Trentasei milioni di persone sparse in tutto il mondo.
La storia degli zingari in Europa è la storia della loro
persecuzione.
Sporchi, ladri e barboni.
Nel cuore della Chiesa.
L'opera dei frati Cappuccini in Albania: intervista a Fra' Angelo
e Fra' Sergio
L'amore e il perdono.
A Lourdes in pellegrinaggio, come ogni anno, da cinquantadue
anni.
Il primo testo della Chiesa, nella sua dimensione universale,
dedicato al popolo zingaro.
La Chiesa zingara tra gli zingari.
Primo Incontro Mondiale di Sacerdoti, Diaconi e Religiosi/e
zingari.
Intervista a don Renato Rosso, missionario "fidei donum" tra i
nomadi del mondo.
Trentasei milioni di persone sparse in tutto il mondo
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Trentasei milioni di persone
sparse in tutto il mondo, soprattutto in India (18 milioni): sono
questi i numeri stimati relativi alla popolazione zingara, che
rappresenta un gruppo etnico specifico. Solo in Europa, sono tra i 9
e i 12 milioni, concentrati soprattutto nella zona orientale. Nella
loro lingua rom (o rrom, plurale roma o rroma) significa "persona",
"essere umano". E' uno dei tanti paradossi della storia di questa
minoranza, perseguitata.
Grazie a studi linguistici e antropologici, si è venuti a
conoscenza del fatto che il gruppo etnico chiamato "zingari" ha
iniziato la sua peregrinazione quasi mille anni fa dalla Provincia
di Sind, nel Nord-Ovest dell'India, migrati probabilmente molti
secoli prima dalle zone centrali del subcontinente. Si è quasi certi
appartenessero ad una casta molto bassa di nomadi, che si
procuravano da vivere mendicando o esercitando mestieri di
musicisti, giocolieri, saltimbanchi, ammaestratori di animali.
Connessa alla loro bassa condizione sociale doveva essere anche la
loro dedizione alla lavorazione dei metalli, attività che nella
mentalità antica era legata a poteri infernali, quindi maledetta e
rifiutata da tutti.
Intorno all'anno mille alcuni gruppi lasciarono l'India, forse
per l'espansione dell'Islam o forse per altre ragioni ora
sconosciute. Dopo un lungo soggiorno in territorio persiano
passarono nell'Armenia e poi nell'Impero Bizantino, dove furono
chiamati atsingani, probabilmente perché, avendo la fama di
stregoni, vennero associati ad una setta eretica che praticava la
magia, conosciuta a Bisanzio con questo nome. Si stabilirono in
Medio Oriente, nella Russia meridionale e nella penisola balcanica.
La storia degli zingari in Europa è la storia della loro
persecuzione
Sin dalla loro prima comparsa in Europa occidentale, nella
seconda metà del XVI secolo, suscitarono grande curiosità. Erano
chiamati bohémiens, egiziani, pagani, tartari, negri. Il nome più
diffuso deriva probabilmente dal greco Athiganoi (nome di una sètta
praticante la magia), da cui il nome tsiganes, zigeuner, gitani,
cyganie. Nella mentalità medievale il nomadismo era associato a una
dannazione, una maledizione gravante sulla stirpe che lo praticava.
A quel tempo viaggiare era un'esperienza piena di rischi e pericoli
affrontata solo da chi aveva buoni motivi per farlo: pellegrini,
soldati, mercanti. Altre persone che si spostavano spesso erano gli
"emarginati", persone che andavano di paese in paese per chiedere
l'elemosina, ladri, disonesti, tutte persone evitate dalla maggior
parte della gente, che considerava l'allontanarsi dalla propria zona
un po' come affrontare l'ignoto. I nomadi, dal canto loro, cercavano
di giustificare il loro nomadismo facendosi passare per penitenti o
pellegrini, consapevoli del fatto che queste categorie di
viaggiatori godevano di particolari privilegi e agevolazioni. Verso
la fine del XV secolo la società dei gagè cerca in tutti i modi di
liberarsi della fastidiosa presenza di questi "stranieri", anche
attraverso la loro eliminazione fisica: una vera e propria
persecuzione con editti e bandi di espulsione innumerevoli in tutti
i paesi europei. La storia degli zingari in Europa è la storia della
loro persecuzione.
