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"Abbiamo sentito le pallottole sopra la testa che
facevano ding, rimbalzando sul mezzo. Abbiamo sparato migliaia di colpi
e non si faceva in tempo nemmeno a ricaricare le armi. Era il primo
giorno e siamo andati avanti così, senza fermarci, per ore. E poi il
giorno dopo, lo stesso. Mi sono chiesto se ero capitato all'inferno"
Un sergente dei lagunari
Nella provincia irachena del Dhi Qar, la provincia controllata dai
militari italiani, si registrò, a un certo punto, un attentato al
giorno. In particolare, ci furono "ottantaquattro attacchi di ogni tipo
tra maggio e novembre" 2006, cioè a missione quasi conclusa e nonostante
la "relativa tranquillità spacciata in Italia".
È una delle rivelazioni su Antica Babilonia contenute in Nassiriya. La
vera storia (edizioni Lindau), il primo libro scritto a operazione
conclusa. Il volume, che esce in questi giorni, scritto dai giornalisti
Lao Petrilli e Vincenzo Sinapi, contiene anche interviste esclusive ad
Arturo Parisi, il ministro della Difesa che ha riportato i soldati a
casa, e ad Antonio Martino, in carica quando venne deciso di dare il via
alla missione.
"Il 19 luglio dello scorso anno esplosero tre bombe nell'arco di poche
ore e in un raggio di appena venti chilometri, il 22 agosto 2 morti e 2
feriti in un convoglio saltato su un ordigno". E poi i razzi. "Tallil,
una base piena zeppa di americani, fu presa particolarmente di mira [.].
Questi i fatti. Tre missili da 107 millimetri vennero lanciati contro
l'aeroporto e i suoi compound il 19 maggio. Poi si passò a due pezzi da
122 millimetri, sparati il 15 luglio. Quattro giorni dopo, una pioggia
di fuoco esplicitò a tutti che qualcosa stava cambiando, se non era già
cambiato nell'intensità dell'offensiva della guerriglia: furono
addirittura 12 i razzi di grosso calibro sparati contro Tallil,
bersagliata successivamente il 9 agosto, il 29 agosto, il 2 settembre
(con 5 razzi), il 12 e il 19 di ottobre. Colpi di mortaio caddero poi su
Camp Cedar II, una base vicino allo scalo. Accadde in almeno due
occasioni, il 12 luglio e il 4 di ottobre".
Nel libro si ripercorrono i tre anni e mezzo di Antica Babilonia,
dall'arrivo dei soldati a Nassiriya all'attentato del 12 novembre del
2003, dalle odissee dei bimbi malati portati in Italia alle battaglie
dei ponti.
Gli autori, documenti inediti alla mano, ne contano tre. L'ultima tra il
5 e il 6 agosto del 2004. Scrivono: "queste carte provano senza ombra di
dubbio" che "è stata combattuta una vera battaglia per impedire ai
"ribelli" di riconquistare i ponti di Nassiriya. La terza battaglia dei
ponti c'è stata, eccome. Basta considerare il numero dei colpi sparati
dalla task force Serenissima - 42.601, un diluvio di fuoco - e le
diagnosi degli unici sei militari feriti - trauma acustico - per avere
un'idea di cosa è successo".
Fra le altre notizie rese note da Nassiriya, la vera storia c'è anche la
vicenda del "primo iracheno ucciso per mano italiana. Si chiamava Anaya
Ruscid e aveva 42 anni". Fu ammazzato il 7 settembre 2003, pochi mesi
dopo l'arrivo del contingente italiano, durante degli incidenti avvenuti
nello stadio di Nassiriya dove era in corso il pagamento degli stipendi
ai militari del disciolto esercito iracheno: un giovane caporalmaggiore
siciliano, sentitosi in pericolo, lo allontanò con la canna del fucile.
Che però era carico e senza sicura. Un colpo centrò al collo Ruscid che
morì poco dopo. In primo grado il Gip militare condannò il soldato ad
otto mesi di reclusione per omicidio colposo, ma in appello è stato
assolto per aver agito "legittimamente" a difesa del proprio mezzo.
Nel libro viene anche raccontata la crisi di Al Bathà, che rischiò di
mettere a repentaglio il timing del rientro del contingente italiano,
attivissimo in quelle ore dell'agosto del 2006, se, come affermano
Petrilli e Sinapi, la cittadina irachena "è ripetutamente sorvolata a
bassa quota da due Mangusta, bestioni dotati di missili filoguidati e di
mitra da 20 millimetri. Una quick reaction force blindocorazzata
italiana con due schieramenti di Dardo è visibilmente pronta a entrare
in azione". Era un'operazione contro la rivolta di alcuni irriducibili
sadristi che, dopo giorni di tensione altissima, trascorsi a mitra
spianati, si concluse con alcune vittime tra gli iracheni e l'accordo
con uno sceicco, raggiunto dopo una trattativa condotta dal SISMI.
Gli autori
Lao Petrilli è nato a Roma nel 1971 e lavora a Rds Radio Dimensione
Suono dal 1994. Ricopre il ruolo di anchor e di editor, cura rubriche
speciali, segue da inviato le crisi dei Balcani e dell'Afghanistan, e si
reca molte volte in Iraq. Fra le collaborazioni annoveriamo quelle con
l'Ansa, "La Stampa", "Il Riformista", "Il Tempo" e con il gruppo
americano CE Incorporated. Per le edizioni Memori ha pubblicato Embedded,
a caccia di terroristi con i marines. Nel 2005 ha vinto il premio
giornalistico Città di Salerno.
Vincenzo Sinapi è nato nel 1963 ed è caposervizio alla redazione
Cronache Italiane dell'Ansa. Dopo essersi occupato per quasi un decennio
di inchieste giudiziarie e grandi processi, dal 1998 ha iniziato a
scrivere di difesa e di sicurezza: articoli, reportage e saggi,
dall'Italia, ma soprattutto dall'estero. Ha seguito i militari italiani
in tutte le missioni, da Timor Est ai Balcani, dall'Afghanistan
all'Iraq, paese in cui - nei tre anni e mezzo di durata di "Antica
Babilonia" - si è recato per 15 volte.
Dal libro, in anteprima stampa
Capitolo 3
Anaya Ruscid, ammazzato per sbaglio
"La popolazione sembra apprezzare gli sforzi degli italiani, che cercano
di rimettere in moto alcuni servizi essenziali - la centrale elettrica,
l'ospedale, gli acquedotti, le scuole - e di arginare la disoccupazione,
che porta scontento e violenza. Il 18 agosto 2003 vengono assunti per
due mesi mille operai per la pulizia delle strade e lavori di piccola
manutenzione, con stipendi che variano tra i 60 e i 75 dollari al mese.
Un piccolo aiuto, che non risolve ovviamente il problema. Un problema
serio, che porta all'esasperazione gli iracheni di Nassiriya. E a volte
alla morte.
Il primo iracheno ucciso per mano italiana si chiamava Anaya Ruscid e
aveva 42 anni. È stato ammazzato per errore il 7 settembre 2003. Di
questa storia non si è mai saputo nulla in Italia. O meglio, ne è stata
raccontata un'altra, di storia, forse per tutelare le indagini che la
magistratura militare aveva immediatamente avviato. Ma la lunga vicenda
processuale nei confronti del soldato che ha centrato con un colpo in
faccia Ruscid è finita, quasi in contemporanea con la missione. E nelle
carte dell'inchiesta è scritto come è andata davvero.
