QU E S TO non
dovrebbe esistere. In un
paese normale, infatti, non c'è niente
di più pubblico dei dibattimenti e delle
sentenze. E invece per un anno e mezzo
sui giornali e soprattutto sulle televisioni
la cronaca delle udienze del
processo per corruzione giudiziaria in cui,
prima dell'approvazione
del Lodo Alfano, il premier Silvio Berlusconi
era imputato insieme al suo superconsulente
inglese, David Mills, non ha praticamente trovato spazio.
Persino il contenuto della sentenza con cui Mills è
stato condannato a 4 anni e mezzo di reclusione è
stato raccontato per un solo giorno. Così in pochi sannoche, secondo il Tribunale, Berlusconi ha versato
tangenti all'avvocato londinese per “garantirsi l'impunità”
nell'ormai storico processo per le mazzette versate
nei primi anni 90 dalla Fininvest alla Guardia di
Finanza. Se Mills avesse detto il vero, spiegano i giudici,
il leader del Pdl non sarebbe stato assolto in cassazione.
Sarebbe stato condannato. E oggi (aggiungiamo
noi) non sarebbe presidente del Consiglio.Pe r
questo nasce “Il regalo di Berlusconi” (edizioni Chiarelettere),
da oggi in libreria, l'ultimo saggio di Peter
Gomez e Antonella Mascali. Un libro in cui, documenti
alla mano, si raccontano tutti i retroscena del caso, a
partire dai tentativi del governo di bloccare le indagini,
per arrivare poi a spiegare che Mills ha ricevuto da
Berlusconi ben più dei 600 mila dollari contestati dall'accusa
come tangente. Il Cavaliere nel corso degli
anni ha infatti personalmente versato al custode dei
segreti delle sue società off shore più di cinque milioni
di euro. Ecco dunque alcuni stralci di un saggio da
leggere per capire perché Berlusconi teme la corte
costituzionale che discuterà il Lodo il 6 ottobre e il
processo d’appello Mills in calendario per il 9.
Dieci miliardi per l'imbroglio Telepiù
Nell'aprile e luglio del 1995, come risulta da una
cronologia dell'accaduto redatta da Mills e da
una serie di altri documenti depositati agli atti,
l'avvocato inglese vede per due volte Silvio Berlusconi.
[…] durante gli incontri si parla di soldi,
tanti soldi. I pm di Milano se ne rendono conto
qualche nel 2004, quando ascoltano una serie di
avvocati di Withers Solicitors, lo studio legale
presso cui Mills lavorava. Con loro Mills ha sostenuto
di essere stato autorizzato dal Cavaliere
a trattenere 2 milioni e mezzo di sterline (10 mi
liardi di lire dell'epoca) ancora parcheggiati sui
conti della Horizon Ltd., una delle società estere
della Fininvest, utilizzata per realizzare l'operazione
Telepiù: la tv criptata che il creatore di
Forza Italia controllava, in violazione delle norme
antitrust, tramite una serie di off shore.
[…]
Un giorno di luglio ad Arcore
Quello che accade ad Arcore nel luglio 1995 è
insomma chiaro: Berlusconi teme le indagini,
perciò vuole separare il più possibile la sua sorte
dalle società in cui Mills gli fa da prestanome, e
pazienza se, per prendere le distanze, deve regalargli
qualche miliardo. Mills considera dunque
il denaro di Horizon un “dividendo”, cioé
roba sua, e tra l'agosto e il settembre del '95 lo
deposita su un conto aperto a Jersey. Poi, nel
marzo del 1996, lo fa rientrare a Londra e ci paga
le tasse per circa un milione di sterline. Forse
anche per questo, nel 2006, dagli schermi di Te-
lelombardia, il Cavaliere si affretterà ad assicurare:
“Io Mills non lo conoscevo neppure. Hanno
detto che è venuto ad Arcore: può essere che
gli abbia stretto la mano, ma non ho avuto rapporti
di lavoro”.