E' del 1471 il primo (conosciuto) decreto di "espulsione", quello
dell'assemblea di Lucerna, che intimava loro di lasciare il
territorio della Confederazione svizzera. Un esempio seguito dopo
poco dalla Spagna, dal Sacro Romano Impero, dai Paesi Bassi,
dall'Inghilterra, da Napoli, Firenze, Venezia e molti altri,
compreso lo Stato pontificio. Alle espulsioni si accompagnarono le
cacce all'uomo, le deportazioni (come quella degli zingari
portoghesi in Brasile, Capoverde e Angola), le leggi ad hoc,
l'inasprimento delle pene, fino alla comminazione della pena di
morte, nei territori tedeschi, a quegli zingari, espulsi e marchiati
a fuoco, che fossero tornati sui loro passi. In Francia furono quasi
sterminati, in Spagna furono costretti a nascondersi in grotte
dietro ad un decreto di espulsione. La Dieta di Augsburg decretò che
"Chi uccide uno zingaro non commette reato" e il principe di Magonza
si vantò di aver sterminato tutti gli zingari della regione,
uccidendo i maschi, facendo frustare e bollare a fuoco le donne e i
bambini. Nei casi migliori si emettevano decreti che ordinavano di
abbandonare il territorio, pena la prigione per gli uomini, la
fustigazione per le donne. Molti furono deportati in America come
schiavi. Nel 1725 - per fare un solo esempio delle tante sentenze di
morte decretate contro di loro - Federico Guglielmo I di Prussia
ordinò che gli zingari al di sopra dei diciotto anni, uomini e
donne, fossero impiccati senza bisogno di processo,
indipendentemente dalla loro condotta di vita.
Il "popolo maledetto" - così come veniva inteso - fu oggetto,
nella seconda metà dell'Ottocento delle nuove teorie razziali e poi
criminologiche. Secondo lo studioso positivista francese Bendict A.
Morel, che ne scrisse nel 1857, gli zingari erano esempio, , di una
"degenerazione" ereditaria, frutto di una "influenza morbosa sia di
ordine fisico sia di ordine morale". Cesare Lombroso, nel 1878,
scrisse che "gli zingari sono prevalentemente dolicocefali, hanno
cioè il cranio allungato come quello delle scimmie, e sono quindi
delinquenti antropologici, cioè non delinquono per atto libero e
cosciente, ma perché hanno tendenze malvagie che ripetono la loro
origine".
Col tempo - e grazie a queste teorie - gli zingari divennero un
gruppo razziale inferiore e pericoloso. Questo il contesto che
favorì il progetto di sterminio nei loro confronti del XIX secolo ad
opera dei nazisti: gli zingari furono perseguitati, imprigionati,
seviziati, sterilizzati, utilizzati per esperimenti medici, gasati
nelle camere a gas dei campi di sterminio, perché zingari e, secondo
l'ideologia nazista, " razza inferiore" , indegna di esistere. Gli
zingari erano geneticamente ladri, truffatori, nomadi: la causa
della loro pericolosità era nel loro sangue, che precede sempre i
comportamenti. (Giovanna Boursier, in Zigeuner, lo sterminio
dimenticato, Sinnos editrice). Allo sterminio, si aggiunse
l'umiliazione del silenzio che ne è seguito (a Norimberga non venne
data voce agli zingari) e dal mancato riconoscimento del diritto ai
danni di guerra.
Sporchi, ladri e barboni
All'interno del popolo zingaro si distinguono vari gruppi: Rom,
Sinti, Manouches, Kale, con ulteriori suddivisioni, secondo la razza
d'origine e i mestieri propri a ogni gruppo. Oggi le divisioni si
sono accentuate in seguito alla chiusura per loro delle frontiere,
che impediscono i contatti che essi potevano intrattenere nei secoli
scorsi. La lingua parlata attualmente dagli zingari europei, il
Romanes o Romané, è ancora basata sulla struttura originaria
indiana. Il Romané è frazionato in tanti dialetti, con una base
comune che permette a molti di loro di capirsi senza eccessive
difficoltà.
La diversità di vita, di cultura, di costumi e di occupazioni
degli zingari, che da sempre è stata percepita con una connotazione
negativa, rende oggi la loro sopravvivenza minacciata da diversi
elementi: la rapida trasformazione della società moderna, che rende
inutili le loro attività tradizionali, una strisciante
discriminazione nei loro confronti, che in alcuni casi sfoca in vere
e proprie forme di razzismo, le condizioni precarie del loro habitat
e il basso livello di istruzione.
