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I  QUAQUARAQUA'

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"Berlusconi - scrive Ulrich (Sueddeutsche Zeitung) - ha imposto una vita-spettacolo ai limiti della volgarità. Consumismo rapace, opportunismo e sfrenatezza sono i nuovi valori"
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LE  "7"  TALPE


Con l’arresto nelle campagne di Corleone si è conclusa la lunga latitanza, durata per oltre 40 anni, di Bernardo Provenzano, il boss più pericoloso e ricercato di tutti i tempi.
Ma chi è Bernardo Provenzano?
La sua biografia, raccolta per la prima volta in questo libro attraverso atti giudiziari e materiali inediti, è la cronaca di una terribile sottovalutazione: sino agli anni Ottanta era ritenuto u viddanu, u tratturi, lui il braccio violento di Cosa nostra e Salvatore Riina la mente; dopo le stragi Falcone e Borsellino si è scoperto che era invece il “ragioniere”, “il vero regista della politica palermitana”, l’amministratore di un’altra mafia, trasversale a quella ufficiale, su cui i pentiti - da Buscetta ai più recenti - hanno saputo svelare ben poco. Ma era troppo tardi: i dieci anni di vantaggio che Provenzano ha guadagnato sulla giustizia gli hanno già consentito di liquidare Riina con la sua strategia stragista e traghettare l’organizzazione - attraverso l’arte astuta della mediazione - nel Terzo Millennio, restituendole un volto rispettabile, da presentare nuovamente all’interno dei palazzi della politica. È stato arrestato dalla polizia l’11 aprile 2006. Ma restano inviolati i suoi segreti.

RECENSIONI

LA REPUBBLICA - 17 APRILE 2006
L'anticipazione del libro sul boss mafioso di Oliva e Palazzolo I retroscena di anni di insuccessi causati da misteriosi personaggi Sette talpe aiutarono Provengano e cinque volte sfuggì alla cattura

ROMA - Sette talpe, dentro i palazzi delle istituzioni, hanno protetto la latitanza di Bernardo Provenzano. E almeno cinque volte, negli ultimi dieci anni, il capo di Cosa nostra è riuscito a sfuggire alla cattura. E' quel che viene ricostruito nell'ultimo capitolo (di seguito ne riportiamo un ampio stralcio) della biografia del padrino arrestato l'11 aprile scorso, da mercoledì in libreria. "Bernardo Provenzano, il ragioniere di Cosa nostra", scritto dai giornalisti Salvo Palazzolo e Ernesto Oliva, editore Rubbettino. Non si tratta di un istant book ma del completamento di un progetto di ricerca iniziato nel 1999 (anche col sito www.bernardoprovenzano.net che contiene pure numerosi atti giudiziari) e ora giunto agli aspetti più misteriosi della latitanza di Provenzano: quelli che riguardano le protezioni eccellenti e i segreti custoditi dal boss.

La biografia del capo di Cosa nostra ripercorre la sua scalata al potere, da killer a depositario dei misteri delle stragi Falcone e Borsellino, un mafioso che è soprattutto il "ragioniere" e il "professore" della politica piuttosto che il "tratturi" come lo chiamavano un tempo a Corleone. "La lotta alla mafia non potrà dirsi finita sino a quando non verranno scoperti i segreti di Provenzano", dice Salvo Palazzolo. E sfogliando l'ultimo capitolo del libro, si staglia l'ombra del boss dietro tante tante vicende. "Negli archivi del palazzo di giustizia - spiegano gli autori - abbiamo scoperto un verbale del pentito Rosario Spatola, che accusa Provenzano di avere sciolto la loggia segreta dei Trecento, dopo la morte di Stefano Bontade, capomafia e gran maestro. Ma quale autorità aveva Provenzano per sciogliere una loggia di cui facevano parte anche gli esponenti più in vista della Palermo del 1980?". E' uno dei tanti interrogativi posti dal libro, che si sofferma pure sulle "talpe" istituzionali che hanno protetto la latitanza di Provenzano.

Ed ecco un'anticipazione dell'ultimo paragrafo del libro "Bernardo Provenzano, il ragioniere di Cosa nostra".

