I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi
BLATTA FOREVER

Non so bene perché ma mi aveva colpito fin dalla prima volta che l’avevo incontrata al supermercato.

Forse mi ricordava mia madre. Aveva sul viso quell’espressione polverosa di risoluta disperazione con la quale mia madre conviveva da un numero infinito di anni e che era diventata la sua maschera sotto la quale era impossibile scorgere ciò che un tempo era stato il suo viso.

-         Mamma la conosci?-

Le chiesi una mattina mentre sistemavo svogliatamente le vettovaglie che avevo comprato, nel frigorifero. Lei era di spalle, l’eterna sigaretta all’angolo delle labbra.

-         Lei chi?-

Chiese, ma non sembrava molto interessata.

-         Quella signora con i capelli biondi che sembrano stoppa. Quella che compra sempre cibo per gatti…-

-         Ah! Si! La Gina, ho capito. -

-         La conosci? Mi è simpatica e non so perché. Di solito ha un’aria torva ma quando sorride la sua faccia cambia di botto e sembra un’altra persona. -

Mia madre assunse un’espressione pensosa come se guardasse ad un altrove lontanissimo. I suoi occhi assunsero un’espressione assorta.

-         E me la ricordo si la Gina. Abbiamo più o meno la stessa età, ma lei era la più carina. La reginetta della scuola. Eppure era anche brava, mica un’oca come ce ne sono tante. Mi ricordo che tutti i nostri compagni le facevano la corte. Aveva una sorta di civetteria involontaria ora lo capisco, che li attirava. Noi compagne eravamo tutte gelose…-

-         Ma tu avevi papà .- La interruppi.

Non si degnò nemmeno di rispondermi. Aspirò profondamente dalla cicca che aveva fra le labbra, stringendo gli occhi per ripararli dal fumo e riprese.

-         A diciotto anni partì per l’università. Pensavamo tutti che avrebbe fatto strada e infatti tornò dopo alcuni anni con una laurea e pure un marito…La laurea non l’ha mai usata.

-         E il marito?- Le chiesi come se volessi fare una battuta di spirito. Lei fece finta di non sentirmi o non mi sentì davvero.

Una settimana dopo al supermercato, stavo ferma davanti al bancone dei surgelati quando vidi la signora Gina arrivare con quel suo passo leggermente goffo e pesante. Si fermò proprio accanto a me. Infagottata nei suoi vestiti fuori moda e con quel viso come imbrattato di tristezza antica, aveva tuttavia ancora un che di elegante, di fine.

-         Signora Gina!-

Non potei fare a meno di chiamarla. Lei si girò a guardarmi senza ovviamente riconoscermi.

-         Sono la figlia di Angela Rosi. Mia madre mi ha detto che siete state compagne di scuola…

La signora Gina mi guardava assente. Era evidente che il nome di mia madre non le diceva nulla.

Corrugava la fronte guardandomi intensamente. Aveva un bello sguardo vigile e scuro. Mi aveva ficcato gli occhi negli occhi quasi a volermi leggere i pensieri fin dentro l’anima.

Sapevo di assomigliare a mia madre e che lei prima o poi se ne sarebbe accorta. Infatti ad un tratto il suo viso stropicciato si illuminò e accennò ad un mezzo sorriso.

-         Angelina!- Esclamò illuminandosi tutta.

Non avevo mai sentito che chiamassero mia madre con quel diminutivo e mi sembrò che non le sarebbe stato neanche bene con quella cicca di sigaretta eternamente fra le labbra, le sarebbe stato certo meglio Pina per esempio come nome, ecco.

La signora Gina intanto continuava.

-         E come sta Angelina dimmi? E’ una vita che non la incontro. Siete uguali come gocce d’acqua tu e lei. Solo che tu hai i capelli più scuri di come li aveva lei…

Mia madre aveva  capelli dal colore indefinibile tendente al biondo. Chissà perché le donne quando invecchiano si fanno tutte bionde. Il fatto di assomigliarle come una goccia d’acqua non ero certa che fosse un complimento. Mia madre aveva una rete di piccole rughe intorno agli occhi chiari e due solchi ai lati delle labbra che colorava di un rosa acceso che non le donava  affatto.

Mia madre aveva una voce roca, graffiante e amara. Decisamente avrei voluto non somigliarle affatto.

-         E dimmi tu come ti chiami gioia? Mi pare che tu abbia un fratello o mi sbaglio…

-         Mi chiamo Francesca e sono figlia unica…Forse vi siete perse di vista per troppo tempo

-         E’ vero sai. Incredibile in un posto così piccolo non incontrarsi più. Tua madre era una gran bella donna sai.

La guardai stupita. Non so perché mi riusciva difficile pensare a mia madre come a una donna. Lei era una madre e basta con le sue vestagliette spiegazzate e quella sua mancanza totale di vanità che mi irritava. Sembrava confondersi con le pareti della casa, con i mobili e i soprammobili, se non fosse per quell’eterno sbuffo di fumo che le usciva dalle labbra contratte. Anzi sembrava quasi che lei e la casa fossero una cosa sola. Non potevo immaginare l’una senza l’altra.

