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Con l’arresto nelle campagn e
di Corleone si è conclusa la lunga latitanza, durata per
oltre 40 anni, di Bernardo Provenzano, il boss più
pericoloso e ricercato di tutti i tempi.
Ma chi è Bernardo Provenzano?
La sua biografia, raccolta per la prima volta in questo
libro attraverso atti giudiziari e materiali inediti, è la
cronaca di una terribile sottovalutazione: sino agli anni
Ottanta era ritenuto u viddanu, u tratturi, lui il braccio
violento di Cosa nostra e Salvatore Riina la mente; dopo le
stragi Falcone e Borsellino si è scoperto che era invece il
“ragioniere”, “il vero regista della politica palermitana”,
l’amministratore di un’altra mafia, trasversale a quella
ufficiale, su cui i pentiti - da Buscetta ai più recenti -
hanno saputo svelare ben poco. Ma era troppo tardi: i dieci
anni di vantaggio che Provenzano ha guadagnato sulla
giustizia gli hanno già consentito di liquidare Riina con la
sua strategia stragista e traghettare l’organizzazione -
attraverso l’arte astuta della mediazione - nel Terzo
Millennio, restituendole un volto rispettabile, da
presentare nuovamente all’interno dei palazzi della
politica. È stato arrestato dalla polizia l’11 aprile 2006.
Ma restano inviolati i suoi segreti.
RECENSIONI
LA REPUBBLICA - 17 APRILE 2006
L'anticipazione del libro sul boss mafioso di Oliva e
Palazzolo I retroscena di anni di insuccessi causati da
misteriosi personaggi Sette talpe aiutarono Provengano e
cinque volte sfuggì alla cattura
ROMA - Sette talpe, dentro i palazzi delle istituzioni,
hanno protetto la latitanza di Bernardo Provenzano. E almeno
cinque volte, negli ultimi dieci anni, il capo di Cosa
nostra è riuscito a sfuggire alla cattura. E' quel che viene
ricostruito nell'ultimo capitolo (di seguito ne riportiamo
un ampio stralcio) della biografia del padrino arrestato
l'11 aprile scorso, da mercoledì in libreria. "Bernardo
Provenzano, il ragioniere di Cosa nostra", scritto dai
giornalisti Salvo Palazzolo e Ernesto Oliva, editore
Rubbettino. Non si tratta di un istant book ma del
completamento di un progetto di ricerca iniziato nel 1999
(anche col sito www.bernardoprovenzano.net che contiene pure
numerosi atti giudiziari) e ora giunto agli aspetti più
misteriosi della latitanza di Provenzano: quelli che
riguardano le protezioni eccellenti e i segreti custoditi
dal boss.
La biografia del capo di Cosa nostra ripercorre la sua
scalata al potere, da killer a depositario dei misteri delle
stragi Falcone e Borsellino, un mafioso che è soprattutto il
"ragioniere" e il "professore" della politica piuttosto che
il "tratturi" come lo chiamavano un tempo a Corleone. "La
lotta alla mafia non potrà dirsi finita sino a quando non
verranno scoperti i segreti di Provenzano", dice Salvo
Palazzolo. E sfogliando l'ultimo capitolo del libro, si
staglia l'ombra del boss dietro tante tante vicende. "Negli
archivi del palazzo di giustizia - spiegano gli autori -
abbiamo scoperto un verbale del pentito Rosario Spatola, che
accusa Provenzano di avere sciolto la loggia segreta dei
Trecento, dopo la morte di Stefano Bontade, capomafia e gran
maestro. Ma quale autorità aveva Provenzano per sciogliere
una loggia di cui facevano parte anche gli esponenti più in
vista della Palermo del 1980?". E' uno dei tanti
interrogativi posti dal libro, che si sofferma pure sulle
"talpe" istituzionali che hanno protetto la latitanza di
Provenzano.
Ed ecco un'anticipazione dell'ultimo paragrafo del libro
"Bernardo Provenzano, il ragioniere di Cosa nostra".