"... Sette talpe, dentro i palazzi delle istituzioni, hanno protetto la latitanza di Bernardo Provenzano. E almeno cinque volte, negli ultimi dieci anni, il capo di Cosa nostra è riuscito a sfuggire alla cattura. Ecco il capitolo più segreto che impegna i magistrati della Procura di Palermo. Sono ben due le indagini sulle talpe istituzionali. E un'altra, alla Procura di Caltanissetta, è stata chiusa per l'impossibilità di andare avanti: nel giugno 1992, pochi giorni dopo la strage Falcone, uno dei manager più fidati del padrino, Calogero Calà, telefonò a un ufficio di segreteria del Viminale. Non si è mai scoperto il nome dell'interlocutore romano e il motivo della chiamata.

La prima indagine sulle talpe istituzionali, com'è noto, ha come indagato un nome eccellente, quello del generale Mario Mori, direttore del Sisde, accusato da un suo ex dipendente del Ros, il colonnello Michele Riccio, di aver fatto scappare il padrino il 31 ottobre 1995. Quel giorno, l'indicazione del boss confidente Luigi Ilardo si era dimostrata precisa: "E' al bivio di Mezzojouso l'appuntamento con gli altri capifamiglia per andare alla riunione con Provenzano". Ma il blitz fu bloccato. "Per ordini di Roma", accusa Riccio. E il generale Mori lo ha querelato per calunnia. Il pm Nino Di Matteo sta ancora proseguendo l'indagine.

L'altra inchiesta sulle talpe è un grande contenitore di misteri. Nel 1998, i carabinieri del capitano Ultimo tenevano sotto controllo l'autoscuola Primavera, via Gaetano Daita 53, nel salotto di Palermo. Avevano capito che lì si tenevano summit di mafia. La notte del 4 dicembre erano riusciti a entrare dentro, per piazzare una microspia. Ma trasmise poco. Il 16 dicembre, il genero di Carmelo Amato, il gestore dell'autoscuola, entrò senza perdere tempo nello studio e staccò il telefono dalla presa. Trovò così la microspia. Da quel giorno, Provenzano non andò più in via Daita per tenere i suoi summit. Solo nel 2002, l'ultimo pentito di Cosa nostra, Nino Giuffrè ha svelato il retroscena: qualcuno aveva informato che le forze dell'ordine tenevano sotto controllo l'autoscuola.

Ma le talpe erano già corse ai ripari. Nei primi giorni del 2002, Bernardo Provenzano aveva scritto al fidato Nino Giuffrè: "Carissimo, con gioia, ho ricevuto tue notizie, mi compiaccio tanto, nel sapervi tutti in ottima salute. Lo stesso, grazie a Dio, al momento posso dire di me". E poi, subito gli forniva un'informazione preziosa. "Discorso cr: (cr sta per Carmelo, Carmelo Umina, il figlio del capomafia Gioacchino ndr) se lo puoi fare e ti ubbidiscono facci guardare se intorno all'azienda, ci avessero potuto mettere una o più telecamere, vicine o distante, falli impegnare ad osservare bene. E con questo, dire che non parlano, né dentro, né vicino alle macchine, anche in casa, non parlano ad alta voce, non parlare nemmeno vicino a case, né buone né diroccate". La lettera finiva così: "Istruiscili. Niente per me ringraziamento. Ringrazia a Nostro Signore Gesù Cristo".

Provenzano sapeva esattamente come una squadra di carabinieri teneva sotto controllo i mafiosi Umina di Vicari, i Pravatà di Roccapalumba, lo stesso Antonino Giuffrè. Erano gli uomini d'onore che garantivano la sua latitanza in quei mesi.

Ancora una volta, la rete informativa del boss di Corleone aveva lavorato a dovere. E nella masserie di Vicari non andò più nessuno.

La quarta, la quinta e la sesta talpa erano già in azione. Proprio mentre i magistrati di Palermo cercavano di non farsi demoralizzare da tutti quegli insuccessi. Ma il 2003 ha segnato il momento cruciale per l'inchiesta sui traditori. Grazie al pentimento di Giuffrè, la Procura è arrivata nella clinica del magnate della sanità siciliana, Michele Aiello. Accusato di essere uno dei principali prestanome di Provenzano. Era lui il collettore di molte notizie utili che arrivavano dai palazzi dell'antimafia. Tenuto sotto intercettazione con grande cautela, i carabinieri del Nucleo Operativo hanno scoperto alcuni infedeli, oggi sotto processo: il maresciallo Giorgio Riolo, l'esperto del Ros che tante cimici aveva piazzato nelle indagini su Provenzano; il maresciallo della Dia in servizio alla Procura, il fidatissimo Giuseppe Ciuro. Ma il processo non ha chiuso il caso. Proprio perché la quarta, la quinta e la sesta talpa sono ancora senza nome. Le indagini cercano a Roma, nel palazzo di giustizia di Palermo, e negli ambienti dei servizi segreti.