La comunità internazionale ha riconosciuto il popolo zingaro come
una minoranza, con diritti e doveri particolari, con una propria
cultura da tutelare e un ruolo socio-politico. Le associazioni
zingare sono sempre più numerose e politicamente presenti; fra
queste svolge un ruolo prioritario la "Unione Romanì
Internazionale", riconosciuta dalle Nazioni Unite nel 1979 come
organismo non governativo con potere consultivo presso il Consiglio
economico e sociale (ECOSOC).
Il nomadismo è un diritto riconosciuto dalla Dichiarazione
Universale dei Diritti dell'Uomo. E' previsto da molte Costituzioni
europee ed il Consiglio d'Europa afferma che deve essere facilitato
l'insediamento in abitazioni appropriate per i nomadi che lo
desiderano. Eppure, ancora, oggi, all'inizio del terzo millennio, la
parola zingaro suscita sentimenti di disagio, perché è sinonimo di
sporco, ladro, barbone. Bisogna ammettere che questa tendenza
razzista che c'è nell'europeo, è motivata solo dalla profonda
ignoranza che si ha nei confronti di una popolazione così antica,
che merita solo rispetto. Ancora nel secolo in corso, avviene, ad
esempio, che nonostante il rapporto dell'inizio del 2007
dell'omnbudsman (difensore civico) Otakar Motel, il governo ceco non
dà ancora alcuna risposta rispetto alla sterilizzazione forzata
documentata che subiscono le donne rom. Come dice l'"Associated
Press", sono dozzine i casi di sterilizzazioni forzate "senza che vi
fosse stato consenso formale ed esplicito". Sempre secondo
l'"Associated Press" non c'è volontà di rifondere le vittime, gli
ospedali cechi rifiutano di riconoscere questa pratica come
illegale. Gli avvocati delle vittime dicono che le vera ragione è il
razzismo.
Così come dovrebbe avvenire per l'intero mondo degli immigrati -
e considerando la peculiarietà del mondo dei nomadi - l'intera
Europa, consapevole anche che queste persone non tolgono lavoro ai
residenti, ma possono svolgere lavori per i quali c'è una forte
domanda che nessuno vuole più fare, dovrebbe integrare e accogliere.
E' questo l'unico modo per rispettare le persone nella loro
individualità, per considerare i loro diritti e i loro bisogni.
Quest'obiettivo può essere raggiunto se chi accoglie è forte della
sua identità.
Nei secoli passati, sono stati fatti richiami significativi alla
cultura zingara nelle opere d'arte. Pensiamo all'opera lirica. Nel
Trovatore, tutto il secondo atto si svolge nell'accampamento degli
zingari. Nella Carmen di Bizet, il personaggio principale, Carmen,
fa la danzatrice, la zingara, sulle note della famosissima "Chanson
Boheme". La grande tradizione gitana si è intersecata con la cultura
europea, che ha riconosciuto gli zingari come popolo di grande
cultura. Occorre, oggi, conoscere i nomadi nella loro realtà
antropologica, apprezzarli e studiarli, perché sono parte
dell'Europa, costruttori dei nostri tempi, e dovrebbero essere
vissuti come presenza reale e non come problema, ingombro di strade
e luoghi. Occorre studiare nella loro lingua così antica e mai
codificata, le loro arti arricchite dagli individui che
soggettivamente ci hanno tramandato le loro poesie, il loro canto,
il loro ballo, custodi ultimi di tradizioni antichissime.