"... Sette talpe, dentro i palazzi delle istituzioni, hanno
protetto la latitanza di Bernardo Provenzano. E almeno
cinque volte, negli ultimi dieci anni, il capo di Cosa
nostra è riuscito a sfuggire alla cattura. Ecco il capitolo
più segreto che impegna i magistrati della Procura di
Palermo. Sono ben due le indagini sulle talpe istituzionali.
E un'altra, alla Procura di Caltanissetta, è stata chiusa
per l'impossibilità di andare avanti: nel giugno 1992, pochi
giorni dopo la strage Falcone, uno dei manager più fidati
del padrino, Calogero Calà, telefonò a un ufficio di
segreteria del Viminale. Non si è mai scoperto il nome
dell'interlocutore romano e il motivo della chiamata.
La prima indagine sulle talpe istituzionali, com'è noto, ha
come indagato un nome eccellente, quello del generale Mario
Mori, direttore del Sisde, accusato da un suo ex dipendente
del Ros, il colonnello Michele Riccio, di aver fatto
scappare il padrino il 31 ottobre 1995. Quel giorno,
l'indicazione del boss confidente Luigi Ilardo si era
dimostrata precisa: "E' al bivio di Mezzojouso
l'appuntamento con gli altri capifamiglia per andare alla
riunione con Provenzano". Ma il blitz fu bloccato. "Per
ordini di Roma", accusa Riccio. E il generale Mori lo ha
querelato per calunnia. Il pm Nino Di Matteo sta ancora
proseguendo l'indagine.
L'altra inchiesta sulle talpe è un grande contenitore di
misteri. Nel 1998, i carabinieri del capitano Ultimo
tenevano sotto controllo l'autoscuola Primavera, via Gaetano
Daita 53, nel salotto di Palermo. Avevano capito che lì si
tenevano summit di mafia. La notte del 4 dicembre erano
riusciti a entrare dentro, per piazzare una microspia. Ma
trasmise poco. Il 16 dicembre, il genero di Carmelo Amato,
il gestore dell'autoscuola, entrò senza perdere tempo nello
studio e staccò il telefono dalla presa. Trovò così la
microspia. Da quel giorno, Provenzano non andò più in via
Daita per tenere i suoi summit. Solo nel 2002, l'ultimo
pentito di Cosa nostra, Nino Giuffrè ha svelato il
retroscena: qualcuno aveva informato che le forze
dell'ordine tenevano sotto controllo l'autoscuola.
Ma le talpe erano già corse ai ripari. Nei primi giorni del
2002, Bernardo Provenzano aveva scritto al fidato Nino
Giuffrè: "Carissimo, con gioia, ho ricevuto tue notizie, mi
compiaccio tanto, nel sapervi tutti in ottima salute. Lo
stesso, grazie a Dio, al momento posso dire di me". E poi,
subito gli forniva un'informazione preziosa. "Discorso cr:
(cr sta per Carmelo, Carmelo Umina, il figlio del capomafia
Gioacchino ndr) se lo puoi fare e ti ubbidiscono facci
guardare se intorno all'azienda, ci avessero potuto mettere
una o più telecamere, vicine o distante, falli impegnare ad
osservare bene. E con questo, dire che non parlano, né
dentro, né vicino alle macchine, anche in casa, non parlano
ad alta voce, non parlare nemmeno vicino a case, né buone né
diroccate". La lettera finiva così: "Istruiscili. Niente per
me ringraziamento. Ringrazia a Nostro Signore Gesù Cristo".
Provenzano sapeva esattamente come una squadra di
carabinieri teneva sotto controllo i mafiosi Umina di
Vicari, i Pravatà di Roccapalumba, lo stesso Antonino
Giuffrè. Erano gli uomini d'onore che garantivano la sua
latitanza in quei mesi.
Ancora una volta, la rete informativa del boss di Corleone
aveva lavorato a dovere. E nella masserie di Vicari non andò
più nessuno.
La quarta, la quinta e la sesta talpa erano già in azione.