La signora Gina intanto aveva una gran voglia di parlare come tutte le persone sole che non perdono l’occasione. Era evidente che l’imprevista conversazione di quella mattina, era per lei un avvenimento molto importante che forse non le capitava troppo spesso.

-         Sai io e tua madre siamo state amiche…amiche intime…-

Sussurrò ammiccando. Intime come? Non riuscivo proprio ad immaginarlo. Mia madre non era intima con nessuno. Aveva sempre quello sguardo basso come sfuggente. Parlava poco e quando lo faceva le parole le uscivano aspre dalle labbra come se le sputasse ad una ad una, specie con mio padre. Lui non la guardava neppure quando la sera tornava dal lavoro. Immagino che si aspettasse di trovarla sempre al solito posto come la sua poltrona preferita davanti alla tv sulla quale sprofondava nascondendosi dietro al giornale.

E il giornale per mio padre era come un muro. Un baluardo dietro il quale ci escludeva.

I suoi silenzi erano densi e pesanti. Sembrava che invadessero la casa come una coltre di nebbia attraverso cui noi, mia madre e io ci muovevamo come in punta di piedi.

Mia madre non ci si provava neppure a spezzare quel silenzio. Sembrava quasi un patto fra loro ma la vedevo irrigidirsi involontariamente quando gli passava vicino.

Intanto la signora Gina continuava col suo discorso del quale immersa nei miei pensieri, avevo perso una parte cospicua.

-         Ma lo sai…- Stava dicendo – La vita è così brutta alle volte. Io non ho voluto lavorare e vedi com’è finita? Sono invecchiata, i figli lontani…le mie giornate sono tutte uguali. Ma tua madre poi?

-         E suo marito come sta?- La interruppi io tanto per dire qualcosa. Lei assunse uno sguardo triste, ma di una tristezza rabbiosa.

-         Mio marito è vecchio e malato. Passa le sue giornate a letto. Ho dovuto prendere un’infermiera prima e una badante poi per accudirlo. Chi l’avrebbe detto che un uomo così vigoroso faceva questa fine? E pensa che la comare che se l’era preso, quando lui si è ammalato lo ha lasciato subito. Ho dovuto riprendermelo in casa…

La guardai stupita credendo quasi di non aver capito bene, tanto era il rancore che traspariva dalle sue parole. Ma lei continuava come un fiume in piena.

-         Quella ci sapeva fare, stronza e puttana che non era altro. Chissà che sorrisi che moine gli ha fatto tanto che lui la testa ci aveva perso. Io credevo che era per poco. Che poi gli passava invece lui era così preso! Per poco non mi trovavo senza casa e né soldi … Ma scusa forse ti annoio con questi discorsi. Comunque alla fine c’è una giustizia a questo mondo. Gli è toccato di tornare da me dopo che non era neanche più un uomo poveraccio e mi toccava di cambiargli i pannoloni. Quelle rovina famiglie dovrebbero scomparire dalla faccia della terra anche se lui devo dire non era poi questo grand’uomo! Uno senza carattere, ti dico. Uno che non decideva mai. Avrebbe potuto fare carriera e invece 20 anni sempre a timbrare il cartellino…

Io guardavo la signora Gina e mi sentivo stranamente disgustata da quel rancore velenoso che traspariva dalle sue parole, dall’espressione del suo viso, dai suoi stessi gesti e non potevo fare a meno di pensare a quel pover’uomo di suo marito, prigioniero del proprio corpo e oramai per sempre in balia della sua vendetta sapiente, distillata in anni e anni di piccole e grandi cattiverie.

Quanto doveva scontare ora quell’antico torto che le fece con quel lontanissimo tradimento. Ma la voce della signora Gina mi riscosse di nuovo dai miei pensieri. Ora si era fatta più bassa di una complicità viscida o almeno così mi sembrò.

-         Ma tua madre poi? Vive ancora con tuo padre?

La guardai trasecolata. Che diavolo voleva dire?

-         Ma guarda che sciocchezze dico!- Esclamò lei contrita, ma con una luce cattiva negli occhi.

-         Non so davvero come mi sia venuto in mente. Tuo padre è un gran brav’uomo. Con chi altri dovrebbe vivere? Ma poi io non ci ho mai creduto a tutte quelle voci che giravano. Malelingue e basta. Si sa come sono questi piccoli paesi…non hanno altro da fare e a cui pensare…Certo tua madre non era poi giovanissima allora e come si può a quell’età rivoluzionare la propria vita? Anche se l’altro devo dire…sembrava ringiovanita di 20 anni…

Ma di che parlava quella vecchia arpia? All’improvviso non mi sembrava poi così simpatica con tutto il veleno che le usciva dagli occhi e dalle labbra.

Mia madre…l’altro…l’altro chi?

