I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

ça passe!


L’odore era quello tipico. Odore di polvere e ferro, di sudore e valige trascinate con fatica, di giornali stropicciati e riviste accartocciate, di vite veloci e sconosciute che si sfiorano l’un l’altra senza conoscersi né incontrarsi davvero.
Lei se ne stava ferma sul marciapiede in attesa che il treno ripartisse, sforzandosi di vedere sua madre, nel corridoio affollato del convoglio, per un ultimo saluto.
Il corpo snello aveva un atteggiamento svogliato e orgoglioso. Le spalle dritte, il ventre piatto le toglievano gli anni, presto restituiti dall’espressione del viso, stropicciata e delusa.
“ Si affretti a salire signora, il treno sta per ripartire…” Una voce alle sue spalle la riscosse.
Si voltò. Lui la guardava, gli occhi scuri sorridenti. La divisa stropicciata, il cappello un po’ a sghimbescio.
“ Non devo partire. Ho solo accompagnato mia madre.” Rispose lei con un vago fastidio nella voce che aveva acuta e giovanile.
“ Peccato!” Rispose lui. Solo questo. Ma il tono in cui pronunciò quella parola, la costrinse a voltarsi di nuovo. Lo guardò meglio. Non era bello, ma aveva l’ avvenenza di una giovinezza imperiosa e arrogante.
Alto, aveva un corpo snello e quei capelli neri che si immaginavano folti sotto il berretto di ordinanza. Con mosse agili lui montò sul predellino del treno, non senza prima averla guardata di nuovo. Il suo sguardo era ridente e ironico, sornione e dolce come una carezza lenta che non ti abbandona.
Lei ricambiò lo sguardo, con la timidezza della ragazza che non era più ormai da tempo immemorabile. Sentiva nel cuore quel calore dimenticato, quella dolcezza strana che ricordava appena. E così la sua vita le passò davanti come i fotogrammi sgranati di un vecchio film.
La sua giovinezza lontana, l’amore sognato e mai avuto, stritolato negli ingranaggi di una grigia e mediocre quotidianità. La famiglia che a casa l’aspettava. La prigione delle abitudini, degli affetti condivisi, dei doveri, la noia e il vuoto. Suo marito, in quel momento, era certo seduto dietro al suo giornale, lo sguardo distante e muto, le labbra serrate di parole non dette e che mai lo sarebbero state.
I ragazzi erano forse perduti dentro i mondi paralleli che scorrevano sullo schermo del computer. Si sarebbero accorti della sua assenza solo all’ora di cena.
Con decisione improvvisa e inammissibile, montò sul treno pochi istanti prima che questo partisse.
Il suo mondo familiare cominciò a scorrere sempre più veloce fuori del finestrino, fino a diventare indistinto e scomparire del tutto, sostituito dal verde sterminato della campagna, dal blu inconcepibile di un mare invernale. Percorse il corridoio affollato, con un’ansia strana, quasi a correre più del treno stesso, verso un futuro improbabile e remoto.
Doveva trovarlo. Doveva raggiungere il ragazzo dai capelli scuri e quello sguardo malandrino.
Perché dovesse raggiungerlo, non lo sapeva. Già era assurdo trovarsi su quel treno lanciato verso la sera, lasciandosi alle spalle la sua solita vita, senza una ragione se non quella di vivere, finalmente vivere…
All’improvviso lo vide. In piedi appoggiato allo stipite di uno scompartimento deserto, la guardava sornione. Negli occhi quella luce di giovinezza furiosa e avida.
“Alla fine sei salita anche tu.” Sussurrò sorridendo, e quel sussurro fu più forte del fragore del treno.
Le tese una mano. Una mano calda, asciutta e forte che lei afferrò come se fosse l’ultima ancora per aggrapparsi alla vita. Lui la spinse dolcemente all’interno dello scompartimento. Lei non oppose resistenza. Stranamente le sembrava normale. Non era per quello che era montata su quel treno?
Seduti l’uno accanto all’altra si raccontarono i pensieri e le parole scivolavano via come soffi di vento, come sospiri dell’anima, disegnando emozioni nell’aria opaca della sera che scendeva lenta, inesorabile, a sbiadire i contorni delle cose, come un pennello che sfuma i colori in un magma indistinto di polvere di stelle. Così vicini, l’uno accanto all’altra, lei percepiva l’odore aspro e forte del corpo di lui e il vago aroma di colonia che i movimenti delle sue mani che inseguivano le parole, spandevano nell’aria. E si stupiva di quella confidenza strana che fra loro si era creata, come anime che si ritrovano dopo molto tempo, su un sentiero misterioso disegnato da un destino burlone.
All’improvviso la colse, violento e inatteso, il desiderio di lui, delle sue labbra morbide, delle sue mani nervose, di quel corpo di maschio orgoglioso e forte. Abbassò gli occhi confusa perché lui non lo scorgesse nelle sue pupille dilatate, nel tremore leggero delle mani che istintivamente aveva stretto a pugno. Lui smise di parlare per lunghi infiniti attimi immobili, poi la sua mano si alzò a sfiorarle il viso in un gesto di tenerezza dolcissima e sensuale. Le dita sottili scivolarono lungo l’orlo delle labbra di lei in una lunga estenuante carezza. Poi le alzò il mento con la mano e la baciò.
Più che un bacio, fu uno scivolare lento nel centro segreto del suo desiderio, spento da anni di abbandono e di gesti frettolosi, e lei sentì risvegliarsi il sangue nelle vene e con furia scorrere sotto la pelle che sembrò infuocarsi di sconosciuta passione. Si abbracciarono avidi e curiosi l’uno dell’altra e mentre la notte scendeva implacabile e dolce sulle loro carezze affannate, si amarono….
Intorno alla tavola imbandita il marito guardava i suoi figli. “ Dov’è la mamma?” Chiese, ma quelli non rispondevano. Anche loro se lo chiedevano, ma non vollero aumentare l’ansia del padre. Lui continuava a chiamare la moglie sul cellulare che risultava però inesorabilmente irraggiungibile.
L’aveva cercata per tutto il paese, invano.
Solo alla stazione non l’aveva cercata, perché i treni portano via le vite, conducendole verso un altrove temuto o forse troppo desiderato…
Amici, parenti, nessuno l’aveva vista, e anzi gli era sembrato che lo guardassero pietosi e si era sentito umiliato a cercarla così senza pudore, con quello sguardo di sconfitta negli occhi che solo lui poteva capire. Perché d’un tratto l’aveva colto il pensiero di averla perduta. Di avere perduto le briciole che l’affetto di lei ancora gli concedeva, perché l’amore, quello, era ormai smarrito da tanto tempo, se mai c’era stato. Ma lei era sua moglie, suo il corpo indifferente che lui stringeva nelle notti in cui più forte sentiva il dolore di vivere, suoi erano i pensieri di lei, perché mai avrebbe tollerato che fossero rivolti ad un altro. Ora il vuoto della sua inspiegabile assenza era come una ferita insanabile nell’ordito ordinato della sua esistenza.
Un granello di sabbia che invisibile e terribile, scardinava ogni cosa. E così continuava a martellare invano sui tasti del cellulare, febbrile e spaventato, mentre la cena fredda rimaneva intatta sulla tavola e i ragazzi si guardavano muti e preoccupati anch’essi, ma subito distratti dall’imperiosità della loro giovinezza che li portava verso altri pensieri, i programmi della serata, gli amici che a breve avrebbero incontrato…