Lo scenario è quello già visto dello stadio di Nassiriya, dove si
replicano le operazioni per la paga degli stipendi. Quel giorno faceva
caldo, un caldo opprimente, e una pletora di militari del disciolto
esercito iracheno era in fila dalle 7 di mattina per riscuotere una
parte degli arretrati. Agli italiani il compito di garantire la
sicurezza e di fornire assistenza. Una pattuglia del Gruppo Supporto
Aderenza, in particolare, aveva l'incarico di distribuire l'acqua
potabile agli iracheni fermi sotto il sole. A bordo di un VM90 c'erano
il capo equipaggio - un sottotenente - poi il conduttore, il
radiofonista, l'addetto alla torretta e un quinto soldato.
Per gran parte della giornata tutto si svolse regolarmente, ma dopo 11
ore tutto precipitò. Le scarne notizie fatte arrivare il giorno dopo
dalle fonti ufficiali parlavano di "violenti disordini" che avevano
coinvolto circa duemila persone, con "sassaiole e ripetuti colpi d'arma
da fuoco", e "spari in aria a scopo intimidatorio" da parte dei
poliziotti iracheni. Era spuntata poi improvvisamente un'auto in corsa,
da cui erano stati esplosi dei colpi contro il dispositivo di sicurezza
dove si trovavano anche i militari italiani, "che a loro volta hanno
sparato dei colpi in aria per deterrenza, riportando la calma". In
questa fase, proseguono i resoconti dell'8 settembre, "un interprete
iracheno della CPA è stato raggiunto al volto da un proiettile: è stato
subito soccorso e trasportato in ospedale, dove però è morto poco dopo
il ricovero".
Così, invece, il Gup militare, il Giudice per l'udienza preliminare,
ricostruisce la vicenda nelle motivazioni della sentenza di primo grado
nei confronti del soldato italiano incriminato: "Verso le 18 scoppiavano
dei disordini durante i quali numerosi iracheni lanciavano sassi e
quant'altro sia contro la polizia locale sia contro i militari italiani
impegnati a mantenere l'ordine. Ben presto da parte di alcuni
dimostranti si passava dal lancio di oggetti contundenti all'esplosione
di colpi d'arma da fuoco, costringendo così anche vari militari del
nostro contingente a fare uso delle armi nel tentativo di riportare la
calma". Il VM con i cinque soldati addetti alla distribuzione dell'acqua
"veniva praticamente circondato da una folla di manifestanti, alcuni dei
quali cercavano di sottrarre le armi ai militari italiani non
riuscendovi per la loro ferma opposizione: tra gli iracheni ve n'era
uno, poi identificato in Ruscid Anaya di anni 42, che riusciva almeno
parzialmente a salire a b
ordo del veicolo". L'uomo viene però visto dal sottocapo G.D.D., del
reggimento San Marco, che insieme ad altri suoi compagni interviene in
aiuto dell'equipaggio del VM. Il marò "prendeva per le spalle l'iracheno
e facendolo girare di fronte a lui lo allontanava dall'automezzo, ma in
tale momento si accorgeva che il Ruscid Anaya veniva attinto da un colpo
d'arma da fuoco alla regione del collo; dopo poco, nonostante i soccorsi
subito praticatigli, questi decedeva". Che cosa era successo?
Le indagini accertano che l'arma da cui è partito il colpo è il fucile
AR-70/90 del sergente ventiquattrenne B.P. che si trovava a bordo del
VM90. Ma a fare fuoco non è stato lui. Poco prima dello sparo, infatti,
aveva deciso di raggiungere la torretta, poiché la mitragliatrice Minimi
lì sistemata era "in precario equilibrio", e aveva affidato il suo
fucile al primo caporalmaggiore A.R., pure lui di 24 anni, avvertendolo
che il colpo era inserito.
Il giorno dopo l'incidente un tenente colonnello medico del contingente
italiano si reca nell'ospedale di Nassiriya per l'ispezione del
cadavere, e individua il foro d'ingresso del colpo nella parte
posteriore del collo e il foro di uscita a livello della mandibola.
L'iracheno, dunque, era di spalle rispetto a chi ha sparato. Le due
"escoriazioni ecchimotiche da bruciatura d'arma da fuoco" riscontrate a
3 centimetri dal foro d'ingresso, inoltre, dimostrano che il colpo
"venne esploso da un punto estremamente vicino".
Il marò intervenuto, G.D.D., la racconta così:
Feci caso, anche prima dello sparo, che all'altezza della porta laterale
centrale destra del mezzo sporgeva dalla sagoma del veicolo la canna di
un fucile AR-70/90. L'esplosione del colpo avvenne allorché noi
arrivammo all'altezza della canna del fucile. Tra la canna e il corpo
dell'iracheno non c'erano più di 40 centimetri. Io percepii
immediatamente che il proiettile era stato esploso da quel fucile. Mi
voltai a guardare mentre avvertivo dolore al braccio perché ero rimasto
ferito da una scheggia. Vidi il soldato italiano che imbracciava quel
fucile come intontito.
Una situazione di confusione testimoniata anche dal sergente
proprietario dell'arma: "Vidi A.R. in stato di shock che tremava.".
Questa, invece, la testimonianza di un sottufficiale del reggimento San
Marco, che si trovava su un altro VM a circa dieci metri da quello da
dove era partito il colpo:
Al momento dello sparo G.D.D. era vicinissimo all'iracheno, tanto che
venne ferito da schegge della mandibola dell'iracheno stesso.
Quest'ultimo al momento dello sparo si trovava quasi a contatto con il
lato destro del VM italiano tanto è vero che il militare italiano che si
trovava al centro sul lato destro del VM arrivò ad appoggiargli la
volata del fucile tra la spalla e il collo. Preciso anzi che il militare
italiano dette con la canna del fucile un piccolo colpo tra la spalla e
il collo dell'iracheno come per allontanarlo e proprio
contemporaneamente partì il colpo che ferì l'iracheno. Ebbi
l'impressione che la partenza del colpo fosse dovuta al fatto che il
militare aveva il dito sul grilletto dellarma car'ica, quindi nel dare
il colpo in avanti con la canna aveva premuto inavvertitamente il
grilletto.
Secondo il giudice di primo grado, "pur ammettendo che l'iracheno avesse
tentato di impossessarsi dell'arma, in ogni caso la sua azione si era
esaurita quando partì il colpo mortale", come dimostrerebbe il fatto che
si trovava di spalle. E dunque la morte di Anaya Ruscid "fu causata
dalla condotta imprudente di A.R.", che avrebbe premuto inavvertitamente
il grilletto dopo aver impropriamente utilizzato il fucile come una
sorta di sfollagente, pur sapendo che aveva il colpo in canna e la
sicura disinserita. Da qui la condanna a otto mesi per omicidio colposo.
La sentenza è stata però ribaltata in secondo grado.
La corte militare d'appello ribadisce che il colpo è stato sparato
accidentalmente dall'arma imbracciata da A.R., "anche perché non è
ragionevolmente immaginabile - si legge nella sentenza - che l'imputato
abbia potuto sparare intenzionalmente, stante il rischio elevatissimo di
colpire anche G.D.D.", il marò intervenuto. Ma il gesto del
caporalmaggiore di allontanare l'iracheno con la canna di un fucile
carico può configurare un reato? In generale certo sì, perché si tratta
di un atto "senz'altro contrario a criteri di prudenza in una situazione
ordinaria", affermano i giudici. Tuttavia, nel caso specifico, prima di
dare una risposta occorre valutare il contesto.