Il problema però è che delle sue discussioni con
il Cavaliere sul “dividendo” miliardario di Horizon,
Mills ne parla anche in una sede per certi
versi istituzionale: gli uffici delle tasse. L'intera
operazione finisce infatti per attirare le attenzioni
del fisco inglese. Il 15 marzo del '96 Mills
viene così convocato da due ufficiali dello Special
Compliance Office di Inland Revenue. A loro
l'avvocato, dopo aver ricevuto garanzia che le
informazioni rivelate sarebbero state considerate
confidenziali, svela molti retroscena dei
suoi rapporti con il Cavaliere.
Durante l'incontro viene anche redatto un verbale che
però arriverà in Italia solo dieci anni dopo.
Agli agenti delle tasse Mills spiega di aver
fondato in Lussemburgo una società quotata
a cui erano state intestate
le azioni di Telepiù. E di averlo fatto perché
il Parlamento aveva approvato la legge Mammì
che impediva il possesso da parte di un solo editore
di più di tre reti televisive. L'operazione però
si era rivelata molto costosa ed era stata effettuata
tramite la Horizon Development Ltd.
Certo, anche lui concordava con le osservazioni
dei due ufficiali delle tasse che si dicevano stupiti
perché “le azioni di Berlusconi a questo riguardo
violavano lo spirito della legge italiana”.
Ma non lo facevano “alla lettera” e proprio per
questo le transazioni erano state oggetto di “un
notevole grado di cura”. Poi, quando gli erano
state chieste precisazioni sul “dividendo” Horizon,
Mills aveva sostenuto di non avere in mano
nessuna documentazione scritta e di sapere
solo quello che gli era stato detto da Vanoni
(Giorgio, direttore finanziario Finivest ndr).
Dalle parole del manager Fininvest l'avvocato
aveva “approssimativamente dedotto” che c'erano
stati profitti per circa 10 miliardi di lire ita-
liane. Così aveva trasferito 10.175.000.000 di lire
su un conto bancario a sua firma esclusiva, in
una banca di Jersey, su cui si erano accumulati
circa 304 milioni di lire di interessi. E questa era
la somma che Mills avrebbe riportato in Inghilterra
e sottoposto a tassazione. Nel verbale della
riunione si legge: “Mills ha detto che comprendeva
come tali procedure potessero sembrare
strane, tuttavia gli era stata data fiducia per essere
titolare e mandare avanti queste compagnie
[le offshore collegate a Horizon e utilizzate
per l'operazione Telepiù, nda] su basi scritte
molto ridotte ed egli era ansioso sulle potenziali
implicazioni per lui a causa della sua azione di
trasferimento di fondi dalla Horizon a un conto
con il suo solo nome, sebbene sapesse di avere
l'approvazione di Berlusconi in persona. A tale
scopo, aveva avuto un incontro in aprile 1995
con Berlusconi per approvare con lui i dividendi
p ro p o s t i ”.
I verbali del fisco inglese
I due ispettori continuavano però a essere perplessi:
“Condie [l'agente delle tasse, nda] ha detto
che riconsiderando il tutto sia lui che Maxwell
[l'altro agente, nda] erano rimasti stupiti,
chiedendosi come mai tale struttura fosse necessaria
in primo luogo, se tutti i fondi erano già
sotto controllo all'interno dell'impero di Berlusconi.
Era anche curioso di sapere perché era
ora divenuto importante per Mills avere il riconoscimento
delle ditte come aventi sede nel Regno
Unito. Mills ha risposto che non era un segreto
che ciò andasse largamente a beneficio di
Berlusconi. Era importante per Berlusconi essere
in grado di mostrare che queste ditte non
erano sue e che se ciò significava un notevole
introito per Mr. Mills, egli era pronto ad accettare
tale posizione. Da parte sua Mills avrebbe
chiesto alle Imposte di fornire una lettera che
asseriva che la tassa era stata pagata con i profitti
della sua ditta nel Regno Unito e che tutte le ditte
correlate venivano adesso considerate come
aventi sede nel Regno Unito”. Insomma è Mills
ad ammettere che Berlusconi gli ha regalato 10
miliardi per mettersi al riparo dalle indagini dei
pm e del garante per le tv. Un investimento molto
costoso che, però, per gli otto anni a venire si
rivelerà quantomai azzeccato.
