I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi
IL BACIO

 

 
 
“Una mano bianca dalle dita lisce e rotondette è sospesa, incerta, sopra un vassoietto di cartone stipato di cioccolatini.Quale scegliere? La conchiglia bianca che sembra approdata dai mari del sud, o la rosa in boccio scolpita nel cacao o la stella scurissima dalle punte gonfie di crema, oppure il bauletto bronzeo su cui spicca un chicco di caffè? Infine la mano plana lentamente sul vassoietto come fosse una colomba e afferra delicatamente nel becco delle due dita strette ad artiglio, la stella corvina. Se la porta lentamente sulla lingua che è tutta tesa e sporgente come quella di una bimba pronta a ricevere l’ostia. La bocca si richiude beata, schiacciando la pasta profumata contro il palato.
In quel momento si sente una voce che chiama: ”Serena! Sei ancora qui? Lo sposo ti aspetta davanti alla chiesa, tuo padre è giù che ti attende con la portiera della macchina aperta.”
Serena ascolta le parole che sembrano provenire dalla sua bocca piena di cioccolata: “Vengo subito, arrivo”! Ma non è la sua voce, si dice, c’è qualcosa in essa che non le appartiene.
Le dita, furtive, si abbassano ancora una volta su quei cioccolatini che splendono di una luce scura e promettente. Afferrano la conchiglia di cioccolato bianco e la posano con calma sulla lingua. Poi è la volta del bauletto scuro sormontato dal chicco bruno che scivola fra i denti e si squaglia liberando un delizioso aroma di caffè tostato.
“Serena!” gridano da fuori.
“Vengo”!
Le dita sporche di cioccolata si strofinano sull’ampia gonna di organza bianca lasciandovi due tracce scure.
La giovane sposa fa un passo verso la porta. Ma poi si ferma, torna indietro e con le dita tranquille continua a pescare nel vassoietto, tirando su ora una foglia di quercia color oro bruciato, ora una spiga di grano dal profumo squisito, ora un pesciolino dal colore tenebroso di una notte senza luna.” 