E il contesto, ricostruito in base a numerose testimonianze, non era
sicuramente "ordinario": si era in presenza di "tumulti gravi, scoppiati
improvvisamente", durante i quali "furono esplosi numerosi colpi di arma
da fuoco e fu richiesto il reiterato intervento di elicotteri a supporto
del personale operante sul terreno". Il conducente del VM racconterà
agli inquirenti che "c'era molta agitazione e si sentivano spari
dappertutto, sparavano in aria anche quelli del San Marco". A un tratto,
prosegue,
la folla circondò sui quattro lati il nostro mezzo. Eravamo fermi. Io
ero alla guida con elmetto e giubbotto antiproiettile e la folla aprì i
due sportelli anteriori del mezzo cercando di aggredire me e il
sottotenente. Entrambi ci difendevamo scacciando gli iracheni che
cercavano, tra l'altro, di togliere l'arma all'ufficiale. Io ero in
difficoltà perché con una mano mi tenevo allo sterzo e con l'altra
colpivo gli aggressori. In questa fase con la coda dell'occhio destro
vidi che uno degli iracheni, dopo aver tentato di togliere l'arma al
sottotenente dallo sportello anteriore destro, fece qualche passo
all'indietro lungo la fiancata destra del mezzo.
L'iracheno era appunto Ruscid, che era parzialmente riuscito a entrare
nel VM e aveva cercato di strappare l'arma dalle mani del comandante
della pattuglia, prima di essere preso per le spalle da G.D.D. ed essere
tirato via.
Secondo i giudici, "il comportamento del Ruscid concretizzò un oggettivo
pericolo per la sicurezza del VM, che avrebbe anche potuto portare, se
non fosse stato interrotto dall'immediato intervento di G.D.D., ad atti
di emulazione da parte della folla [.] e al conseguente possibile
abbandono dell'automezzo da parte dei militari italiani". Dunque,
"ragionevolmente" il caporalmaggiore, "vedendo passare a fianco della
porta colui che pochi istanti prima era riuscito a salire parzialmente
sul VM, valutò come tuttora in atto il rischio di una nuova
intromissione e, conseguentemente, ritenne necessario il gesto di
allontanare con la canna del fucile il cittadino iracheno". Un gesto,
secondo la Corte, dettato all'imputato "dall'erronea ma giustificata
convinzione di dover difendere il VM, cioè il "posto" dove stava
svolgendo il proprio servizio esterno". Questo fa sì che al
caporalmaggiore possa applicarsi una delle scriminanti (o cause di
giustificazione) che la legge annovera tra i "casi p
articolari di necessità militare": quella che prevede la non punibilità
del soldato che abbia commesso un fatto che costituisce reato per
esservi stato costretto dalla necessità di impedire "fatti tali da
compromettere la sicurezza del posto, della nave o dell'aeromobile".
Non cambia nulla, poi, che il gesto di allontanare l'iracheno con la
canna del fucile (considerato "di per sé proporzionato alla situazione")
sia stato attuato con l'arma carica, circostanza che ha poi determinato
l'esplosione del colpo mortale. La Corte infatti sottolinea che
"l'imputato non caricò appositamente il fucile ma lo ricevette in tale
condizione pochi istanti prima" dal sergente, che a sua volta aveva
fatto questa operazione "legittimamente". "Deve allora convenirsi che
l'imputato, nella concitazione del momento - scrivono i giudici nella
sentenza d'appello - si trovò nell'alternativa per cui o si attivava
cercando di allontanare il Ruscid utilizzando quell'arma come strumento
di pressione (fisica e psicologica) per spingere l'iracheno lontano
dall'automezzo, oppure assisteva passivamente alla scena, omettendo
un'attività che comprensibilmente egli riteneva doverosa per la difesa
del VM".
Il processo si conclude dunque con l'assoluzione del primo
caporalmaggiore A.R. "perché persona non punibile per aver ritenuto di
agire in stato di necessità militare". Una sentenza diventata
irrevocabile il 3 ottobre 2006.
Episodi analoghi, ma fortunatamente senza conseguenze nefaste, si
verificano quasi ogni giorno in quel periodo. La settimana dopo
l'incidente che è costato la vita a Ruscid una folla di ex agenti
licenziati prende d'assalto una stazione di polizia irachena, dove ci
sono anche alcuni carabinieri. La protesta, inizialmente solo a parole,
presto degenera: prima i sassi, poi il tentativo di entrare nella
struttura forzando la recinzione. I poliziotti iracheni cominciano a
sparare in aria e i manifestanti rispondono: alla fine tre di loro
rimangono a terra feriti, uno muore in ospedale. Servirà l'intervento di
una compagnia di carabinieri in assetto antisommossa, con l'impiego
massiccio di lacrimogeni, per sedare la rivolta due ore dopo.
E comunque, nonostante questi episodi di ordine pubblico, la provincia
del Dhi Qar resta una delle più tranquille del paese. I fondamentalisti
sunniti con il tempo vengono emarginati, e le loro moschee si svuotano.
Lo stesso sceicco cieco al Sadun è costretto a lasciare Nassiriya e a
rifugiarsi nelle paludi di Suq ash Shuyukh.
Ma l'integralismo è anche sciita. L'Esercito del Mahdi di Moqtada al
Sadr ha in città una sede importante. Il luogotenente di al Sadr a
Nassiriya, lo sceicco Aws al Khafaji, è molto influente. Sarà lui a
inneggiare alla jihad, la guerra santa, contro i soldati italiani. Ma
questo avverrà un anno dopo. Altre cose, prima, devono ancora accadere."
[.]
Capitolo 5
Le battaglie dei ponti
[.]
5-6 agosto 2004
"Della terza battaglia dei ponti pochi ne parlano, perché si dice che
sia stata meno cruenta: un "problema" risolto in 24 ore. Da qualcuno
viene derubricata come semplice scaramuccia. Solo scontri di poco conto.
Quella notte tra il 5 e il 6 agosto viene ricordata per un singolo
episodio, quello dell'ambulanza che sarebbe stata fatta saltare in aria
dagli italiani.
Cosa è successo davvero? Per capirlo occorre prima raccontare il
contesto in cui è avvenuto ("alle 3,25") quel fatto. Ci aiuta un
documento che solo ora salta fuori da qualche cassetto: si chiama
Relazione tecnico-disciplinare ed è il rapporto scritto a caldo dal
comandante dei lagunari su quegli scontri. Nella relazione non compare
mai la parola ambulanza, ma minuto per minuto viene ricostruito tutto
ciò che è successo - il contesto, appunto - in quella notte infernale.
Al di là del fatto specifico, quello che queste carte provano senza
ombra di dubbio è che pure in quel caso è stata combattuta una vera
battaglia per impedire ai "ribelli" di riconquistare i ponti di
Nassiriya. La terza battaglia dei ponti c'è stata, eccome. Basta
considerare il numero dei colpi sparati dalla task force Serenissima -
42.601, un diluvio di fuoco - e le diagnosi degli unici sei militari
feriti - trauma acustico - per avere un'idea di cosa è successo.
La terza battaglia dei ponti viene dunque ricostruita in ogni sua azione
in questo rapporto finora riservato, scritto tre giorni dopo gli scontri
dal colonnello Emilio Motolese, comandante della task force Serenissima.
Il linguaggio è tecnico, ma forse proprio per questo enfatizza ancora di
più la drammaticità degli eventi.
Vittime tra gli iracheni? "Dei miliziani si contano almeno quattro
morti", cè 'scritto.