Nel cuore della Chiesa
E' il 26 settembre 1965. Siamo a Pomezia, in Italia. Nomadi,
gitani, zingari, di diverse etnie, provenienti da ogni parte
d'Europa, si radunano per la prima volta nell'ascolto delle parole
del Papa. Ai "pellegrini perpetui, esuli volontari, profughi sempre
in cammino, viandanti senza riposo", "senza casa propria, senza
dimora fissa, senza patria amica, senza società pubblica", Paolo VI,
nella Sua omelia, rivolge e destina queste parole: "Voi siete nel
cuore della Chiesa, perché siete soli: nessuno è solo nella Chiesa;
siete nel cuore della Chiesa, perché siete poveri e bisognosi di
assistenza, di istruzione, di aiuto; la Chiesa ama i poveri, i
sofferenti, i piccoli, i diseredati, gli abbandonati. E' qui, nella
Chiesa, che voi vi accorgete d'essere non solo soci, colleghi,
amici, ma fratelli; e non solo fra voi e con noi, che oggi come
fratelli vi accogliamo, ma, per un certo verso, quello cristiano,
fratelli con tutti gli uomini; ed è qui, nella Chiesa, che vi
sentite chiamare famiglia di Dio, che conferisce ai suoi membri una
dignità senza confronti, e che tutti li abilita ad essere uomini nel
senso più alto e più pieno; ed essere saggi, virtuosi, onesti e
buoni; cristiani in una parola. Vorremmo che il risultato di questo
eccezionale incontro fosse quello di farvi pensare alla santa
Chiesa, alla quale voi appartenete; di farvela meglio conoscere,
meglio apprezzare, meglio amare; e vorremmo che il risultato fosse
insieme quello di svegliare in voi la coscienza di ciò che voi
siete. (...) Noi pensiamo che dovrebbero migliorarsi i vostri
rapporti con la società che attraversate e toccate con le vostre
carovane: come voi gradite trovare ristoro e ospitalità gentile dove
vi accampate, così voi dovrete procurare di lasciare ad ogni tappa
un ricordo buono e simpatico: che la vostra strada sia disseminata
da esempi di bontà, di onestà, di rispetto".
A conclusione dell'Omelia, Paolo VI chiede ai "pellegrini
perpetui" che Gli sono davanti una promessa: "di accettare
l'assistenza premurosa e disinteressata dei bravi Sacerdoti e delle
brave persone, che qua vi hanno condotti e che ancora vogliono
guidarvi sulle vie del bene e della fede, quasi scortando appunto
come padri e fratelli, i vostri interminabili itinerari. Fidatevi!
Non abbiamo nulla da chiedervi, se non che voi accettiate la materna
amicizia della Chiesa. Potremo fare qualche cosa per voi, per i
vostri figli, per i vostri malati, per le vostre famiglie, per le
vostre anime, se accorderete alla Chiesa e a chi la rappresenta la
vostra fiducia".
E' il primo, storico incontro internazionale
della Chiesa con il mondo zingaro, a cui fa seguito la creazione del
Segretariato Nazionale di Apostolato Zingaro.
Nel 1998, Giovanni Paolo II creò il Pontificio Consiglio per la
Pastorale dei Migranti e gli Itineranti, affidandogli subito,
attraverso la costituzione apostolica "Pastor Bonus", il compito di
impegnarsi "perché nelle Chiese locali sia offerta un'efficace ed
appropriata assistenza spirituale, se necessario anche mediante
opportune strutture pastorali, sia ai profughi ed agli esuli, sia ai
migranti, ai nomadi e alla gente del circo". Giovanni Paolo II il 9
novembre 1989 afferma: "Nonostante il chiaro insegnamento del
Vangelo... accade spesso, che gli Zingari si vedano rifiutati, o
guardati con disprezzo. Il mondo, che è in gran parte segnato
dall'avidità del profitto e dal disprezzo dei più deboli, deve
cambiare atteggiamento e accogliere i nostri fratelli nomadi non più
con la semplice tolleranza, ma con uno spirito fraterno".
L'opera dei frati Cappuccini in Albania: intervista a Fra' Angelo
e a Fra' Sergio
"Sono talmente poveri che quando vado da loro non possono
offrirmi neanche una sedia per sedermi", ci racconta Fra' Angelo,
frate cappuccino missionario in Albania, nella Diocesi di Sape, che
da quattro anni segue una numerosa comunità zingara che si trova a
Scutari. Fra' Angelo si occupa soprattutto della scolarizzazione dei
bambini. "Tempo fa, la loro maestra mi diceva che alcuni di loro non
conoscono neanche i propri genitori. La scolarizzazione, che è
comunque molto difficile, serve soprattutto per tentare di insegnare
a questi bambini almeno di leggere e scrivere". Adulti e bambini
vivono in condizioni di estrema povertà. "Sono emarginati dalla
stessa società albanese - racconta Fra' Angelo - che non è in buoni
rapporti con loro. Il loro villaggio non dispone di acqua potabile.
Prelevano l'acqua dal fiume, con tutto quello che questo significa.