Le off shore sono di Silvio
Berlusconi
La bugia principale che Mills, negli
anni '90, rifila ai giudici italiani durante
il processo per la mazzetta da
21 miliardi di lire versati all’estero segretario
del Psi, Bettino Craxi, è però
un'altra. Mills dice di non sapere chi
sia il proprietario delle off shore Fini nv e s t .
Ma di chi siano le società che negli
schedari della CMM ( una fiduciaria
di Mills ndr) venivano
indicate come “Fininvest group
B, very discrete”, l'avvocato inglese,
in realtà, lo sa benissimo.
E non solo perché è stato lui a
crearle. I pm Fabio De Pasquale
e Alfredo Robledo, infatti, nella
loro caccia riescono a recuperare
una serie di carte che provano
documentalmente come Mills,
fosse al corrente di tutto. Si tratta
della corrispondenza tra i manager di due società,
la Edsaco e la banca Cantrade, di proprietà
dell'istituto di credito svizzero UBS, che nel
1994 rilevano la CMM.
Risale a quell'anno l'incorporazione della CMM
in Edsaco e, come accade sempre in questi casi,
gli acquirenti dispongono una due diligence per
capire esattamente che cosa si stanno mettendo
in pancia. Per questo esaminano gli archivi della
società di Mills, chiedono informazioni all'avvocato,
al suo braccio destro, la direttrice di CMM,
Tanya Maynard e ai loro collaboratori.
In una “comunicazione riservatissima”, redatta
il 15 giugno del 1994 da un consulente UBS dopo
essere stato a Londra per la due diligence, alla
voce “ulteriori informazioni” si legge: “La CMM
cura direttamente i rapporti relativi a tutte le Società
Fininvest con Giorgio Vanoni, Amministratore
Finanziario della Fininvest e della Silvio Berlusconi
Entertainment Ltd. Secondo Tanya Maynard,
le Società Fininvest «B» non sono necessariamente
Società appartenenti direttamente
alla Silvio Berlusconi Financiaria [rectius: Finanziaria]
o al Gruppo Fininvest. Tali Società appartengono
a Berlusconi,
Bernasconi - al quale
Mills, a detta di Alì Sarikhani [un manager
della Edsaco nda], è legato da uno stretto
rapporto di amicizia - ed a Silvio [rectius Livio]
Livio]
Gironi.
|
L'avente diritto economico
di queste Società sarebbe
spesso l'uno o l'altro di questi signori.
Mills ne sa certamente di
più , ma è legato al segreto professionale
di avvocato. Tuttavia,
gli interessi di queste Società vengono
curati anche da Vanoni. Tanya
mi ha assicurato - dimostrandolo
in mia presenza - che Vanoni
è disponibile - su Sua richiesta - a
fornire ulteriori informazioni sulle
attività delle Società.
“Gli uomini di paglia di Silvio”
Un internal audit di Cantrade, nella
pagina intitolata “commenti” è
poi particolarmente esplicito sulle
precauzioni adottate da Berlusconi
nel condurre i suoi affari riservati
all'estero: “Il principale rischio
potenziale, da noi rilevato,
è un rischio di reputazione per Edsaco, nell'ambito
degli affari Fininvest, nel caso in cui la personalità
dell'uomo d'affari a capo di questa società
venga intaccata a causa di eventuali ‘af fari
impropr i’. Rileviamo che quest'ultimo non firma
mai nessun documento, ma opera per mezzo
di ‘uomini di paglia (teste di legno)’”. Insomma
il proprietario finale della rete di società offshore
Fininvest non dichiarate al fisco è Berlusconi.