TASK FORCE SERENISSIMA
COMANDO
WHITE HORSE (IRAQ), LI 9 AGO. 2004
OGGETTO: Relazione tecnico-disciplinare del CTE della task force
Serenissima in merito all'attacco a fuoco occorso dal giorno 5 agosto
'04 al 6 agosto '04 in località AN NASIRIYAH (IRAQ)
EVENTO ACCADUTO
Descrizione sintetica dell'evento
Dal giorno 5 al 6 ago. '04, in località AN NASIRIYAH, lungo la riva
meridionale del fiume Eufrate, si è verificato l'attacco a fuoco in
oggetto.
Generalità del personale coinvolto nell'evento
Gruppo Tattico rinforzato della task force Serenissima.
Topografia del luogo
Località città di AN NASIRIYAH (IRAQ), lungo la riva meridionale del
fiume Eufrate.
Condizioni meteorologiche e grado di visibilità
Tempo: Bello, visibilità buona nelle ore diurne, ridotta nelle ore
notturne per l'oscurità.
CRONOLOGIA DEGLI AVVENIMENTI E DESCRIZIONE DEGLI EVENTI SALIENTI
Giovedì 5 agosto '04
Alle ore 19,06 del 5 agosto 2004 il comando dell'ITALIAN JOINT TASK
FORCE "IRAQ", ordinava di intervenire lungo la LOC (Line of
Communication) "APPIA" in supporto a una unità Rumena verso la quale si
stavano dirigendo circa 20 miliziani armati con armi portatili e RPG. La
task force Serenissima, inviava sul punto di coordinate 38R PV 2500 2800
un dispositivo a livello compagnia per effettuare uno strong point
[avamposto]. Alle ore 20,15 il dispositivo giungeva sul posto iniziando
a fermare le auto giudicate sospette che transitavano in quella zona.
Alle ore 20,30, su ordine del comando IT JTF IRAQ, il citato dispositivo
veniva spostato in direzione di AN NASIRIYAH, nei pressi dell'incrocio
in coordinate 38R PV 2090 3190 denominato W1, al fine di monitorizzare
la situazione e controllare eventuale movimento di personale armato.
Alle ore 20,45 la Sala Operativa della task force Serenissima veniva
informata dal TOC dell'IT JTF IRAQ che a seguito informazioni ritenute
attendibili, possib
ili disordini in AN NASIRIYAH avrebbero avuto come obiettivo la Local
Police. Alle ore 21,25, in seguito alla massiccia presenza di miliziani
nella zona dei ponti "Alfa", "Bravo" e "Charlie" in AN NASIRIYAH, il
Comandante dell'IT JTF , dopo aver consultato il Comandante della task
force Serenissima al fine di dirimere gli ultimi dubbi sulle modalità da
adottare, dava ordine di attuare la seconda fase del FRAGO n. [.]
Operazione "HIP HOP".
Tale FRAGO prevedeva lo schieramento di un Gruppo Tattico rinforzato
nella zona Sud di AN NASIRIYAH a ridosso dei tre ponti al fine di
mantenere il controllo delle rotabili principali della città e impedire
il controllo da parte dei miliziani. Alle ore 21,42 le unità della task
force Serenissima iniziavano il movimento verso le rispettive zone di
schieramento ultimandolo alle ore 22,42.
Le forze sul terreno erano così disposte:
- il complesso su base 3ª Compagnia, comandato dal Ten. Giacomo
MASSAROTTO, era schierato in prossimità del ponte "Alfa", occupando
anche la ex base di LIBECCIO;
- il complesso su base X Compagnia, comandato dal Cap. Domenico SERMON,
in prossimità del ponte "Bravo";
- il complesso su base 5ª Compagnia, comandato dal Cap. Giovanni
TEREBINTO, schierato in prossimità della passerella pedonale tra il
ponte "Bravo" e "Charlie";
- il complesso su base 2ª Compagnia, comandato dal Cap. Claudio
GUASCHINO, schierato in prossimità del ponte "Charlie";
- il complesso su base 1ª Compagnia, comandato dal Cap. Marco LICARI,
schierato a tergo del dispositivo;
- le unità del 3° Squadrone di Cavalleria comandate dal Ten. Danilo
PANICCIA, a presidio dell'incrocio in T9, punto nevralgico per i
rifornimenti dell'intero dispositivo.
Il posto comando tattico del dispositivo, con il Comandante di
Battaglione era schierato nei pressi del Campo delle Parate, mentre il
comando del gruppo tattico con il Comandante della task force, si
trovava nei pressi del ponte "Alfa" all'interno dell'ex base LIBECCIO.
Inoltre presso il compound di WHITE HORSE un plotone della Compagnia
Mortai con tre mortai THOMPSON da 120 mm.
Durante la fase di dispiegamento del dispositivo la 3ª Compagnia veniva
fatta segno a fuoco con bombe da mortaio e armi leggere nei presi del
ponte "Alfa". La 2ª e la 5ª Compagnia venivano attivate con armi
automatiche e RPG lungo l'itinerario che portava alla loro posizione e
in particolare in prossimità della sede della Local Police.
Al termine del dispiegamento del dispositivo venivano svelate diverse
sorgenti di fuoco avversarie lungo tutto l'argine Nord del fiume Eufrate
interessando tutto il fronte del dispositivo in movimenti differenti.
Il dispositivo rispondeva al fuoco con tiro mirato e selettivo nei
confronti di quelle sorgenti di fuoco che si riuscivano a individuare.
Alle ore 23,40, a seguito di richiesta da parte delle unità sul campo,
veniva sparata dalla base di WHITE HORSE una bomba da mortaio da 120 mm
illuminante, con lo scopo di svelare altre postazioni nemiche a Nord dei
ponti, non visibili altrimenti neanche mediante visori notturni o camere
termiche. Alle ore 23,58, a seguito dell'autorizzazione ricevuta da
parte del comando IT JTF , si procedeva all'eliminazione di sorgenti di
fuoco nemiche mediante colpi di Blindo Centauro in quanto le postazioni
si trovavano dietro fortificazioni non altrimenti raggiungibili.
Venerdì 6 agosto 2004
Alle ore 00,26 del 6 agosto 2004, a seguito dei reiterati attacchi
avversari veniva sparata un'altra bomba illuminante sempre allo scopo di
svelare altre postazioni nemiche. Alle ore 00,30, a seguito della
sopraggiunta possibilità di impiegare 3 veicoli VCC Dardo, tratti dalla
riserva della IT JTF IRAQ, quest'ultimi venivano posizionati
rispettivamente 2 sull'ex base LIBECCIO e in prossimità del ponte
"Bravo", al fine di garantire una più efficace cornice di sicurezza al
dispositivo. Alle ore 00,36, a seguito di ricognizione di unità
eliportate a Nord del fiume, non venivano riscontrati movimenti di
miliziani. Alle ore 00,56 il Comandante della task force comunicava che
in prossimità del ponte "Alfa", dopo un breve momento di sospensione dei
combattimenti, era ripreso il fuoco avversario con mortai e
mitragliatrici 14,5 mm e armi portatili.
Alle ore 1,05 veniva richiesto l'intervento del fuoco massiccio di tutte
le unità in quanto il fuoco nemico aumentava sensibilmente. Per
permettere l'individuazione delle postazioni nemiche veniva anche
sparata una bomba da mortaio illuminante. Alle ore 1,15 il personale in
coordinate 38R PV 1600 3400, veniva fatto segno a fuoco di armi
automatiche e ha risposto in maniera proporzionata all'attacco facendolo
cessare. Alle ore 1,45, a cura della compagnia comando e supporto
logistico della task force Serenissima veniva effettuato il primo
rifornimento in area d'operazione di viveri e munizioni.