Quest'anno, nel periodo invernale, sono rimasti senza corrente
elettrica per due mesi. Svolgono umili lavori, di pulizia o di
muratura e manovalanza."
I Frati Cappuccini sono presenti in Albania dal 1993. Sono
impegnati anzitutto nella cura pastorale delle comunità cristiane
assommando in quattro sacerdoti e due conventi una quindicina di
villaggi e zone pastorali con relative comunità a loro affidate.
Nel loro impegno missionario vi è primariamente quello
dell'evangelizzazione della gente che vive nei villaggi che si
trovano nell'entroterra, sulle pendici delle montagne che
caratterizzano la zona confinante con il Kosovo. Accanto all'opera
evangelizzatrice compiono ingenti opere sociali a favore di
popolazioni poco abbienti fra cui un villaggio di etnia Magjyp,
viventi tuttora ai margini della società albanese perché conservano
le loro origini Rom anche se sedentari fin dalla dominazione turca.
A questi i frati offrono quotidianamente sia i beni di prima
necessità con l'adeguata pedagogia sia l'istruzione primaria
sostenendo e guidando una scuola elementare per i bambini Magjyp.
Hanno di recente costruito un pozzo per il normale consumo di acqua
nelle loro case, hanno arginato la continua scoscesa del monte sulla
strada dove si abbarbicano le loro modestissime abitazioni,
provvedono con corsi temporanei a migliorare la loro conoscenza
tecnica e lavorativa e questo grazie all'opera di volontari operanti
in Italia e che hanno fatto esperienza in Albania.
A Fra' Sergio Laforgia, da quindici anni in Albania e
responsabile della presenza dei Frati Cappuccini nel territorio
della Diocesi di Sape, chiediamo:
E' difficile operare in Albania?
Non è certamente semplice.
Questo paese ha vissuto per decenni il comunismo, uno dei più duri
che la storia ricordi. Molti degli albanesi sono stati distrutti da
dentro con il comunismo, che ha fatto propaganda contro la Chiesa e
contro i Sacerdoti. Si salvano coloro che hanno mantenuto la loro
fede attraverso l'opera dei loro genitori.
C'è molta povertà?
Tra le montagne, nelle zona dei
villaggi, dove opero, c'è molta povertà, ma la gente è generosa ed
accogliente, non hanno bisogno di sentirselo dire: si tolgono il
cibo dalla bocca per darlo a chi viene a trovarli. Così come sono
generosi i credenti nostri, gli italiani che ci inviano i loro
aiuti, sia per queste comunità, compresa quella degli zingari, sia
per la nostra opera. Noi aiutiamo a fare scuola: dall'asilo fino
alla quarta elementare.
In Italia, in genere in Europa, è diffuso un clima di
insopportabilità rispetto al migrante che cerca lavoro. Spesso, e da
molti, sono considerati delinquenti. Che ne pensa?
Penso che c'è
tanta gente che viene in Europa, in particolare in Italia, in cerca
di lavoro, costretta dalla povertà. Coloro che si comportano male,
si comporterebbero nello stesso modo nel loro paese. Sarebbero
disadattate anche in Albania. I ‘briganti' ci sono dappertutto.
Lei è da molto tempo in Albania. Quali segni la colpiscono di più
rispetto all'inizio della Sua attività?
Quello che più mi
impressiona è il fatto che questo paese sta importando i modelli
sociali e di comportamento europei. Nelle città, per esempio, si
consuma molta droga, è molto diffusa. C'è violenza ed il modello
mafioso viene emulato.
Com'è nata la Sua scelta di diventare missionario?
Era un
periodo in cui cercavo un qualcosa di più. Mi sono rivolto al
Signore, dicendoGli che avrei fatto la Sua volontà e mi sarei
affidato alla decisione dei miei superiori. Mi proposero di recarmi
in Albania. Dissi subito di sì, senza sapere come fosse questo paese
e come fossero i suoi abitanti; nella comunità dove vivevo, in
Puglia, nei primi anni novanta ne avevamo accolti trenta e non era
stata un'esperienza positiva. Ora, qui mi sento come fossi a casa
mia. Questa è anche la mia terra.
Che cosa significa per Lei evangelizzare?
