I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

BLUE ICE

La vita è un film dai fotogrammi sgranati. E a guardarsi indietro, molto si smarrisce. Cambiano i colori, gli odori, e il cielo non è più quello, ma l’ombra dei ricordi che si mescolano gli uni agli altri in un gioco leggero di luci ed ombre.

L’estate scivolava via in lunghe ore sonnolente e calde. Sul mare immobile, voli bassi  di gabbiani, e bambini vocianti nell’acqua bassa.

All’orizzonte una barca sembrava ferma, nel cielo lattiginoso.

La guardava. Lei era solo un puntino sperduto fra mille altri, col suo costume rosso  e un cappellaccio di paglia che le nascondeva quasi tutto il viso.

La bibita sul tavolo aveva un gusto d’arancia spruzzata di vodka, limone e una foglia di menta.  I granelli di zucchero sul bordo del bicchiere, riflettevano la luce. La sorseggiava piano, gustandone ogni sorso, seduto sulla piattaforma di legno del “BLUE ICE”, sospesa sulla sabbia come una palafitta.

La guardava e la sua vita era inchiodata sul corpo di lei abbandonato alle carezze ruvide del sole, al suo viso dall’espressione assorta, ai suoi pensieri dei quali non era del tutto padrone.

E quell’ansia di non averla mai totalmente si trasformava in angoscia quando scendeva la sera e la immaginava con l’altro.

Immaginava le sue mani percorrerle la pelle, lungo gli stessi sentieri percorsi da lui, o forse trovandone di nuovi. Ricordava benissimo il viso di lei nei momenti dell’amore, quando affondava nei suoi occhi scuri trovandoci riflessi i suoi, e gli si torceva l’anima al pensiero che altri occhi ci si riflettessero.

Ricordava i gesti dell’amore, ogni sospiro, ogni gemito, le parole sussurrate o quelle gridate e il pensiero che l’altro le strappasse gli stessi gemiti facendola scivolare lentamente nei gorghi del piacere era un dolore sordo al centro del cuore.

La gelosia si nutriva di ombre. Quando l’altro le camminava accanto, o le sussurrava qualcosa. Quando divideva con lei le giornate che a lui erano negate, ma senza guardarla con quella luce negli occhi che solo l’amore accende.

L’amore che in lui invece faceva male, come una malattia, come un’ossessione, nelle ore lunghe e feroci dell’attesa. Quando i pensieri si aggrovigliavano in inutili fili mischiati di paure e ricordi e non c’era tregua alla sofferenza di non averla se non per brevi momenti con quello sguardo febbrile negli occhi e quelle mani di farfalla che lo sfioravano leggere in ghirigori di dolcezza.

Lei ignara o forse no, se ne stava distesa sulla sabbia assorta in chissà quali pensieri. Teneva gli occhi chiusi per difenderli dal sole. Le braccia distese lungo il corpo, le gambe appena rialzate.

Sembrava che dormisse invece ricordava altre estati lontane nel tempo, ma con quello stesso odore di salsedine e oli da bagno,  di corpi sudati e bagnati e la sabbia calda che penetrava tutto.

La vita è un film dai fotogrammi sgranati, e la sua più delle altre. Perfino i ricordi si sbiadivano, si confondevano e le sembrava sempre di perdere qualcosa, un volto, una parola, il profumo di qualcosa, i suoni e i colori. Era come la sabbia quando la stringi fra le dita. Scivola via da ogni fessura. E così le scivolavano via i ricordi, gli odori i sapori e la sua vita era un lento addio al quale ci si prepara da tempo. E così era avida di tutto, di quel calore inusuale, di quel mare stagnante, della passione di lui che la guardava, attraversando quel cielo di smalto sopra le teste della gente.

Le sembrava che il tempo per lei scorresse così in fretta da sembrarle fermo e che tutto mutasse senza mutare mai. Gli anni erano passati su di lei, attraverso lei, eppure le sembrava di essere stata sempre al palo, come un cavallo che rimanga indietro nella folle corsa della vita e veda gli altri cavalli sparire in lontananza verso un traguardo sempre più lontano e inaccessibile.

Ma un altro traguardo la aspettava ed era più vicino e minaccioso: la giovinezza che passava lasciando dietro di se una scia di gelo. Lo sentiva nelle ossa, nei silenzi minacciosi della notte quando i rumori della vita non arrivano più a coprire i fruscii della morte che si avvicina.

Quando negli angoli scuri della stanza sembrano annidarsi come fantasmi, le occasioni perdute, le storie rubate, gli amori finiti, i sogni perduti…

 

E ora quella passione nel sole di un’estate che sembrava non dover finire mai. E lui che la guardava, lo sguardo nascosto dietro i vetri scuri di un paio di occhiali da sole. Il suo corpo era per lei la vita che vince sui fantasmi. I suoi baci erano gli ultimi fuochi di un giorno di festa, quando il cuore contento si affaccia per un attimo sul solco dell’eternità.

Si alzò pigramente dalla rena, stiracchiandosi, conscia dello sguardo di lui che scivolava sul suo corpo come una lenta ed estenuante carezza.

All’inferno ci andava ogni giorno. Anzi ci apriva gli occhi ogni mattina. Quelle giornate vuote piene di gesti inutili, di parole non dette, di rancori nascosti, e antiche frustrazioni…. Tutto sembrava una melassa insapore e così la vita scivolava via e lei non si dava pace.

C’erano ancora tante cose da conoscere, da vedere, da provare. Per certi versi era come una bambina che si sta appena affacciando alla vita. E della bambina aveva l’entusiasmo curioso e avido, l’incoscienza ingenua e coraggiosa.

Lui le raccontava di cose di cui neanche sospettava l’esistenza, le prometteva emozioni che sembravano favole… Sorrise e cominciò ad avviarsi verso la riva del mare.

Camminava sulla punta dei piedi sulla sabbia calda, il seno in fuori come una ragazza.

Le onde arrivarono a lambirle i piedi facendo scivolare via la sabbia sotto di essi e trascinandola con se.

Le sembrò che fosse la vita  che il mare portava via.

Allora si girò verso di lui che la guardava sopra le teste della gente, sopra i corpi distesi al sole, sopra i bambini che gridavano, sopra il rumore del mare e sembrò che le nuvole si facessero da parte. Lei alzò la mano movendo appena le dita e gli sorrise…

ULTIMI FUOCHI ALL'OMBRA DELLA SERA

il ventre profondo dell'america