"Non cesseremo di esplorare e il fine di ogni
nostra esplorazione sarà là dove siamo partiti e sapremo il luogo
per la prima volta"
Thomas S. Eliot
Era il 1951. A Brema, nel Planetario, venne condotto un esperimento
su un uccello, che d’inverno “viaggia” dalla Germania alla Valle del
Nilo: la bigiarella. Sul soffitto emisferico fecero sfilare, dinanzi
all’uccello migratore, la volta celeste con le costellazioni che
vanno dal cielo tedesco a quello egiziano. La proiezione
cinematografica del moto degli astri raffigurava ciò che ogni
bigiarella percepisce ad occhio nudo durante la sua esistenza di
stagionali transumanze tra nord e sud; e l’uccello di Brema seguì
senza défaillance la carta celeste del Planetario e si posò
esattamente sotto il cielo di Luxor. Un grande antropologo e
filosofo, Edgar Morin , commentando l’esperimento - “che prova che
la bigiarella aveva in un certo modo, il cielo nella sua testa” -
rileva che l’ordine cosmico si trova integrato all’interno
dell’organizzazione delle specie viventi, nel loro sistema
auto-organizzatore, “ciò che permette loro di adattarsi e di
sopravvivere”. Il sistema proprio ed unico dell’uomo - e che lo fa
distinguere dal resto del mondo animale perché ne costituisce la
caratteristica principale nel comportamento di specie - è ciò che
gli antropologi chiamano “cultura”: intendendo secondo una classica
definizione, tutto ciò che ogni uomo deve imparare a fare per essere
membro d’un gruppo sociale. Include, quindi, tutta la conoscenza,
gli intendimenti comuni e le aspettative storiche che la gente di un
dato gruppo sociale condivide; e che trasmette, attraverso il
processo educativo, alle generazioni successive . Come accordare
però tale concezione generale della cultura - come cultura umana -
colla manifestazione di grande varietà delle culture particolari, e
cioè degli speciali modi di vita selettivi dell’azione esterna e del
sentimento interiore, del pensiero astratto e della raffigurazione
simbolica delle varie società? Continuando a usare la formulazione
teorica proposta da David Maldelbaum, diventa essenziale
interrogarsi sulla natura relazionale delle somiglianze e delle
differenze nelle condotte collettive connesse alle corrispondenti
rappresentazioni comunicative che caratterizzano le identità. Ogni
gruppo ha inventato un differente set di risposte agli stessi
problemi che tutti i gruppi devono affrontare. E sono problemi
sollevati non solo e non tanto dalla comune struttura biologica
degli uomini quanto piuttosto dal loro “destino”: di essere cioè
insieme creature e creatori di cultura. Ma cosa accade quando i
membri di un certo gruppo sociale vengono a contatto con gli
intendimenti, le aspettative e le espressioni inventati da altri
soggetti per ciò portatori d’una cultura diversa?
All’alba della Modernità, più che le cose ed i manufatti, furono le
parole e le idee a gettare quel ponte comunicativo tra un punto e
l’altro dell’antica “spianata terrestre” - così come l’aveva
concepita in Europa la cosmografia elaborata nel suo Medio Evo - ma
che s’era già fatta, nel frattempo e proprio per ciò, ellissoide
terrestre; e non sarà per caso se a Norimberga, proprio in quel
1492, Martin Behaim porterà a termine il suo progetto “nel contempo
semplice e grandioso” di costruire il primo mappamondo sferico dl
pianeta: in quello stesso anno in cui Cristoforo Colombo decide di
raggiungere per mare l’altra metà del globo.