-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Dalla finestra aperta penetrano polvere e pollini, spinti dal vento caldo di scirocco che brucia le strade e i pochi passanti in quel mattino di un giorno di luglio.
Una gocciolina di sudore si fa faticosamente strada fra i capelli di Serena, morbidamente acconciati in una estenuante pettinatura barocca che era costata più di un’ora di lavoro ad una volenterosa parrucchiera.
La gocciolina raggiunge la fronte e scivola dolcemente sulle sopracciglia arcuate, aggirandole e proseguendo sulle gote finemente truccate, mentre un’altra sua compagna scivola trafelata lungo la linea del naso piccolo e capriccioso andandosi a fermare sull’orlo del labbro superiore roseo e carnoso dalla linea imbronciata.
Quest’ultima goccia è subito, prontamente agganciata dalla punta della lingua rosea, e il sapore di sale va subito a mescolarsi con quello dolce della cioccolata.
Serena guarda fuori dalla finestra, gli occhi scuri assorti a cercare qualcosa o qualcuno…..
C’è lo sposo che aspetta davanti alla chiesa! Lo sposo! Così grosso e tondo, la pelle rosea e glabra tirata e lucida sul suo viso paffuto di putto troppo cresciuto, le mani grosse vagamente repellenti, coperte da un velo di peluria biondo rossiccia.
Lo sposo scelto da suo padre perché la salvi da se stessa( queste le sue parole) e salvi lui da un disonore certo.
Le piccole dita rosee afferrano distratte un altro cioccolatino portandolo lentamente alle labbra socchiuse, in cui dolcemente scompare, inondandola di dolcezza fin nelle viscere, mentre si scioglie lentamente a contatto del palato.
Lo ha scelto bene lo sposo, suo padre; lo sposo che salva se stesso più che lei, perché lo sanno tutti in paese che non ha mai toccato una donna e mai la toccherà perché non è buono lui, perché è un uomo a metà, come sa bene sua madre che una fidanzata mai gliel’avrebbe trovata, se non lei Serena, una sulla bocca di tutti…
Le vede bene tutte quelle comari sedute in fila in chiesa, una affianco all’altra, i volti ostili e chiusi, le bocche increspate in un’espressione di disappunto che mormorano al suo passaggio pettegolezzi e cattiverie e ringraziano Dio per le loro figlie.
“ Serena!” Le voci si fanno irritate. Perché non scende? Che fa insomma!
Il vassoietto è quasi vuoto, il vestito reca tracce vistose del peccato di gola, ma Serena non si risolve a muoversi. Sente il sudore scorrerle caldo sulla schiena sotto la stoffa che comincia a macchiarsi, e il sudore sembra un tutt’uno con il sangue che le pulsa nelle tempie, mentre un leggero malessere la coglie, improvviso, a tradimento.
Cosa è dunque lei? Una bella bambola di carne da tenere immobile seduta quieta sulla trapunta di seta del letto matrimoniale, come usava una volta?
E’ fatta di carne e sangue lei che ha solo 18 anni e una vita davanti. Non dovrebbe guardarli forse i ragazzi e gli uomini che le rispondono con sguardi sfrontati?
Per che cosa Dio l’avrebbe fatta bella con quelle forme morbide e quegli occhi cupi, solo per appassire dicendo rosari fra i banchi scuri di una chiesa come le sue compagne a cui non è permesso neppure di stare dietro ai vetri di una finestra?
E quel nome poi! Serena scelto dalla sua sorella più grande da chissà quale romanzetto rosa per quella figlia tardiva nata da una madre già vecchia! Non poteva chiamarsi Rosa, o Concetta o Assunta come le sue compagne, non è già il suo nome un richiamo ad un destino diverso?
Che ha lei da spartire con quel paese sonnolento sperduto fra i giardini di aranci e limoni , dove il tempo scorre sembrando immobile e ci si ritrova vecchi senza sapere né perché né come.
Non dice forse sua madre che il peggiore peccato è sprecare i talenti che Iddio ci ha dato?
Serena non ha talenti se non la bellezza che è ancora protetta dalle rotondità dell’infanzia, ma è lì lì per esplodere sotto l’urto feroce del tumulto del sangue.
 A Serena piace farsi guardare mentre cammina sicura nella piazza al tramonto per andare a prendersi un gelato al bar dello “zu’ Peppe”.
Le spalle dritte a spingere in avanti i seni formosi, la schiena arcuata sulle natiche sode che tendono, fin quasi a strappare, la stoffa leggera del vestito a fiori, gli sguardi degli uomini, giovani e vecchi la seguono cupidi accarezzandola come mani invisibili.
Quasi le tremano le gambe sotto l’intensità prepotente di quegli sguardi, e sente un calore che le sale dal profondo del suo essere come un fiume di lava che le fa bruciare la pelle, e che sale pian piano sempre più su fino alla testa facendola arrossire e facendole provare un piacere beato.
Ormai sul vassoio non restano che pochi cioccolatini ma lei non riesce a staccarsene.
La mano paffuta si allunga distratta a prenderne un altro, mentre lei torna a guardare fuori della finestra.
Sulla strada quasi deserta per il caldo implacabile, la polvere si alza, spinta dal vento a formare come piccoli mulinelli