Alle ore 1,50 in prossimità dei Complessi 3ª e X Compagnia esplodevano
alcuni colpi da mortaio e le postazioni venivano raggiunte dal fuoco di
armi portatili e di reparto. Il personale della task force Serenissima
rispondeva al fuoco con armi di Reparto e individuali. Alle ore 02,05
veniva effettuata una ricognizione con elicotteri sulla zona dei
combattimenti senza raccogliere informazioni particolari.
Alle ore 3,25 il Complesso minore su base 2ª Compagnia, disposto in
prossimità del ponte "Charlie", veniva attivato da colpi provenienti da
un mezzo civile che transitava lungo il ponte verso le sue posizioni.
All'alt intimato dai militari, accompagnato da colpi di avvertimento, il
mezzo non si fermava e il dispositivo rispondeva prontamente alla
minaccia aprendo il fuoco con armi di Reparto causando l'esplosione del
mezzo, il quale verosimilmente conteneva esplosivo. Alle ore 3,58 le
unità della task force sono state ingaggiate con colpi d'arma da fuoco
provenienti da un'abitazione 200 m a Ovest del ponte "Bravo". Anche in
questo caso a seguito della risposta a fuoco la fonte è stata
neutralizzata. Alle 4,25 un furgone in transito sul ponte "Charlie" (PV
207 343) direzione sud non si fermava all'alt dei militari, i quali
aprivano il fuoco con armi portatili. Non si è riuscito a stimare il
numero degli occupanti del furgone e quanti di loro sono rimasti feriti.
Alle ore 6,15 le unità
della task force distaccate presso l'ex base di LIBECCIO venivano fatte
segno a fuoco con RPG e armi automatiche. La minaccia, proveniente dalla
sede del partito del 15° SHABAN, veniva neutralizzata con fuoco di armi
individuali e di Reparto. Alle ore 6,20 il Complesso minore su base X
Compagnia veniva attaccato con mortai e ha risposto con armi portatili e
di Reparto. Alle ore 7,10 venivano ultimate le barricate sul ponte "Charlie"
al fine di impedirne l'attraversamento veloce. Alle ore 7,13,
accompagnata da alcuni colpi di mortai caduti nelle vicinanze del ponte
"Alfa", una vettura cercava di attraversare il ponte nonostante i colpi
di avvertimento sparati dal personale della task force Serenissima. A
seguito del fuoco mirato la vettura rimasta bloccata sul ponte e il
personale ferito veniva soccorso da un'ambulanza locale. Alle ore 7,20
riprendevano le attività a fuoco con RPG e armi portatili sia sul ponte
"Alfa" sia sul ponte "Charlie" provocando la risposta dell'unità della
ta
sk force.
Alle ore 7,28 in prossimità della sponda nord del ponte "Charlie" veniva
neutralizzata una postazione RPG con armi controcarro. Alle ore 8,10 gli
elicotteri effettuavano una ricognizione su AN NASIRIYAH e non
riscontravano nessuna novità.
Alle ore 8,17 giungevano dalla sede di WHITE HORSE i rifornimenti di
viveri e munizioni. Alle ore 9,55 la task force Serenissima veniva fatta
segno a fuoco nei pressi del ponte "Alfa" e nei pressi di LIBECCIO. Il
dispositivo rispondeva a fuoco con armi portatili e di Reparto. Durante
l'attacco non si sono riscontrati né feriti né danni ai mezzi. Alle ore
11,55 vengono udite due esplosioni a est del ponte "Bravo",
presumibilmente colpi da mortaio; non si sono riscontrati né feriti né
danni.
Alle ore 14,00 è avvenuto uno scambio di colpi di arma da fuoco sul
ponte "Bravo" che ha coinvolto sia il personale a ridosso del ponte
"Bravo" sia il personale disposto a difesa dell'ex base LIBECCIO. Il
fuoco proveniente da alcuni miliziani nascosti in un palmeto, veniva
reso inoffensivo a seguito dell'intervento di armi individuali e di
Reparto da parte del personale della task force.
Alle 14,20 i miliziani presenti tra il ponte "Alfa" e il ponte "Bravo"
effettuavano con armi portatili fuoco contro le unità della tf le quali
rispondevano al fuoco.
Alle ore 15,30 da nord del ponte "Bravo" venivano sparati due colpi di
mortaio caduti a Sud del dispositivo della tf non causando danni a
persone e a mezzi. Alle 15,35 da nord del ponte "Alfa" veniva esploso un
colpo di mortaio; le unità della TF hanno aperto il fuoco con un
panzerfaust contro le unità nemiche.
Alle ore 15,40 è stato esploso un altro colpo di mortaio sempre da Nord
in direzione del ponte "Alfa".
Alle ore 16,25 sono stati sparati da Nord sia in prossimità del ponte
"Alfa" sia in prossimità del ponte "Bravo" molti colpi di armi portatili
e altri due colpi di mortaio giunti in prossimità di "ANIMAL HOUSE". Il
personale della TF rispondeva al fuoco con armi portatili e di Reparto.
Alle ore 17,57, su ordine del comando dell'IT JTF IRAQ il dispositivo
della TF. [parole illeggibili nel documento, ma presumibilmente "tornava
alla base", N.d.A.]
COLPI SPARATI DALL'UNITÀ DELLA TASK FORCE SERENISSIMA
Durante lo scontro a fuoco sono stati sparati i seguenti colpi:
- n. 36 nastri da 250 Cal. 7,62 NOT, di cui 33 in carico al Contingente
e 3 dotazione di Reparto;
- n. 137 nastri da 100 colpi Cal. 12,7 PIT, di cui 85 in carico al
Contingente e 52 dotazione di Reparto;
- n. 2336 Cal. 5,56 ordinari, di cui 551 in carico al Contingente e 1785
dotazione di Reparto;
- n. 573 colpi Cal. 5,56 traccianti, in carico al Contingente;
- n. 84 nastri da 200 colpi Cal. 5,56 NOT, di cui 70 in carico al
Contingente e 14 dotazione di Reparto;
- n. 15 Panzerfaust DM 22 60 mm in carico al Contingente;
- n. 8 CC 120 illuminanti, in carico al Contingente;
- n. 13 CC 105/51 HESH, in carico al Contingente;
- n. 102 granate da 40 mm HE-DP, in carico al Contingente;
- n. 4 bombe da fucile illuminanti, in carico al Contingente;
- n. 8 colpi Cal. 3,38 LP, dotazione di Reparto;
- n. 29 bombe da fucile AMC LUCHERE, dotazione del Rgt. S. Marco;
- n. 13 granate da 40 mm HE-DP X AV7, in carico al Contingente.
DANNI SUBITI
Personale:
Durante il conflitto a fuoco, a causa dell'esplosione dei colpi sparati,
il seguente personale riportava [i nomi dei militari feriti vengono
riportati solo con le iniziali, N.d.A.]:
- Serg. F.D.A. effettivo all'8° Rgt Bersaglieri e comandato alla TF
Serenissima per l'Operazione Antica Babilonia, "trauma acustico con
ipoacusia", con prognosi di guarigione di gg. 7 (sette) salvo
complicazioni;
- C.le Magg. Sc. M.E. effettivo all'8° Rgt. Bersaglieri e comandato alla
TF Serenissima per l'Operazione Antica Babilonia, "trauma acustico
orecchio destro" con prognosi di guarigione gg. 3 (tre) salvo
complicazioni;
- C.le Magg. Sc. G.R. effettivo alla TF Serenissima "trauma acustico
lieve dell'orecchio sinistro" con prognosi di guarigione di gg. 7
(sette) salvo complicazioni;
- C.le Magg. Sc. T.F. effettivo alla TF Serenissima "trauma acustico"
con prognosi di guarigione di gg 3 (tre) salvo complicazioni;
- 1° C.le Magg. A.P. effettivo all'8° Rgt. Bersaglieri e comandato alla
TF Serenissima per l'Operazione Antica Babilonia, "esiti emorragia
congiuntivale, trauma acustico bilaterale" con prognosi di guarigione
gg. 3 (tre) salvo complicazioni;
- 1° C.le Magg. R.D.N. effettivo alla tf Serenissima "trauma acustico"
con prognosi di guarigione di gg 7 (sette) salvo complicazioni.