Provenzano è rimasto sempre al sicuro. Nella primavera del 2004, la polizia era sicura di arrestarlo a Villabate, alle porte di Palermo. I suoi picciotti avevano detto una parola di troppo su un appuntamento. Ma all'ultimo momento, la settimana talpa fece cambiare programmi. E l'appuntamento non si fece mai".



IL RIFORMISTA - 26 APRILE 2006
Cosa nostra. Cosa nasconde il boss? Le mille trame occulte del ragionier Provenzano

Chi è Bernardo Provenzano? Il braccio violento al servizio di Riina o, come recenti indagini hanno poi dimostrato, si è trattato del vero regista della politica palermitana, l'amministratore di una mafia trasversale a quella ufficiale di cui sinora si è potuto appurare ben poco? Ernesto Oliva e Sandro Palazzolo in questo Bernardo Provenzano. Il ragioniere di Cosa Nostra (Rubbettino editore, Soveria Mannelli Catanzaro), ne ricostruiscono la biografia attraverso un esame di atti giudiziari e materiali inediti.

Eppure, l'uomo arrestato l'11 aprile nella casa del ricottaro di Corleone assomiglia davvero poco al ragioniere, al professore, così hanno continuato a chiamare Bernardo Provenzano nei salotti più esclusivi di Palermo. Anche vent'anni fa era latitante, ma nessuno lo cercava per arrestarlo. Lo cercavano solo per un autorevole parere. Ne ha dati così tanti che i suoi incontri sono diventati i segreti più importanti, «la vera arma come dicono i magistrati di Palermo di cui il padrino ha disposto fino ad oggi. Per proporre e ricattare». Ecco perché non basta il carcere dopo 43 anni di latitanza per mettere fine al mito dell'impunità del padrino di Corleone. Il suo primo grande segreto Provenzano lo conserva dal 23 aprile 1981, il giorno in cui i corleonesi uccisero Stefano Bontade, che non era solo il capo della vecchia mafia ma anche il gran maestro della segretissima loggia dei Trecento, anche detta dei Normanni. Il pentito Rosario Spatola ha raccontato che Bontade si era messo in testa di "modernizzare" Cosa nostra: «Vedeva più in là, vedeva la potenza della massoneria, e magari riteneva di potere usare l'organizzazione mafiosa in subordine, come una sorta di manovalanza».

Intanto, Bontade aveva investito i soldi delle cosche a Milano. Non si è mai saputo esattamente dove. Ma di certo, ha assicurato il pentito Francesco Di Carlo incontrò Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi, grazie ai buoni uffici dell'anonimo titolare di una lavanderia, Gaetano Cinà, ottimo amico di Dell'Utri. Così dice la sentenza del tribunale di Palermo che ha condannato Dell'Utri e Cinà. Ebbene, Bontade fu ucciso e agli atti della Procura di Palermo è rimasto l'avvertimento del pentito Spatola: «Fu proprio Provenzano a prendere l'iniziativa di sciogliere la Loggia dei Trecento». Particolare davvero curioso. Quale autorità aveva mai don Bernardo per intervenire su una fratellanza tanto riservata? Forse era massone anche lui? Forse, già allora aveva ben presenti rapporti e complicità eccellenti che da lì a poco avrebbero fatto a gara per riposizionarsi e ingraziarsi i nuovi potenti venuti da Corleone? Quando si spartirono la città, Provenzano volle per sé la famiglia di Malaspina, di cui faceva parte Cinà, il milanese. Anche per questo il pentito Gioacchino Pennino ha sempre ribadito: «Non ho mai creduto che Bontade e gli altri uomini d'onore a lui vicini siano stati uccisi o soppressi per le motivazioni ufficialmente rese note in Cosa nostra. Penso che in realtà Bontade sia stato eliminato perché era divenuto troppo ricco e potente, perciò pericoloso. Provate a leggere attraverso la chiave dei rapporti economici. L'enorme patrimonio che era stato accumulato da Bontade e dal suo gruppo suggerisce Pennino è ipotizzabile che sia rimasto nelle mani di coloro che lo gestivano, e perciò, secondo quanto appreso dal4'avvocato Gaetano Zarcone, nelle mani di Berlusconi e dei fratelli Dell'Utri. Non dimenticate che una parte del patrimonio del gruppo Bontade era stato gestito dalla massoneria, tramite Michele Sindona e il banchiere Roberto Calvi».