O personalmente, o attraverso due suoi
stretti collaboratori: Livio Gironi e Carlo Bernasconi.
Mills però ascoltato in aula sul punto non
dice niente. E il suo silenzio finisce per avere
delle conseguenze significative. Una in particolare.
Proprio in virtù di quella bugia Berlusconi
viene assolto nel processo per la corruzione della
Guardia di Finanza da parte della Fininvest. Il
dibattimento nato dall'inchiesta per cui ricevette
un celebre invito a comparire nel novembre
del 1994.
Una bugia davanti al fisco
Nell’estate del 2004 i magistrati scoprono l’ormai celebre
lettera in cui Mills spiega a uno dei suoi fiscalisti di
aver ricevuto nel 2000 un regalo da Berlusconi: 600mila
dollari versati da Carlo Bernasconi, il dirigente Fininvest
responsabile dell’acquisto dei diritti televisivi.
Soldi che gli erano stati dati per gratitudine anche perché
con le sue testimonianze Mills aveva “tenuto fuori
Mister B da un mare di guai”. Il 18 luglio, interrogato dai
pm, Mills confessa: davvero quel denaro arriva per volontà
leader del Pdl: a dirglielo è stato proprio Bernasconi.
Molti mesi dopo, però, l’avvocato ritratta: in novembre
consegna una memoria in cui dice che la somma
gli era stata invece versato da un armatore, Diego
Attanasio. Prima della ritrattazione, però, accade pure
dell’altro. Mills e una delle sue commercialiste affrontano
l’intera vicenda con gli ufficiali delle imposte inglesi.
Per loro infatti, qualunque sia l’origine dei soldi, le
tasse vanno pagate.
Che fare? Mills ci pensa per mesi, scrive a banche
e fiduciari esteri chiedendo carte e vecchi
estratti conto. E intanto porta avanti la sua trattativa
con il fisco. Quattro giorni dopo il suo interrogatorio
milanese incontra in Inghilterra gli
ispettori dello Special Compliance Office che
già dal 4 maggio hanno in mano una lettera della
sua commercialista, Sue Mullins, in cui si racconta
la storia dei 600mila dollari ricevuti da
Bernasconi. L'avvocato vorrebbe chiudere l'intera
partita fiscale versando quanto ha evaso,
ma gli agenti dello Sco vogliono vederci chiaro:
lo sottopongono anche loro a una sorta d'interrogatorio,
regolarmente verbalizzato e controfirmato
dall'avvocato. Con Mills gli agenti delle
tasse sono estremamente franchi. Quasi brutali.
Così nel documento, a proposito del «Bernasconi
payment» si legge:
“L'ispettore disse che DMDM (David Mills) aveva
messo il dito sulla piaga:non c'erano giustificativi.
Era stata presentata una alternativa molto
plausibile, ma c'erano altre spiegazioni alternative.
L'ispettore ne aveva citata qualcuna, ma
ce n'erano altre. Bernasconi, con sede legale in
Svizzera, aveva legami stretti con Berlusconi.
DMDM (David Mills ndr) contro i suoi interessi
legali e con il rischio di essere lui stesso arrestato,
si era recato a Milano per salire sul banco
dei testimoni. Limitandosi a dire il minimo indispensabile
aveva reso la vita di Berlusconi più
semplice. Mentre il trattamento che DMDM riceveva
dagli avvocati di Berlusconi in tribunale
era stato pubblicamente ostile, era stato seguito
dopo un po' di tempo dal ricevimento di una
sostanziosa somma di danaro. L'ispettore disse
che non stava insinuando che quel danaro fosse
stato corrisposto per ricompensare la brutta
esperienza che il sig. Mills aveva vissuto nell'aula
del tribunale di Milano. Tuttavia si trattava di
una possibile spiegazione e il sig. Mills non era in
possesso di alcuna prova scritta che la smentisse.