Proprio mentre i magistrati di Palermo cercavano di non
farsi demoralizzare da tutti quegli insuccessi. Ma il 2003
ha segnato il momento cruciale per l'inchiesta sui
traditori. Grazie al pentimento di Giuffrè, la Procura è
arrivata nella clinica del magnate della sanità siciliana,
Michele Aiello. Accusato di essere uno dei principali
prestanome di Provenzano. Era lui il collettore di molte
notizie utili che arrivavano dai palazzi dell'antimafia.
Tenuto sotto intercettazione con grande cautela, i
carabinieri del Nucleo Operativo hanno scoperto alcuni
infedeli, oggi sotto processo: il maresciallo Giorgio Riolo,
l'esperto del Ros che tante cimici aveva piazzato nelle
indagini su Provenzano; il maresciallo della Dia in servizio
alla Procura, il fidatissimo Giuseppe Ciuro. Ma il processo
non ha chiuso il caso. Proprio perché la quarta, la quinta e
la sesta talpa sono ancora senza nome. Le indagini cercano a
Roma, nel palazzo di giustizia di Palermo, e negli ambienti
dei servizi segreti.
Provenzano è rimasto sempre al sicuro. Nella primavera del
2004, la polizia era sicura di arrestarlo a Villabate, alle
porte di Palermo. I suoi picciotti avevano detto una parola
di troppo su un appuntamento. Ma all'ultimo momento, la
settimana talpa fece cambiare programmi. E l'appuntamento
non si fece mai".
IL RIFORMISTA - 26 APRILE 2006
Cosa nostra. Cosa nasconde il boss? Le mille trame occulte
del ragionier Provenzano
Chi è Bernardo Provenzano? Il braccio violento al servizio
di Riina o, come recenti indagini hanno poi dimostrato, si è
trattato del vero regista della politica palermitana,
l'amministratore di una mafia trasversale a quella ufficiale
di cui sinora si è potuto appurare ben poco? Ernesto Oliva e
Sandro Palazzolo in questo Bernardo Provenzano. Il
ragioniere di Cosa Nostra (Rubbettino editore, Soveria
Mannelli Catanzaro), ne ricostruiscono la biografia
attraverso un esame di atti giudiziari e materiali inediti.
Eppure, l'uomo arrestato l'11 aprile nella casa del
ricottaro di Corleone assomiglia davvero poco al ragioniere,
al professore, così hanno continuato a chiamare Bernardo
Provenzano nei salotti più esclusivi di Palermo. Anche
vent'anni fa era latitante, ma nessuno lo cercava per
arrestarlo. Lo cercavano solo per un autorevole parere. Ne
ha dati così tanti che i suoi incontri sono diventati i
segreti più importanti, «la vera arma come dicono i
magistrati di Palermo di cui il padrino ha disposto fino ad
oggi. Per proporre e ricattare». Ecco perché non basta il
carcere dopo 43 anni di latitanza per mettere fine al mito
dell'impunità del padrino di Corleone. Il suo primo grande
segreto Provenzano lo conserva dal 23 aprile 1981, il giorno
in cui i corleonesi uccisero Stefano Bontade, che non era
solo il capo della vecchia mafia ma anche il gran maestro
della segretissima loggia dei Trecento, anche detta dei
Normanni. Il pentito Rosario Spatola ha raccontato che
Bontade si era messo in testa di "modernizzare" Cosa nostra:
«Vedeva più in là, vedeva la potenza della massoneria, e
magari riteneva di potere usare l'organizzazione mafiosa in
subordine, come una sorta di manovalanza».
Intanto, Bontade aveva investito i soldi delle cosche a
Milano. Non si è mai saputo esattamente dove. Ma di certo,
ha assicurato il pentito Francesco Di Carlo incontrò
Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi, grazie ai buoni
uffici dell'anonimo titolare di una lavanderia, Gaetano
Cinà, ottimo amico di Dell'Utri. Così dice la sentenza del
tribunale di Palermo che ha condannato Dell'Utri e Cinà.