Il secondo grande segreto Provenzano comýnciò a custodirlo qualche mese dopo la morte di Bontade e degli altri padrini della vecchia guardia. Fu nell'estate dell'82 che il padrino incontrò uno dei potenti esattori siciliani, Nino Salvo. Il pentito Giovanni Brusca rimase ad aspettare quattro ore negli uffici della Icre, industria di chiodi e reti di Bagheria. Fino a quando Nino Salvo uscì di fretta e andò via. Lui e il cugino Ignazio sapevano già che il consigliere istruttore Rocco Chinnici stava indagando sui loro affari e sulle complicità eccellenti che aveva intessuto all'interno della Democrazia Cristiana. I giudici di Caltanissetta che hanno condannato i mandanti mafiosi e gli esecutori della strage Chinnici (non gli esattori, che sono morti) hanno cercato di andare più a fondo nelle frequentazioni fra i Salvo e Giulio Andreotti. Così, nella motivazione della loro sentenza, c'è spazio anche per quel tassello che nella sentenza Andreotti è stato invece cassato: «Dal governo centrale di Roma arriva una segnalazione dice Brusca un input da parte dell'onorevole Andreotti. Faceva sapere a Lima, Lima ai Salvo, i Salvo me lo dicono a me e io lo porto a Riina. Dice di darci una calmata (nei delitti, nda) perché sennò si era costretti a prendere dei provvedimenti. Riina mi rimanda dai Salvo: fagli sapere che gli fanno sapere che ci lascia fare, che noi siamo a disposizione per tanti favori che gli abbiamo fatto». Provenzano sa quali. Il terzo segreto del padrino arrestato nella casa del ricottaro era un mistero anche per i mafiosi più vicini alla Cupola. Ricordate la confidenza che Pino Greco detto «scarpuzzedda», il killer fidato dei corleonesi, fece all'imprenditore Tullio Cannella? «'Stu omicidio Dalla Chiesa non ci voleva sussurrava il mafioso che era diventato importante per quel proiettile sparato al generale Per lo meno ci vorranno minimo dieci anni per riprendere bene la barca e comunque qua io ho avuto uno scherzetto in questo omicidio, e stu scherzetto me lo fece u ragioniere». L'amico gli rispose: «Vedi che io sono pure ragioniere, non facciamo che ti riferisci a me». Riprese: «No, no, non sei tu il ragioniere». Cannella ha spiegato al processo Andreotti: «Il ragioniere era Bernardo Provenzano. Pino Greco mi disse: "Qua c'è a mano du ragioniere, u ragioniere u sapi chiddu chi cumminò"». Qualche tempo dopo, Scarpuzzedda scomparve. E Provenzano ha conservato il segreto sulla strage Dalla Chiesa. Il quarto e il quinto segreto custodiscono il nome della talpe istituzionali che hanno tradito. Ne abbiamo già accennato. Vale la pena di ricordare. Innanzitutto, la talpa (o presunta tale) che rispondeva al telefono nel suo ufficio al Viminale. Nel giugno 1992, un mese dopo la strage Falcone, veniva chiamata da Calogero Calà, fidato manager bagherese del clan Provenzano. «Che avevano da dirsi?», hanno chiesto i giudici del tribunale di Palermo all'ispettore della squadra mobile di Caltanissetta che collaborò alle indagini. Anche in questo caso, è bene ribadire la risposta: «Le indagini furono poi chiuse perché eravamo pochissimi». L'altra talpa passò la notizia a Bernardo Provenzano che i carabinieri del Ros avevano deciso di tenere sotto controllo l'autoscuola Primavera di via Gaetano Daita 53, nel salotto di Palermo. Lì dove il padrino aveva il suo studiolo. Ce n'è anche un altro di segreto sugli infedeli che hanno protetto quarant'anni di latitanza. «Carissimo scriveva Provenzano al fidato Nino Giuffrè, il 15 aprile 2002 con gioia ho ricevuto tue notizie, mi compiaccio tanto, nel sapervi tutti in ottima salute. Lo stesso, grazie a Dio, al momento posso dire di me». E poi, subito gli forniva un'informazione preziosa. «Discorso cr: («cr» sta per Carmelo, Carmelo Umina, il figlio del capomafia Gioacchino, nda) se lo puoi fare e ti ubbidiscono facci guardare se intorno all'azienda, ci avessero potuto mettere una o più telecamere, vicine o distanti, falli impegnare ad osservare bene. E con questo, dire che non parlano, né dentro, né vicino alle macchine, anche in casa non parlano ad alta voce non parlare nemmeno vicino a case, né buone né diroccate». La lettera finiva così: «Istruiscili. Niente per me ringraziamento. Ringrazia a nostro signore Gesù Cristo». E le telecamere non ripresero più nulla. Ma l'elenco dei segreti sulle talpe della mafia nello Stato è destinato ad allungarsi. Dopo l'indagine che vede imputato a Palermo il presidente della Regione Salvatore Cuffaro, la procura ha annunciato che cerca ancora quattro nomi di insospettabili. Provenzano li conosce di certo. Le indagini giudiziarie sull'uomo arrestato nella casa del ricottaro di Corleone sono tutte aperte. Ma molte sono ferme, per la difficoltà di andare avanti. L'ultimo più autorevole pentito, Antonino Giuffrè ha informato che Provenzano fece un "sondaggio" prima delle stragi Falcone e Borsellino: fra politici, imprenditori e massoni. Chi erano? Solo scoprendo i segreti di Provenzano si potrà dire che la mafia è stata sconfitta per davvero.