Eppure c’era stato un tempo che mia madre sorrideva e aveva una strana luce negli occhi. Avevo forse tredici o quattordici anni non ricordavo bene. Ero nel pieno di un’adolescenza perigliosa e ruvida, completamente presa da me stessa e dai miei piccoli problemi. I miei genitori allora erano come ombre ingombranti nella mia vita. Non li guardavo neppure.

Neanche ci facevo caso alle assenze di mia madre, alle frequenti telefonate che riceveva, alle sue guance colorite e agli occhi accesi che aveva quando tornava dalle sue passeggiate.

Ricordavo appena la silenziosa ostilità di mio padre appena interrotta da rade liti furiose, che ora mi sembrava di ricordare e che allora mi lasciavano dentro un senso di ansia insopprimibile.

Allora la voce di mia madre era alta e ferma, i suoi gesti sicuri, il suo sguardo diretto e fiero. Teneva testa a mio padre con tutto il corpo proteso in avanti e lui dopo la prima esplosione di rabbia sembrava retrocedere come intimidito dalla sua decisione.

Era stato un periodo difficile quello per la nostra famiglia. Sembrava sempre che una forza occulta fosse li li per esplodere dentro le mura della nostra casa travolgendo per sempre le nostre vite.

Invece tutto passò. Non so bene come né in quanto tempo. Ma un giorno mi accorsi che negli occhi di mia madre la luce si era spenta per sempre e che mio padre si era chiuso definitivamente in un mondo nel quale noi non saremmo mai più entrate. Non ci furono più liti, né discussioni, né strane telefonate, né quel senso di tempo sospeso in cui tutto può accadere. Mia madre smise di uscire e cominciò ad avere quell’eterna cicca all’angolo delle labbra e una tosse stizzosa che la scuoteva tutta della quale mio padre non faceva neanche finta di interessarsi. La casa era sempre la stessa, i mobili, i soprammobili, i libri. Le nostre abitudini anche. Mia madre che faceva le faccende, mio padre che tornava la sera silenzioso e estraneo e a me sembrava che la nostra famiglia fosse ridotta ad un cumulo di macerie. Avevo rimosso tutto questo. Ora lo capivo. Le parole della signora Gina l’avevano riportato a galla.

La guardavo scontrosa mentre lei continuava a parlare senza sosta cercando apparentemente di sistemare le cose e ingarbugliandosi sempre più in discorsi confusi che io percepivo come minacciosi. Non vedevo l’ora di interrompere quella conversazione e ritornare a casa e dimenticare tutto di nuovo.

-         Francesca, gioia, non prendertela dai. Non so come mi siano tornati alla mente questi vecchi ricordi. Pensavo che tu lo sapessi, che ricordassi…Non fare caso alle parole di una vecchia stupida. Io e tua madre siamo come vecchi soldati. Abbiamo affrontato molte battaglie, alcune le abbiamo anche vinte, ma la guerra quella…l’abbiamo persa. Diglielo a tua madre che la penso sempre sai con molto affetto, che la ricordo bene. Abbracciala da parte mia.

Senza aspettare una risposta da me, mi voltò le spalle allontanandosi col suo passo goffo di vecchia signora, le sottili gambe nodose, la borsa stretta sotto il braccio e le spalle un po’ spioventi che trasmettevano la pena infinita di una vita al tramonto.

A casa mia madre mi aspettava. La trovai che preparava la cena come sempre con gesti frettolosi e meccanici, in silenzio, la mente persa in chissà quali pensieri, ma mi baciò con calore stringendomi forte. Mio padre non era ancora tornato.

-         Mamma la signora Gina ti manda a salutare. Sapessi che discorsi strani mi ha fatto. Sicuro che non ci sta più con la testa…

-         Perché?- Chiese mia madre con noncuranza dandomi le spalle.

-         Mamma chi era “lui”

Vidi le sue spalle irrigidirsi impercettibilmente.

-         Lui chi?-

Chiese senza voltarsi, ma la domanda suonò falsa. Capii che era meglio non insistere. Poi si girò lentamente guardando fuori, nel buio oltre la finestra, un altrove dal quale io ero esclusa.

-         Ci sono cose che perdi a poco a poco senza neanche accorgertene, altre che lasci per la via perché non hai coraggio…E’ come quando sei chiusa in un bozzolo, figlia mia. Vorresti starci dentro per sempre anche se è una prigione, perché sai che quando ne uscirai saprai se sei una farfalla dalle ali colorate che volerà in alto nell’azzurro infinito oppure uno scarafaggio che esce di notte con il buio, che si nasconde nei buchi umidi e che qualcuno prima o poi schiaccerà sotto la suola delle scarpe…

-         E tu mamma dal bozzolo come ne sei uscita?

Glielo chiesi prima di pensarci, sapendo che me ne sarei pentita e sarebbe stato per sempre. Lei scoppiò a ridere con brevi risa convulse che sembravano singhiozzi e guardandomi dritta negli occhi rispose:

- Io come ne sono uscita figlia mia? Ma blatta che diamine! Blatta for ever

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