Ebbene, Bontade fu ucciso e agli atti della Procura di
Palermo è rimasto l'avvertimento del pentito Spatola: «Fu
proprio Provenzano a prendere l'iniziativa di sciogliere la
Loggia dei Trecento». Particolare davvero curioso. Quale
autorità aveva mai don Bernardo per intervenire su una
fratellanza tanto riservata? Forse era massone anche lui?
Forse, già allora aveva ben presenti rapporti e complicità
eccellenti che da lì a poco avrebbero fatto a gara per
riposizionarsi e ingraziarsi i nuovi potenti venuti da
Corleone? Quando si spartirono la città, Provenzano volle
per sé la famiglia di Malaspina, di cui faceva parte Cinà,
il milanese. Anche per questo il pentito Gioacchino Pennino
ha sempre ribadito: «Non ho mai creduto che Bontade e gli
altri uomini d'onore a lui vicini siano stati uccisi o
soppressi per le motivazioni ufficialmente rese note in Cosa
nostra. Penso che in realtà Bontade sia stato eliminato
perché era divenuto troppo ricco e potente, perciò
pericoloso. Provate a leggere attraverso la chiave dei
rapporti economici. L'enorme patrimonio che era stato
accumulato da Bontade e dal suo gruppo suggerisce Pennino è
ipotizzabile che sia rimasto nelle mani di coloro che lo
gestivano, e perciò, secondo quanto appreso dal4'avvocato
Gaetano Zarcone, nelle mani di Berlusconi e dei fratelli
Dell'Utri. Non dimenticate che una parte del patrimonio del
gruppo Bontade era stato gestito dalla massoneria, tramite
Michele Sindona e il banchiere Roberto Calvi».
Il secondo grande segreto Provenzano comýnciò a custodirlo
qualche mese dopo la morte di Bontade e degli altri padrini
della vecchia guardia. Fu nell'estate dell'82 che il padrino
incontrò uno dei potenti esattori siciliani, Nino Salvo. Il
pentito Giovanni Brusca rimase ad aspettare quattro ore
negli uffici della Icre, industria di chiodi e reti di
Bagheria. Fino a quando Nino Salvo uscì di fretta e andò
via. Lui e il cugino Ignazio sapevano già che il consigliere
istruttore Rocco Chinnici stava indagando sui loro affari e
sulle complicità eccellenti che aveva intessuto all'interno
della Democrazia Cristiana. I giudici di Caltanissetta che
hanno condannato i mandanti mafiosi e gli esecutori della
strage Chinnici (non gli esattori, che sono morti) hanno
cercato di andare più a fondo nelle frequentazioni fra i
Salvo e Giulio Andreotti. Così, nella motivazione della loro
sentenza, c'è spazio anche per quel tassello che nella
sentenza Andreotti è stato invece cassato: «Dal governo
centrale di Roma arriva una segnalazione dice Brusca un
input da parte dell'onorevole Andreotti. Faceva sapere a
Lima, Lima ai Salvo, i Salvo me lo dicono a me e io lo porto
a Riina. Dice di darci una calmata (nei delitti, nda) perché
sennò si era costretti a prendere dei provvedimenti. Riina
mi rimanda dai Salvo: fagli sapere che gli fanno sapere che
ci lascia fare, che noi siamo a disposizione per tanti
favori che gli abbiamo fatto». Provenzano sa quali. Il terzo
segreto del padrino arrestato nella casa del ricottaro era
un mistero anche per i mafiosi più vicini alla Cupola.