Non bisogna forzare
l'evangelizzazione; deve nascere dal contatto diretto immediato,
senza forzare i confini delle singole persone. Evangelizzare
significa innanzitutto testimoniare. All'inizio, ho avuto difficoltà
per la lingua e mi sono posto una domanda: qual è il linguaggio più
immediato? Il linguaggio da usare è l'amore. E' il linguaggio più
bello, quello che viene accolto dai bambini. I bambini lo
riconoscono e mi salutano con le loro mani festanti quando mi vedono
e questo accade dall'inizio della mia permanenza qui.
L'amore e il perdono
"People on the Move", nel numero 84 del dicembre 2000, riporta
l'intervento di S.E. Mons. Stephen Fumio Hamao, allora Presidente
del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e gli
Itineranti, in occasione della presentazione del libro "La Chiesa
Cattolica e gli Zingari". "Con un gesto storico di riparazione, atto
altamente evangelico di coraggio e di umiltà - disse il Cardinale
Hamao - il 12 marzo 2000 il Santo Padre Giovanni Paolo II ha chiesto
solennemente perdono per le colpe commesse dalla Chiesa e dai suoi
figli nel passato, colpe le cui ombre continuano a proiettarsi anche
nel presente. La Chiesa, pur santa nel suo mistero di Corpo di
Cristo, vive ed è vissuta tuttavia immersa nella realtà terrena
spesso difficile e contrastata. Da qui le colpe di complicità con i
poteri più forti, di omissione nella difesa dei più deboli, di
offesa alla legge fondamentale della carità. Fra le varie forme di
infedeltà al Vangelo commesse da quanti hanno portato e portano il
nome di cristiani non mancano quelle compiute nei confronti degli
Zingari".
"In questo passato oscuro - proseguì il Cardinale Hamao -
brillano però figure di figli della Chiesa, che si sono prodigati
sia in difesa degli Zingari sia per la loro evangelizzazione. Sono i
semi da cui è scaturita la svolta epocale decisa dalla Chiesa nel
Concilio Vaticano II, sviluppata poi dal magistero dei Sommi
Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II e rafforzata dall'esempio dei
loro atti e gesti fortemente simbolici. Si è aperta così la via per
una nuova evangelizzazione, che implica un cambiamento di mentalità
delle comunità cristiane, un superamento di antichi pregiudizi e
stereotipi, nonché il riconoscimento e la valorizzazione della
diversità culturale degli Zingari per giungere ad una autentica
riconciliazione".
A Lourdes in Pellegrinaggio, come ogni anno, da cinquantadue
anni
Dal 19 al 25 gennaio 2008, si è svolta a Lourdes la
cinquantaduesima edizione - a iniziare, nel 1957, fu Don Bruno
Nicolini, fondatore dell'Opera Nomadi - del pellegrinaggio di
zingari e gitani provenienti da tutt'Europa. Il pellegrinaggio - che
precede il viaggio del Papa in Francia, previsto dal 12 al 15
settembre 2008 - rientra in una delle dodici "missioni per i nostri
tempi" che caratterizzano l'anno che celebra i 150 dalle apparizioni
della Madonna di Lourdes: si tratta della "Chiesa in missione presso
gli emarginati.
Il pellegrinaggio dei nomadi vuole essere momento di accoglienza,
d'incontro e di conoscenza con queste persone che solitamente vivono
l'esperienza dell'esclusione da parte della società. Del resto, la
dimensione del pellegrinaggio è un'espressione della religiosità e
della fede degli Zingari. Da sempre essi sono stati presenti in
mezzo alle folle dei pellegrini in cammino verso i santuari di tutto
il mondo. "I pellegrini - si legge nel comunicato di presentazione
dell'iniziativa, organizzata da Cité Saint Pierre e dalla Caritas
Internazionale - non dimentichino, nella preghiera, nella vita e nel
comportamento di tutti i giorni, quanti sono lontani dai nostri
standard. Del resto anche Bernadette è in qualche modo esclusa dai
normali standard della società del suo tempo; la bambina ha sofferto
per la malattia, la miseria, la mancanza di istruzione, la
privazione dell'Eucaristia, la pessima reputazione dei suoi.
Nonostante questo ha potuto affidarsi alla fede e alla solidarietà,
sia della famiglia che delle persone vicine. Oggi l'evoluzione della
società produce un numero sempre crescente di persone senza
famiglia, senza lavoro e senza casa, alimentando il dramma
dell'emarginazione. La lotta contro la miseria e l'esclusione
riguarda tutti gli strati della società, ma anche il cuore della
fede cristiana".