1492: l’anno delle tre caravelle che hanno incontrato il Nuovo
Mondo, e lo hanno “scoperto” ai conquistadores che immediatamente
sarebbero sopravvenuti. Ma quale anno fatidico di tempi nuovi
dovremmo pur ricordarlo perché nel mentre il Mondo Vecchio ultimava
la sua Reconquista, con la disfatta a Granada dell’ultimo regno
islamico; e nel mentre ancora, con la cacciata degli Ebrei dalla
Spagna, completava l’unità e l’unicità cattolicissima del suo côté
occidentale. Il 12 ottobre Cristoforo Colombo inginocchiato sulla
spiaggia d’un’isola, che aveva appena battezzato San Salvador, così
aveva pregato Iddio Onnipotente ed Eterno: “Tu hai permesso che,
tramite il più umile dei Tuoi schiavi, il Tuo sacro nome possa
essere conosciuto e diffuso in questa metà finora nascosta del Tuo
impero!”. E’ poco rilevante che per lui, in quell’altra mezza parte
del globo avrebbe dovuto stare, d’accordo con Marco Polo, il Catai,
o altre terre ma alle sue immediate vicinanze; e per ciò appunto lui
s’incaponiva a cogliere anche il più minuto segnale che potesse
permettergli di confermare tale suo radicato “convincimento”. Quel
che da quel giorno veramente conta è come venne - da allora e per
cinque secoli - “contornato lo sconosciuto” . Ed il raffigurare,
appena un anno dopo con così tanta fantasia questa parte nuova del
mondo – illustrandola con immagini di uomini, non solo divoratori
delle carni d’altri uomini e bevitori del loro sangue, ma con il
volto impresso tra i seni, o con un solo occhio al centro della
fronte, o con la testa di cane, fu l’autentica “scoperta” di quel
che, fino ad allora era stato l’ignoto non perché nascosto, ma
perché non ancora così raccontato. Ed il viaggio si apre allora su
esperienze di alterità sempre più radicali che immortalano Colombo
come colui che non solo ha stabilito il primo contatto tra due
mondi: perché gli ricama addosso la realizzazione del più notevole
di tutti i viaggi della Modernità; e da quel momento in poi
l’avventura umana fu destinata a trapassare attraverso il sogno
della traversata, da un mondo e l’altro verso l’infinito, sino a
delineare “le coordinate d’una nuova pratica europea della
rappresentazione” . L’essenza del viaggio s’è, insomma, incarnata in
quella della scoperta. Fino al 1492, solo pochissimi ardimentosi
avevano arrischiato di varcare le frontiere dell’isolamento nel
quale si viveva nel nostro pianeta. Il mondo era molto piccolo ed
estremamente frammentato. Da allora, invece, il viaggio divenne il
paradigma della conoscenza, né ha mai più cessato di esserlo nel
corso dei successivi cinque secoli: per terra e per mare, nell’aria
e nello spazio extraterrestre, gli obiettivi sono rimasti gli stessi
anche se son cambiati i mezzi. Alcuni hanno corrisposto a
leonardesche chimere, altri hanno attuato oggetti che neppure le
fantasie del passato avevano fatto esistere nell’immaginazione dei
più remoti viaggiatori .
Narra, però, Vasari di Donatello e Brunelleschi come dei primi
artisti della storia europea a mettersi in cammino “per seguir
vertute e canoscenza”: sospinti, da quel desiderio di libertà che
rinasceva ai loro tempi. Recatisi a Roma ne conobbero le rovine, e
non badando al tempo né al denaro fecero dissotterrare capitelli e
colonne, per poterli studiare e disegnare. Anche se la loro arte,
così come quella di tanti altri loro coevi è ben altra cosa “d’un
semplice ritorno al mondo apparentemente immobile dell’Antichità”;
perché la rinascenza piuttosto consiste proprio nell’aver gettato le
basi del futuro suscitando nei diversi domini dell’essere e del
sapere umano, “più interrogativi che risposte”: fu piuttosto
frequentazione della modernità europea che sopraggiungeva “per
conciliare unità e diversità” .
Ed in ogni modo vale per questi uomini, d’una emergente Europa, quel
che costituisce la specificità per gli uomini di ogni altra
particolare epoca in ogni altra parte dell’ecumene: sempre
l’atteggiamento che si elabora per relazionarsi al mondo corrisponde
alla concezione iconica con cui ce lo si rappresenta, e proprio
secondo la propria epocale proiezione grafica che raffigura lo stare
dell’uomo nello spazio cui, per altro, si sente d’appartenere. Gli
artisti contemporanei di Cristoforo Colombo furono capaci di
trasformare nel verso della “proiezione prospettica” le loro
precedenti rappresentazioni visive perché anch’essi intrapresero,
con la loro sensibilità emotiva, la stessa lotta alla quale gli
esploratori, coll’ormai acquisita esperienza della loro “arte del
viaggiare”, s’erano destinati per schiudere all’umanità “le porte
della terra e dell’universo”: e per costruire la strada verso un
mondo in cui gli uomini si facessero capaci di aprire anche se
stessi per comunicare, per conoscersi e insieme progredire.