BERNARDO PROVENZANO. IL RAGIONIERE DI COSA NOSTRA
Autori: Ernesto Oliva, Salvo Palazzolo
Editore: Rubbettino Editore
Pagine: XXXII+170
Anno: 2006
ISBN: 88-498-1508-5
Prezzo (di copertina): 12,00 Euro
 http://www.archimagazine.com/bookshop/lnoliva.htm

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LE STAGIONI EQUESTRI

-evoluzione della cavalleria-

Ieri    

oggi  

domani

 

 

 

 

 

DA "IL RIFORMISTA" - EDITORIALE mercoledì 8 settembre 2004

«Crediamo che Denise sia ancora viva e tenuta segregata in qualche angolo di Mazara del Vallo da qualcuno che vuole punire i genitori per motivi personali. Quella della vendetta privata è la pista più attendibile e se è davvero quella giusta, allora la bambina serve viva, non morta, e la famiglia sa anche chi l'ha presa». Così si è espresso l'altro giorno Antonino Silvio Sciuto, procuratore di Marsala e coordinatore dell'inchiesta sul rapimento della bimba di quattro anni, scomparsa una settimana fa mentre giocava davanti casa. Sulle cronache dei nostri quotidiani il magistrato è descritto come un professionista serio (con un passato nel pool di Paolo Borsellino), poco incline alla conversazione con i giornalisti. Quindi con ogni probabilità immune da quella irresistibile voglia di protagonismo che talvolta seduce le nostre toghe. Se ne desume che se il procuratore Sciuto ha deciso di rilasciare queste dichiarazioni, qualche ragione ce l'avrà......

Poi, pochi giorni dopo, ha invertito la rotta, chiedendo agli operatori dell'informazione di calare un velo di silenzio sulla vicenda.....Un'ipotesi che comunque non mitiga il nostro sconcerto nel sentire un magistrato della repubblica affermare che la famiglia conosce i rapitori della bimba, che il sequestro non sarebbe legato a motivi economici, bensì a una vendetta privata......

Una bambina viene rapita in pieno giorno in un paese siciliano di cinquantamila abitanti e nessuno ha visto né sentito nulla. Lo Stato è certo che la famiglia conosce i sequestratori, ma è impotente di fronte alla volontà di non rivelarne i nomi, e può solo sperare in un passo falso. Proprio come un intruso che bussa invano alla porta di una casa dove è ospite sgradito. Fosse vivo, Leonardo Sciascia ci seppellirebbe con una risata delle sue.