Dei miliziani si contano almeno 4 morti.
Mezzi: Nessuno.
Armamenti: Nessuno.
CONCLUSIONI
In merito all'evento in oggetto:
sentito il personale direttamente interessato all'attacco a fuoco;
espletati gli accertamenti del caso e nella considerazione che:
- lo schieramento del Gruppo Tattico rinforzato nella zona Sud di AN
NASIRIYAH era stato disposto dal C.do IT JTF IRAQ in CAMP MITTICA in
seguito alla massiccia presenza di miliziani nella zona dei ponti
"Alfa", "Bravo" e "Charlie";
- le unità dei lagunari sono state sottoposte a fuoco da bombe da
mortaio e armi leggere nei pressi del ponte "Alfa" e successivamente con
armi automatiche e RPG;
- il dispositivo ha risposto prontamente e proporzionalmente all'offesa,
utilizzando armi individuali e di reparto con tiro mirato e selettivo
nei confronti delle sorgenti di fuoco nemico. Inoltre durante l'attacco
si era reso necessario l'utilizzo di bombe da mortaio illuminanti da 120
mm per svelare altre postazioni nemiche, non visibili mediante visori
notturni o camere termiche;
- l'utilizzo dei colpi di Blindo Centauro erano necessari poiché le
sorgenti di fuoco nemiche si trovavano anche dietro le fortificazioni
non altrimenti raggiungibili;
- l'intervento del fuoco massiccio di tutte le unità della task force
Serenissima era indispensabile in quanto il fuoco nemico era aumentato
sensibilmente;
- durante l'attacco sono state messe in atto tutte le procedure tecnico
tattiche che la situazione imponeva; infatti la precisione e la scelta
oculata e ponderata dell'impiego dei sistemi "arma in dotazione", ha
permesso di effettuare un'azione di fuoco mirata e selettiva per
consentire a tutto il Gruppo Tattico di assolvere il compito
assegnatogli;
- il personale si è attenuto a una disciplina corretta del fuoco;
- l'impiego delle armi è stato effettuato nella piena legittimità e nel
rispetto assoluto delle Regole d'Ingaggio.
Per quanto sopra, non ravvisando alcuna responsabilità diretta o
indiretta a carico del personale interessato, ritengo di definire
l'evento senza alcun provvedimento disciplinare.
In merito all'evento in esame è stato effettuato inoltre in data 8
agosto 2004 la comunicazione all'Autorità Giudiziaria Militare
competente (Procura Militare della Repubblica presso il Tribunale
Militare di ROMA) e alla Procura della Repubblica presso il tribunale
Ordinario di ROMA.
ALLEGATI: la cartina della località dell'attacco a fuoco e i referti
medici dei militari feriti.
IL COMANDANTE DELLA TASK FORCE
Col. f. (Lag.) t. ISSAI Emilio MOTOLESE
[.]
Capitolo 16
Razzi, bombe e raid mai detti
"Nell'ultimo periodo della missione il numero degli attacchi aumentò
vertiginosamente, come risulta da dati mai resi noti finora. Se la media
complessiva annua, nel 2006, fu di 0,26 attentati al giorno, da metà
luglio a metà settembre si arrivò a quota 1,05. Ottantaquattro attacchi
di ogni tipo tra maggio e novembre: solo lo 0,3% a livello n azionale, è
vero, ma ognuno di quegli scoppi mise in serio pericolo vite umane.
Tallil, una base piena zeppa di americani, fu presa particolarmente di
mira dai razzi.
Questi i fatti. Tre missili da 107 millimetri vennero lanciati contro
l'aeroporto e i suo i compound il 19 maggio. Poi si passò a due pezzi da
122 millimetri, sparati il 15 luglio. Quattro giorni dopo, una pioggia
di fuoco esplicitò a tutti che qualcosa stava cambiando, se non era già
cambiato nell'intensità dell'offensiva della guerriglia: furono
addirittura 12 i razzi di grosso calibro sparati contro Tallil,
bersagliata successivamente il 9 agosto, il 29 agosto, il 2 settembre
(con 5 razzi), il 12 e il 19 di ottobre. Colpi di mortaio caddero poi su
Camp Cedar II, una base vicino allo scalo. Accadde in almeno due
occasioni, il 12 luglio e il 4 di ottobre.
Quegli attacchi ferirono due militari americani, uno piuttosto
gravemente. Chi li aveva sferrati, in molti casi, era riuscito a
piazzarsi a sud dell'abitato di Nassiriya, nei paraggi di una strada che
la Coalizione aveva ribattezzato Appia. Da lì aveva fatto fuoco, spesso
usando rudimentali rampe di legno, e alcune volte due banali travi messe
in croce e fissate con un chiodo. A rischio di restarci incenerito,
giusto lì. Presumibilmente, poi, l'attentatore rientrava in città, dove
raggiungeva il famigerato Viale dei Partiti, magari utilizzando viuzze
secondarie, sterrate; e cambiando mezzo di trasporto. Il giochetto non
sempre riusciva. Anzi, a guardare bene i dati che seguiranno, quasi mai,
in proporzione. La stragrande maggioranza di attacchi sfumò, perché le
polveri da sparo degli attentatori vennero bagnate dagli italiani. Se
consideriamo l'elenco di ciò che finì per essere sequestrato, dal 2003
all'ammainabandiera, i numeri sono impressiona nti: 3500 fra pistole,
fucili e mitrag
liatori; 1210 proiettili d'artiglieria; 3400 bombe da mortaio; 3
tonnellate e 300 chili di esplosivo al plastico; 9 quintali di polvere
da sparo; 5500 fra mine e razzi. Come stare tranquilli, dunque, verso
fine missione, in un pezzo di mondo che aveva già fatto sfoggio di un
parco bellico del genere? In una provincia che, foss'anche in qualche
centinaio di abitanti, mostrava sparando che c'era la voglia di usare
quel che era rimasto nascosto in qualche cantina o in una buca del
deserto? Così ci si mise a testa bassa a cercare, cercare e ancora
cercare, per fermare gli attacchi con colpi di missile. Cinquantasette
SA-7 vennero scovati dagli italiani in operazioni che saldarono il
lavoro degli agenti del Sismi e quello del contingente. Poi trapelò
anche la notizia di un paio di tizi arrestati dalle forze degli Stati
Uniti.