Ricordate la confidenza che Pino Greco detto «scarpuzzedda»,
il killer fidato dei corleonesi, fece all'imprenditore
Tullio Cannella? «'Stu omicidio Dalla Chiesa non ci voleva
sussurrava il mafioso che era diventato importante per quel
proiettile sparato al generale Per lo meno ci vorranno
minimo dieci anni per riprendere bene la barca e comunque
qua io ho avuto uno scherzetto in questo omicidio, e stu
scherzetto me lo fece u ragioniere». L'amico gli rispose:
«Vedi che io sono pure ragioniere, non facciamo che ti
riferisci a me». Riprese: «No, no, non sei tu il
ragioniere». Cannella ha spiegato al processo Andreotti: «Il
ragioniere era Bernardo Provenzano. Pino Greco mi disse:
"Qua c'è a mano du ragioniere, u ragioniere u sapi chiddu
chi cumminò"». Qualche tempo dopo, Scarpuzzedda scomparve. E
Provenzano ha conservato il segreto sulla strage Dalla
Chiesa. Il quarto e il quinto segreto custodiscono il nome
della talpe istituzionali che hanno tradito. Ne abbiamo già
accennato. Vale la pena di ricordare. Innanzitutto, la talpa
(o presunta tale) che rispondeva al telefono nel suo ufficio
al Viminale. Nel giugno 1992, un mese dopo la strage
Falcone, veniva chiamata da Calogero Calà, fidato manager
bagherese del clan Provenzano. «Che avevano da dirsi?»,
hanno chiesto i giudici del tribunale di Palermo
all'ispettore della squadra mobile di Caltanissetta che
collaborò alle indagini. Anche in questo caso, è bene
ribadire la risposta: «Le indagini furono poi chiuse perché
eravamo pochissimi». L'altra talpa passò la notizia a
Bernardo Provenzano che i carabinieri del Ros avevano deciso
di tenere sotto controllo l'autoscuola Primavera di via
Gaetano Daita 53, nel salotto di Palermo. Lì dove il padrino
aveva il suo studiolo. Ce n'è anche un altro di segreto
sugli infedeli che hanno protetto quarant'anni di latitanza.
«Carissimo scriveva Provenzano al fidato Nino Giuffrè, il 15
aprile 2002 con gioia ho ricevuto tue notizie, mi compiaccio
tanto, nel sapervi tutti in ottima salute. Lo stesso, grazie
a Dio, al momento posso dire di me». E poi, subito gli
forniva un'informazione preziosa. «Discorso cr: («cr» sta
per Carmelo, Carmelo Umina, il figlio del capomafia
Gioacchino, nda) se lo puoi fare e ti ubbidiscono facci
guardare se intorno all'azienda, ci avessero potuto mettere
una o più telecamere, vicine o distanti, falli impegnare ad
osservare bene. E con questo, dire che non parlano, né
dentro, né vicino alle macchine, anche in casa non parlano
ad alta voce non parlare nemmeno vicino a case, né buone né
diroccate». La lettera finiva così: «Istruiscili. Niente per
me ringraziamento. Ringrazia a nostro signore Gesù Cristo».
E le telecamere non ripresero più nulla. Ma l'elenco dei
segreti sulle talpe della mafia nello Stato è destinato ad
allungarsi. Dopo l'indagine che vede imputato a Palermo il
presidente della Regione Salvatore Cuffaro, la procura ha
annunciato che cerca ancora quattro nomi di insospettabili.
Provenzano li conosce di certo. Le indagini giudiziarie
sull'uomo arrestato nella casa del ricottaro di Corleone
sono tutte aperte. Ma molte sono ferme, per la difficoltà di
andare avanti. L'ultimo più autorevole pentito, Antonino
Giuffrè ha informato che Provenzano fece un "sondaggio"
prima delle stragi Falcone e Borsellino: fra politici,
imprenditori e massoni. Chi erano? Solo scoprendo i segreti
di Provenzano si potrà dire che la mafia è stata sconfitta
per davvero.
BERNARDO
PROVENZANO. IL RAGIONIERE DI COSA
NOSTRA
Autori: Ernesto Oliva, Salvo Palazzolo
Editore: Rubbettino Editore
Pagine: XXXII+170
Anno: 2006
ISBN: 88-498-1508-5
Prezzo (di copertina): 12,00 Euro
http://www.archimagazine.com/bookshop/lnoliva.htm |