Le voci dabbasso si fanno sempre più irritate e sospettose, sente i passi faticosi di sua madre che comincia a salire le scale. Le pare quasi di sentire il suo affanno mentre spinge con la mano carnosa, sul ginocchio per darsi lo slancio e trascinare il suo corpo pesante su per i gradini ripidi, mentre con l’altro braccio si aggrappa alla ringhiera. Ne metterà del tempo ad arrivare!
E’ stata mai giovane sua madre? Non la ricorda che com’è adesso una montagna di carne in cui si perde ogni forma, in cui la testa sprofonda nelle spalle da cui partono due seni enormi e pesanti che nessun corsetto riesce a sostenere e che si appoggiano, senza pudore, sul ventre dilatato da troppe gravidanze.
Nessuna meraviglia che le gambe tozze non riescano a sostenerla!
Suo padre non può certo abbracciarla, piccolo e segaligno com’è. C’è da chiedersi come abbia fatto e con quale alchimia a farsi strada fra quelle membra flaccide e a farle fare ben dieci figli di cui solo cinque viventi, tutte femmine purtroppo, e tutte grasse come la loro madre, eccetto lei…
Il dolce del cioccolato va virando all’amaro, mentre una nausea leggera le sale dallo stomaco con un retrogusto di acido. Il sudore in piccole gocce salate le imperla le labbra carnose e vaghe ombre di rimmel le cerchiano gli occhi bistrati.
Lo stesso sapore del suo primo, vero, bacio….dolce e salato vagamente repellente se non l’avesse desiderato tanto e tanto sognato sulle pagine lette e rilette dei romanzetti rosa sottratti di nascosto ad una delle sorelle.
Quel bacio frettoloso dato al buio nelle scale della sua casa prima che lui partisse per fare il soldato, fu solo il primo di una lunga serie di baci altrettanto desiderati e ben più goduti.
La bacerà quel suo sposo di marzapane che l’aspetta, insofferente, ormai, davanti al portone della chiesa?
Come può salvarmi papà e da cosa poi potrà salvarmi, se non è buono lui, e tu lo sai benissimo.
Una lacrima minuscola scivola a tradimento dall’angolo dell’occhio, fermandosi sulle ciglia per poi andarsi a mischiare con le goccioline di sudore, e lasciando una traccia di fuoco sul suo cuore.
Sono io che lo salverò, che ho pronto qui un figlio per lui, bell’e fatto che non deve neanche fare la fatica di abbracciarmi .Così in paese non diranno più che non è buono e che le donne non gli piacciono. O forse ne diranno ben di peggio, ma che importa.Non lo sapeva lui chi è Serena? Non lo sapeva Lui.?
Di quella notte fatale, non ricorda che il profumo delle zagare mentre usciva di nascosto dalla casa addormentata, con il cuore che le batteva forte di paura e desiderio.
Lui l’aspettava in una stradina buia che portava fuori dal paese, verso i giardini di limoni.
E’ bello lui con quei fianchi stretti sulle gambe lunghe e nervose. E’ bello con quella sua andatura così orgogliosa e noncurante, come se avesse il mondo stretto nei pugni.
E’ bello con il berretto calato sugli occhi fieri che sorridono mentre la guarda, ma ha una moglie che non lascerà.
Non le ha fatto promesse mentre le sussurrava parole d’amore, ma le sue mani suonavano sul suo corpo, una melodia sconosciuta come il canto delle sirene che ti prende e ti distrugge…
Sulla sua pelle di seta si è persa l’innocenza di Serena in quella notte di primavera…
Ma c’è lo sposo che aspetta con quel suo sorriso di bambino troppo cresciuto…Serena afferra l’ultimo cioccolatino e lo schiaccia con rabbia fra i denti, liberandone il liquore odoroso che vi è all’interno. Il liquore le impregna i sensi e si confonde con il sapore del sudore che le scorre ormai copioso sulle labbra.
I passi pesanti di sua madre sulle scale si avvicinano sempre più, implacabili come un destino che si compie…
Ma lui è là, all’angolo della strada deserta, che guarda verso la sua finestra. Serena ne indovina lo sguardo scuro sotto il berretto calato sugli occhi.
Immobile sotto un sole implacabile, il bel viso rivolto verso l’alto, le mani infilate nelle tasche dei pantaloni, non fa un gesto, guarda soltanto.
Serena si avvicina alla finestra.Vuole che lui la veda nel suo abito da sposa, che veda quanto può essere bella, e che ricordi le parole sussurrate, l’amore donato in quella notte di primavera.
Lui senza un cenno la guarda per istanti lunghissimi e poi con studiata lentezza estrae la mano destra dalla tasca e la porta lentamente alle labbra mandandole un bacio lento che, leggero, si perde nell’aria infuocata dallo scirocco.
“Serena!”
La voce di sua madre è imperiosa, al di là della porta chiusa.
“Insomma, ci sono gli invitati che aspettano, lo sposo è già in chiesa. Vuoi deciderti a scendere?”
Serena guarda il suo amante e gli sorride, e portando la mano alle labbra, ricambia il bacio.
Ed è come un patto segreto fra loro…
Poi si volta e senza esitazione, si avvia verso la porta.
“ Si, mamma, eccomi, sto arrivando…”

 

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