Gli americani vivevano nel terrore degli attentati, ben sapendo che
sovente, come nel resto dell'Iraq, anche nel Dhi Qar l'obiettivo erano
proprio loro, che mai avevano parlato di ritiro dalla provincia e meno
che mai dall'importantissima base aerea di Tallil. Nel luglio 2006 una
soffiata li informa che nel bel mezzo di Nassiriya, da qualche tempo, è
comparso come dal nulla a fare bello sfoggio di sé un uomo inserito
nella lista riservata dei ricercati, uno di quelli che a Washington e a
Baghdad chiamano HVT, gli High Value Target. La sua cattura sarebbe, a
detta degli alleati, un colpo grosso. Il tipo - si dice - è anima e
corpo di una cellula di terroristi, nel suo curriculum ci sono già molte
bombe, ed è indispensabile fare in modo che la smetta una volta per
tutte. Iniziò, allora, una fitta consultazione con gli italiani, ai
quali furono chiesti appoggi concreti per catturare il ceffo. Secondo i
piani che vennero studiati, gli yankee si sarebbero presentati di notte
sopra Nassiri
ya con sei elicotteri d'assalto, forse gli HH-60G Pave Hawk delle forze
speciali. Arrivati sopra il Viale dei Partiti e individuato il palazzo
dell'HVT, sperando di sorprendere lui e la sua scorta di miliziani nel
sonno, si sarebbero calati giù per eseguire l'arresto. E i nostri? I
nostri avrebbero dovuto fornire assistenza-radar dall'alto, cinturare la
zona a terra, provvedere all'assistenza medica e allo sgombero dall'area
calda dei molto probabili feriti; e infine andare a tirare fuori dai
guai gli americani, se fosse stato necessario, e se la situazione si
fosse complicata più del previsto. Gli italiani, che come nessun altro
conoscevano il Dhi Qar, fecero presenti tutte le difficoltà
dell'operazione ai loro colleghi, tutti i rischi che - quand'anche
quella notte fosse finita bene - si sarebbero corsi dall'alba in poi:
sarebbe stato arduo mantenere i fragili equilibri della provincia
raggiunti con il lavoro di anni. E poi, quel blitz. Ma lo sapete -
dissero - che arrivare lì sopr
a con gli elicotteri è la cosa più pericolosa al mondo, che i palazzi
sono tutti bassi e che vi si vedrebbe arrivare da lontano? Che di notte,
in ogni caso, il rumore dei velivoli sveglierebbe le guardie in tempo
per farle reagire? Che comunque, col caldo che fa d'estate a Nassiriya,
sui tetti è pieno di gente, inclusa quella pronta a spararvi addosso
senza pensarci due volte? Le obiezioni vennero valutate e di lì a breve
arrivò la risposta: facciamo lo lo stesso. Evidentemente il valore del
target, di quell'uomo del JAM, del Jaish al Mahdi, era davvero alto,
così alto da rischiare decine di vittime fra americani e italiani, per
stare solo a quelle ore. Il gioco - secondo loro - valeva la candela.
Quando alcune settimane dopo si approntarono i piani operativi, al
comandante della brigata Garibaldi venne chiesto di preparare un paio di
plotoni. Il generale De Pascale, per stare più sul sicuro, pretese e
ottenne di poter prevedere lo schieramento sul terreno di due intere
compagnie. Ag
li americani non si era potuto dire di no, malgrado le perplessità.
C'era una catena di comando da seguire, e se quelli delle US Forces non
erano ordini, poco ci mancava. Ma soprattutto: non si potevano lasciare
soli gli alleati. A Roma ci si arrovellò, poi il placet fu dato. Ormai
era agosto e a Nassiriya era tutto pronto. Ogni uomo di Antica
Babilonia, di qualunque ordine e grado, sapeva che doveva tenere pronta
la pistola nella fondina, che nell'arco delle ipotesi ognuna era
plausibile, in quei giorni. I credenti pregarono, gli altri fecero
scongiuri: "che non sia un bagno di sangue". La prima notte di quelle
cerchiate in rosso sul calendario l'operazione venne annullata.
Dell'uomo da catturare si erano perse le tracce. Arrivarono quindi altre
ore di attesa, prima della notte successiva. Eppure niente. Nessun
elicottero si alzò in volo, nessun bersagliere si avventurò nelle
viscere di Nassiriya, nessun equilibrio di potere venne messo a rischio.
E nessun pericoloso attentatore ven
ne preso: era svanito nel nulla, come dal nulla sembrava essere apparso.
In seguito si seppe che era andato in Iran, almeno per un periodo. Poco
più di un anno prima, una vicenda simile aveva scosso per giorni il
rapporto tra italiani e americani . Un mattino i servizi segreti alleati
si presentarono a Camp Mittica con una richiesta di appoggio per la
cattura di altri HVT. Anche quella volta i miliziani erano stati
avvistati nel solito Viale dei Partiti. Quando per tutta risposta furono
chieste delle prove circa la colpevolezza degli iracheni da arrestare,
l'intelligence statunitense non produsse alcunché, mandando su tutte le
furie il generale Costantino. Anche a quei tempi un blitz veniva
considerato rischioso per gli equilibri raggiunti nella provincia e alla
Folgore temevano un'azione autonoma a stelle e strisce, con gli
americani abituati - specie in quel periodo - a compiere operazioni di
forte impatto in altre zone d'Iraq. Ci risultano trattative febbrili con
gli inglesi per s
congiurare un raid Usa solitario: "fate pressione sul comando a Baghdad,
spiegategli dei rischi per filo e per segno, altrimenti poi il caos,
qui, dovremo gestircelo noi e voi". Venne perorata la causa con i
vertici della divisione britannica, diretta responsabile della brigata
italiana, e i grandi capi della Coalizione questa volta compresero. La
leggenda vuole che, a poche ore dalla sua vibrata protesta, Costantino
ricevette in visita lo 007 dell'US Air Force che aveva tanto insistito
per compiere il raid: "Sono stato trasferito con effetto immediato al di
fuori del Dhi Qar". Un sorriso e un presente: un accendino di marca.
[.]
Al Bathà, prime luci del 24 agosto del 2006. Preceduti da giorni di
tensione, scoppiano scontri per il controllo della grande moschea al
Said, costruita decenni or sono dai sunniti ma - archiviata l'era Saddam
- entrata nelle mire degli sciiti che, nella provincia, costituiscono
una larga maggioranza.
Una maggioranza, adesso, più che mai penetrata da mille interessi, da
quelli piccoli, spicci, quotidiani e assai pratici delle Bayt, le
famiglie proprie, formate da parenti stretti, a quelli politici delle
Ittihad, le confederazioni potenti quasi come Stati sotto cui stanno
Qabila, Ashira, Aslaf, 'Aila, ovvero tribù, sottotribù, clan e famiglie
allargate.
È agosto, dunque, e i sunniti di Al Bathà sono sempre in allerta, sanno
di essere accerchiati, sanno di poter entrare anche loro nel mirino di
qualcosa che se pulizia etnica non è, di certo, comunque, risponde a una
chiamata alle armi sciita che vede la sua faccia più violenta e
drammatica a Baghdad, ma che - basta un discorso sbagliato, uno sgarro -
può riprodursi in questa città. Al Bathà sorge a nemmeno trenta
chilometri sul fianco ovest di Nassiriya. Nell'estate del 2006 è
l'ideale punto di sfogo di tutte le tensioni del Dhi Qar. La moschea Al
Said è un luogo fortemente simbolico e il JAM, l'Esercito del Mahdi,
decide che vuole impossessarsene, e lo stesso vale per altri dieci
templi sunniti attaccati pressoché contemporaneamente nel sud dellIraq,
nel'le città di Amarra, Bassora, Kerbala, Najaf e Samawa. I miliziani
pretendono di far diventare sciite tutte quelle moschee. Dicono i
sadristi: "sono state costruite dai sunniti con i soldi che Saddam
rubava alle nostre terre, ora ce
le riprendiamo". Il 24 e 25 agosto si spara, per 48 ore filate. Due
persone vengono uccise, e almeno quattro ferite seriamente. Tutti gli
uomini in armi della provincia si mobilitano, perché "non finisce qui,
non così". Le autorità irachene decretano il coprifuoco un po' ovunque,
anche a Nassiriya, quartier generale del JAM nel Dhi Qar, dove i
guerriglieri montano di continuo su camioncini che - in convoglio, mitra
spavaldi al vento - partono verso Al Bathà per sistemare le cose, una
volta per tutte. La situazione, già critica, rischia di precipitare.
