al di la dello specchio. Come da un altro mondo di silenzi e di dolore.
Non c’era allegria in casa mia. Solo la tristezza cupa di mio padre e la rassegnazione piena di rancore di mia madre e silenzi.
Silenzi come pietre sulla superficie liscia di una tomba.
E io ho scelto l’allegria come una maschera a coprire la mia disperazione.
Dietro ai miei sorrisi non c’è speranza, ma ti ho amato. In un tempo lontano che più non ricordo.
Quando addentavo la vita a morsi avidi e rabbiosi, quando perdevo la rotta nel mare limaccioso dei miei errori, che sono stati tanti sai. Dio come ti ho amato, con la disperazione di chi è trascurato, di chi vede la gioia degli altri al di la di un vetro sapendo di esserne escluso.
E poi non ti ho amato più, per averti amato troppo.
Ma ora aspetta, dammi ancora un minuto per vedere il sole che tramonta sul mare, per sentire il profumo della pelle di un amante, per sciogliermi negli occhi di chi amo.
Dammi ancora un minuto per ricordare la gioia, gli attimi d’estasi, ogni più piccola lacrima.
E io così fragile, così irripetibile, così smaniosa, così sciocca così vigliacca…e io così soltanto io, un coagulo di cellule che un destino casuale ha buttato sulla faccia del mondo…E’ finita dunque?
Attimi, minuti, ore, mesi anni…quanto è breve una vita anche se dura cento anni.
Saranno polvere tutti i miei pensieri, tutti i miei sorrisi? Saranno polvere tutti i miei giorni?
E allora sia! Vattene pure, assurda, maledetta disperatamente amata VITA…

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