Tutto ciò che era possibile notare era che
DMDM aveva reso un grosso servizio a Berlusconi
e che dopo un po' di tempo aveva ricevuto
del danaro per mano di uno degli associati di
Berlusconi. DMDM disse che il sig. Bernasconi
non era in nessun modo un fiduciario che passava
danaro per conto di Berlusconi dalla Svizzera.
Mentre convenne che non poteva provare
che la spiegazione proposta dall'ispettore fosse
falsa. Infatti gli era stata posta la stessa domanda
dai pubblici ministeri italiani la domenica prima
a Milano. Questo significava che la questione
era diventata in qualche modo meno delicata
rispetto al periodo a cui si riferiva la lettera del 4
maggio visto che oramai l'esistenza del pagamento
era uscita allo scoperto con loro. I magistrati
italiani gli avevano fatto pressione affinché
ammettesse che il danaro gli era stato dato
su ordine di Berlusconi e lui aveva negato là come
negava adesso. Non aveva nessun motivo di
pensare che Berlusconi fosse a conoscenza del
pagamento. Non pensava che i pubblici ministeri
italiani avessero alcuna prova che dimostrasse
che lo fosse stato”.
Mills, dunque, solo quattro giorni dopo il suo
interrogatorio milanese in cui ha ammesso che
Bernasconi gli ha versato i 600mila dollari su disposizione
di Berlusconi, con il fisco mente in
maniera spudorata, visto che contro ogni evidenza
nega di aver mai tirato in ballo il Cavaliere
davanti ai pubblici ministeri italiani. In ogni caso
gli agenti delle tasse non sembrano troppo convinti:
“L'ispettore chiese come era stato pagato
il denaro e su che conti. DMDM disse che il danaro
era stato versato direttamente sul suo conto
in dollari americani e da lì era stato investito
nel suo hedge fund personale bypassando il Regno
Unito. La sua provenienza era da attribuirsi
a un hedge fund di Bernasconi di cui ne rappresentava
il totale. L'ispettore puntualizzò che
queste spiegazioni supportavano la tesi che il
danaro destinato a DMDM da parte di Berlusconi
fosse stato tenuto in un fondo del sig. Bernasconi
fino al momento in cui si pensò che la
situazione nel tribunale italiano si fosse calmata.
L'ispettore sottolineò di nuovo che non vi erano
prove che potessero smentire questa ipotesi.
Alla fine dell'incontro Mills comunque taglia
corto. «Adesso desidero solo lavarmi le mani da
tutta questa storia», dice. E, il 15 settembre, la
sua commercialista scrive di nuovo allo Sco dicendo
che Millsè pronto a versare le prime
80mila sterline di quanto dovuto. Non è tutto,
ma al momento l'avvocato non può permettersene
di più.
La partita sembra chiusa. In Inghilterra le tasse
attendono solo che il debito di Mills sia saldato.
Tanto che, dopo una fitta corrispondenza, ancora
il 5 novembre sempre Sue Mullins fornisce
altre spiegazioni per iscritto sull'accaduto e rivela
che, in ogni caso, quei 600mila dollari non
sono gli unici soldi ricevuti dalla Finivest: ci sono
altre 99mila sterline, utilizzate da Mills come
rimborso spese, per i costi sostenuti durante i
processi. Nel 1996, infatti, le relazioni con i Finivest
people” (la frase è della commercialista)
erano piuttosto difficili. L'avvocato aveva così
accantonato per sé una parte delle somme che
gli uomini del Cavaliere gli avevano dato in custodia
per ripagarsi i viaggi in Italia in occasione
delle sue deposizioni e le spese legali. Mills,
spiega Sue Mullins, “ha detto al suo contatto in
Fininvest che cosa aveva fatto e non sono state
sollevate obiezioni. Tanto che questo consenso
è durato fino al presente giorno”. Dunque per
sua stessa ammissione, l'avvocato per tutta la
durata dei processi è stato a libro paga del gruppo
Berlusconi.
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