Appare del tutto probabile che i miliziani possano incrociare i soldati
italiani, percorrendo le strade che collegano le due città. Sulla
rotabile principale, la Jackson, ci sono addirittura tre check point di
bersaglieri, subito rafforzati. Al Bathà, intanto si arma, è chiaro che
la polizia non riuscirà a tenerla in mano. Non c'entra il suo
addestramento, quelle tre stazioni su venticinque ancora non perfette in
provincia: un giallo, i
nvece di un verde, nei voti degli esaminatori, nelle note
caratteristiche, come si chiamano in gergo.
Gli agenti hanno un livello di preparazione considerato più che
soddisfacente, i Carabinieri hanno dato al Dhi Qar una polizia che mai
si era vista prima: Saddam, che teneva in pugno l'esercito, laggiù come
altrove, non poteva sopportarne una forte in grado di fargli
concorrenza, in un paese in cui, tra l'altro, i contenziosi si risolvono
con accordi privati, un paese dove chi commette omicidio è perseguibile
solo se denunciato e mai d'ufficio. Oltre alle tante lezioni tenute all'Iraqi
Army, i Carabinieri hanno addestrato in tutto - fra gli 8232 di
Nassiriya e i 1234 di Az Zubayr, a Bassora - 9466 reclute dell'Iraqi
Police Service. Sono uscite da classi e caserme passando anche loro
attraverso questionari e prove in 800 punti. Teoricamente sapevano fare
tutto, dalle investigazioni all'antisommossa, sapevano fare
dell'intelligence, sapevano sparare di precisione. La polizia sapeva,
senza dubbio, gestire complicati momenti di guerriglia cittadina, specie
dopo i cinque corsi MOUT, Milit
ary Operations in Urban Territory: tre settimane di studio e pratica per
171 agenti.
Allora la verità è che la polizia irachena, ad Al Bathà, non ce la fa
perché non si tratta più di governare una questione di ordine pubblico,
magari complessa. Si prepara, invece, uno scontro su ampia scala, tant'è
che interviene l'Esercito del generale Saad. I battaglioni della sua 3ª
brigata sono stati appena dichiarati in grado di farcela da soli, con la
storia della FOC, la Full Operational Capability. L'alto ufficiale,
però, è realista, oltre a essere un raffinato conoscitore delle
dinamiche della sua terra. Comprende a fondo le insidie di ciò che si
trova di fronte, la delicatezza della faccenda, l'acerba preparazione
dei suoi, e forse nutre qualche dubbio di tradimento che non si
conoscerà mai. Passata qualche ora, Saad, come gli accordi in piedi gli
consentono, alza la cornetta e chiama il generale De Pascale per dirgli
che a lui serve aiuto. Di nuovo non si può dire di no, in nessun modo.
D'altronde, qualche settimana prima, i meccanismi di coordinamento
avevano retto bene a
una grande esercitazione congiunta in cui si erano simulate l'una via
l'altra decine di crisi; tutte risolte, per carità, ma pure tutte
posticce. A fine agosto, invece, la situazione è drammaticamente vera.
Si va, per forza e per dovere. Al Bathà è ripetutamente sorvolata a
bassa quota da due Mangusta, bestioni dotati di missili filoguidati e di
mitra da 20 millimetri. Una quick reaction force blindocorazzata
italiana con due schieramenti di Dardo è visibilmente pronta a entrare
in azione. La tensione è altissima, ma l'aver mostrato così
muscolarmente l'appoggio alle istituzioni locali sembra avere fermato
l'escalation, mettendo la crisi perlomeno in stallo.
Si guarda anche a Baghdad, nel mentre. Si sa che il premier Nour al
Maliki è sul punto di compiere un atto storico, senza il quale la strada
di casa, per i militari di Antica Babilonia, sarebbe occlusa: deve
dichiarare l'avvio del processo di trasferimento della responsabilità
della sicurezza dagli italiani alle autorità del Dhi Qar. Può stabilire
solo lui se mettere quel timbro malgrado quello che sta succedendo ad Al
Bathà. Lo fa. Non la dà vinta a chi mette in discussione istituzioni
democraticamente elette, a chi vuole sfidarle, a chi vuole trascinarle
sul terreno dello scontro fisico.
Così, il 31 di agosto è l'Announcement Day. A Roma Parisi sottolinea
limportanza 'della decisione di al Maliki e dice: "Si avvia un processo
che metterà capo entro l'autunno al completo rientro del nostro
contingente". Intanto, però, cerano 'ancora centinaia di soldati
impantanati nel braccio di ferro psicologico di Al Bathà. La chiave di
volta la trovano quelli del Sismi, ai quali si era deciso di far
intavolare negoziati paralleli alle manovre militari. Gli agenti segreti
italiani - finanziati senza esitazioni dalla politica, che per l'Iraq
affidò loro fra i 36 e i 38 milioni di euro - da anni battevano il Dhi
Qar, decifrandone ogni codice. Scoprono che a soffiare su Al Bathà era
un interessato sceicco della non proprio vicinissima Suq ash Shuyukh.
Raggiungono un accordo. Lui, in fondo, dice che vuole risarcimenti,
vuole aiuti. Gli si offre una possibilità: un giorno di assoluta calma
in cambio di un primo carico per la sua gente. Al Bathà ripone le armi
in un nonnulla, e fila tutt
o liscio anche più avanti. Le famiglie delle due vittime, come da
tradizione millenaria, vengono risarcite con il denaro che lava via il
sangue. Con il blood money, 2000 dollari a morto, si riduce la battaglia
a uno status altro, a un litigio per futili motivi finito male. Niente
più guerriglia urbana ad Al Bathà. In Iraq si può tirare un sospiro di
sollievo. In Italia, invece, nessuno saprà niente di questa brutta
crisi. [.] "
INDICE
9 - Nota degli autori
11 - Elenco delle abbreviazioni
17 - Prologo
19 - 1. È Babilonia
31 - 2. La doppia faccia del Dhi Qar
41 - 3. Anaya Ruscid, ammazzato per sbaglio
49 - 4. La bomba
69 - 5. Le battaglie dei ponti
101 - 6. L'ambulanza
111 - 7. I seggi di Nassiriya
131 - 8. Caccia al tesoro della terra di Abramo
137 - 9. Il tenente e la bambina
147 - 10. Bersaglieri, terzo turno a Nassiriya
151 - 11. Dalle armate Brancaleone alle nuove forze di sicurezza
irachene
159 - 12. La potente arma del messaggio
165 - 13. Li volevano bruciare vivi
175 - 14. Suq ash Shuyukh la ribelle
181 - 15. L'Iraqi Army prende corpo
187 - 16. Razzi, bombe e raid mai detti
199 - 17. Tampa Shield e l'Operazione Itaca
207 - 18. Che cosa lasciamo agli iracheni?
221 - 19. La bandiera al presidente
223 - Interviste ad Arturo Parisi e ad Antonio Martino
245 - Cronologia
PER APPROFONDIMENTI O PER ACQUISTARLO:
http://www.archimagazine.com/bookshop/lnnassiriya.htm |