“Signora! Aspetta qualcuno? Non ci sono più treni a quest’ora…” La voce del capostazione riscosse la donna dai suoi pensieri. Lei lo guardò assente. Se ne stava seduta sulla panca del marciapiede del primo binario, inconsapevole del freddo pungente che penetrava i vestiti e scompigliava i suoi capelli rossi.
“ Che ore sono?” Chiese lei di rimando.
“ Quasi le 22 signora.”
La donna spalancò gli occhi. Dio come aveva potuto trattenersi così a lungo? In famiglia saranno tutti preoccupati, si disse. Prese il cellulare ma la batteria era scarica. Già si immaginava i rimbrotti di suo marito, i suoi borbottii irritati. Non aveva neppure preparato la cena. Chissà se si erano cucinato qualcosa. Le venne da ridere. Alzò le spalle con un moto di stizza. Che importava in fondo, erano tutti grandi e vaccinati. Che si arrangiassero, dunque.
Si guardò intorno nella stazione deserta, odore di polvere e ferro, di giornali stropicciati e riviste accartocciate. L’odore della solitudine assoluta che non ammette salvezza o riparo e come un vento gelido scompiglia i pensieri, aggrovigliandoli in dolorose quanto inutili nostalgie.
Ah! Quelle labbra dolci e quello sguardo malandrino! Peccato davvero. Una lacrima scivolò lenta sulle guance gelate, mentre piano si alzava e a passi lenti prendeva la via di casa.

 


ULTIMI FUOCHI ALL'OMBRA DELLA SERA

il ventre profondo dell'america