29.9.04
Lo Stato si affida ai sensitivi!!!   -  
DA LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO

 "A quasi un mese dalla scomparsa della piccola Denise, ci si aggrappa anche a una sensitiva. Una medium ha infatti affiancato per alcuni giorni gli investigatori impegnati nelle ricerche di Denise Pipitone, la bimba di tre anni rapita il primo settembre scorso a Mazara del Vallo mentre giocava davanti casa.
La donna è stata portata nell’ abitazione della famiglia Pipitone, ha frequentato la stanza in cui viveva quotidianamente la bimba, e alla fine ha indicato i luoghi in cui ritiene che si possa trovare Denise. La medium ha detto di «vedere» la piccola «in mezzo ai maiali». Così, su ordine della magistratura di Marsala che coordina le indagini, sono scattati nei giorni scorsi controlli in diversi allevamenti di suini nel trapanese.
La sensitiva è stata ascoltata anche dalla procura della Repubblica di Marsala, guidata da Silvio Sciuto; la donna ha riversato ai magistrati «lo scenario che ha visto» grazie ai suoi «poteri».

(4.10)-E' DISPERAZIONE!: la mamma di Denise si affida al Papa e a Ciampi!/clic

 

21.09.2004 - [NEWS]-MAZARA DEL VALLO: LA PICCOLA DENISE SEGNALATA A CALTANISSETTA - Una donna avrebbe visto la bambina in compagnia di un uomo su una Fiat Uno. La pista è ritenuta attendibile dagli inquirenti.

lunedì , 20 settembre 2004 - al vaglio la segnalazione di un pilota AirOne

ultime notizie-13.9.04: si cerca il mostro

CASO DENISE: IN PREPARAZIONE UNO SPOT PER LE RICERCHE
Palermo, 14 set. - (Adnkronos) - Uno spot per tenere alta l'attenzione sulla piccola Denise, 4 anni, probabilmente rapita, scomparsa il 1 settembre scorso, a Mazara del Vallo. Lo ha annunciato il legale portavoce della famiglia, Giacomo Frazzitta. Lo spot sara' montato anche con dei filmini in possesso alla famiglia della bimba. Ci sara' la scritta 'troviamo Denise' e il numero del conto corrente di solidarieta' aperto presso il Banco di Sicilia a Mazara. (Cal/Pn/Adnkronos)14-SET-04  18:47

 
AUDIONEWS martedì 22 marzo 2005
Video Denise, la Procura di Marsala apre inchiesta
16.04: La Procura di Marsala ha aperto un'inchiesta per violazione di segreto d'ufficio dopo la divulgazione in televisione del breve videoclip con le immagini della bimba che somiglia alla piccola Denise Pipitone, realizzate da una guardia giurata di Milano nell'autunno scorso. I magistrati non hanno gradito la divulgazione del filmato. Nei giorni scorsi era stata proprio la Procura a dare alla madre di Denise l'autorizzazione solo a parlare del video.

COME DIRE...MANCA SOLO TAORMINA!

26.3.2005
Non è Denise

Non è Denise Pipitone. La bimba trovata nel Milanese con alcuni nomadi non è la piccola scomparsa il primo settembre scorso a Mazara del Vallo. Sarebbero negativi i primi accertamenti del Dna fatti dagli esperti del Ris sulla bimba rintracciata ieri. clicca
5.5.05
Indagata la sorellastra di Denise Pipitone "per aver detto il falso" durante gli interrogatori. La giovane avrebbe avuto rancori nei confronti della mamma della piccola, Piera Maggio.

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CIAMPI SUPERSTAR 28.4.05

A Ciampi, già insignito del prestigioso premio europeo "Carlo Magno", istituito nel 1950 per premiare i più illustri fautori della causa europea, nell’interesse dell’umanità e della pace mondiale, è stato ieri assegnato uno speciale David di Donatello d'oro, ''in riconoscimento della sua generosa e costante attenzione al cinema italiano'', come ha spiegato il presidente dell'ente Gianluigi Rondi nel leggere la motivazione. 'Vi ringrazio. Sono lusingato nel ricevere questo inatteso David d'Oro dal mondo del cinema. E stupito, poiche' io non ho altro merito se non quello di avere seguito il vostro lavoro da vicino: sempre, non solo da quando sto al Quirinale''. Così il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, commosso ha accolto stamattina il riconoscimento conferitogli.
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