Si può riconnettere a questo viaggio a Roma, antesignano delle
successive pratiche del viaggiare coltivate dagli artisti del XX
secolo scorso e di quello precedente, il contributo antropologico
alla mostra su “L’Artista Viaggiatore” dedicata al “recupero
memoriale” d’una estetica che si sviluppa a seguito del vagabondare.
Perché se è vero che gli artisti europei (alcuni almeno) hanno
viaggiato molto, i loro sono stati soprattutto viaggi di formazione:
al modo di quello romano dei due italiani rinascimentali; e forse
perché i Musei non esistevano ancora, a determinare in modo
essenziale la relazione che noi pratichiamo con le opere d’arte e
che, avviata dalla civiltà dell’Europa moderna. Da due secoli si
“intellettualizza” sempre più, l’Ottocento ha vissuto dei musei -
come diceva André Malraux - nel senso che essi “hanno imposto allo
spettatore una relazione affatto nuova con l’opera d’arte”: quando
al godimento della vista dobbiamo aggiungere la successione delle
scuole che ci richiede la “coscienza d’una ricerca appassionata”:
“una ricreazione dell’universo di fronte alla creazione” . Il
“viaggio artistico” dell’Ottocento ha allora in un certo senso
“completato” la percezione museale dell’arte, se si può dire che,
rimanendo a Parigi, Baudelaire non ha visto Pier della Francesca,
Michelangelo, Masaccio. In ogni caso il confronto d’un quadro del
Louvre con un dipinto di Arezzo, di Roma, di Firenze: sarebbe stato
“il confronto tra un quadro ed un ricordo”. Oggi le conoscenze di un
turista vacanziero sono più estese di quelle di coloro le cui
riflessioni sull’arte “rimangono per noi rivelatrici o
significative” - come seguita a dire Malraux - ma i cui punti di
riferimento sono stati limtati a due o tre musei, una certa quantità
di fotografie, qualche incisione. Il turista vacanziero invece ha la
ventura di esistere in un’era in cui la sua esplorazione artistica
del mondo gli fa ammassare anno dopo anno, viaggio dopo viaggio, la
riunione sterminata di tanti capolavori, a cui però mancheranno quei
pochi contenuti nel museo della città in cui continua a vivere ed a
ritornare a fine viaggio.
I tedeschi chiamano passione del vagare - Wanderlust - questo
affascinante tema filtrato dal linguaggio dell’arte, ma che si può
anche leggere contestualizzandolo in questa più recente storia che
ho appena finito di narrare. La Wanderlust dell’artista tuttavia è
ben altra faccenda: quando, durante questi ultimi due secoli della
nostra era, ha stimolato i più disparati palesamenti artistici ma
che, appunto, oggi è simultanea e concomitante a quell’altra
dell’individuo che viaggia durante le sue ferie, e che va
chiaramente distinto dall’artista-viaggiatore, che muovendosi,
invece, lavora! Ma sarà poi vero che per profondità dei contatti che
quest’ultimo stabilisce con i luoghi che visita e per la sua
passione per l’alterità umana che incontra, l’artista viva la sua
esperienza in maniera così tanto inconciliabile con quella che sta
vivendo l’altro? L’animo umano dell’uno così come quello dell’altro
sono stati, in entrambi i casi “magicamente” sollecitati a
vagabondare, tornando all’usanza antica di quel comune loro
progenitore che ha continuato a muoversi per centinaia e centinaia
di migliaia di anni, e che quindi potrebbe indurci all’espediente
retorico di tornare ad unificare tutti noi, suoi discendenti, nella
stessa specie di homo migrans, la cui differenziale potenzialità
simbolica si attualizza in una medesima “intenzionalità al muoversi
verso una meta solo ipoteticamente pre-definita” […].