Il primo testo della Chiesa nella sua dimensione universale
dedicato al popolo zingaro
Pubblicato dal Pontificio Consiglio per i Migranti e gli
Itineranti l'8 dicembre 2005 - con il beneplacito di Giovanni Paolo
II - il testo "Orientamenti per una pastorale per gli zingari" è
stato il primo della Chiesa nella sua dimensione universale dedicato
al popolo zingaro.
Il documento fu preceduto, in particolare, da un evento che si
svolse a Budapest nel 2003, il V Congresso Mondiale della Pastorale
dei Migranti e degli Itineranti, organizzato dal Pontificio
Consiglio per i Migranti e gli Itineranti in collaborazione con la
Conferenza Episcopale Ungherese, intitolato "Chiesa e Zingari: per
una spiritualità di comunione".
L'allora Presidente del Pontificio Consiglio, l'Arcivescovo
Stephen Fumio Hamao, ricordò, tra l'altro: "All'inizio la pastorale
degli Zingari riguardava soltanto l'Europa occidentale; più tardi si
estese a quella centrale e orientale. Oggi a questo Congresso
mondiale sono presenti diversi delegati giunti dall'india, dal
Bangladesh, dal Brasile e dal Messico. Si tratta di una cosa nuova e
certamente felice".
L'Arcivescovo Fumio Hamao aggiunse che
l'ispirazione del Congresso venne dalla Lettera Apostolica "Novo
Millennio ineunte" di Giovanni Paolo II, il quale tra l'altro invita
"a promuovere - sostenne - una spiritualità di comunione che
significa capacità di ‘sentire il fratello... come uno che mi
appartiene'. La spiritualità della comunione è anche saper ‘far
spazio al fratello' portando ‘i pesi gli uni degli altri'... ‘e
respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano
e generano competizione,... diffidenze, gelosie'. La presenza degli
Zingari nelle nostre città ‘è un appello incessante a vivere la
carità e la comunione cristiana, superando ogni indifferenza'".
L'Arcivescovo Fumio Hamao elencò alcune delle ragioni che
compromettono la stessa esistenza degli zingari: "la rapida
trasformazione della società moderna che rende le loro attività
tradizionali non più utili; la discriminazione serpeggiante nei loro
confronti, le condizioni precarie dei loro habitat e il basso
livello di educazione".
Al Congresso intervenne anche il Vescovo indiano di Khandwa,
Monsignor Leo Cornelio: "Possiamo dire - affermò tra l'altro il
Presule - che la stessa identità degli zingari è profondamente
segnata dall'esperienza del rifiuto. Gli zingari si vedono esclusi
dalla comunione e dalla comunità dei gadje. La forma più dolorosa di
questa esclusione nasce dal vedersi considerati dei criminali,
antisociali e pericolosi, dall'essere sottoposti di conseguenza ad
una continua vigilanza ed al controllo da parte delle autorità, e
dal vedersi infine segregati dalla società maggioritaria". Il
Vescovo Cornelio sottolineò che gli zingari devono essere aiutati ad
"integrarsi" nella società, e non essere "assimilati". Integrazione
significa offrire loro l'opportunità di partecipare alla vita
socio-economica su un piano di uguaglianza, senza fargli però
perdere la propria identità distintiva. "Con troppa frequenza -
disse Mons. Cornelio - le iniziative prese dai governi o da altre
organizzazioni per aiutare questo popolo, hanno preteso di
assimilarli alla società maggioritaria. Assimilazione significa
inclusione sociale a spese dell'identità distintiva del gruppo.
L'assimilazione delle minoranze, generalmente etniche, esige, in
generale , il sacrificio della loro differenza etnoculturale per
ricevere opportunità di partecipazione. Raramente l'assimilazione ha
successo. La pastorale della Chiesa deve perciò mirare non solo a
scuotere l'opinione pubblica e fare pressione sul gruppo dominante,
ma deve persuadere sempre l'uno e l'altro alla conversione del
cuore, proclamando l'amore di Dio per tutti gli uomini".
In quell'occasione, l'Arcivescovo Mons. Agostino Marchetto,
Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e
gli Itineranti, sottolineò quanto la missione della Chiesa nei
confronti degli zingari sia importante ed irrinunciabile in questo
senso. Dopo aver ribadito la pesante condizione in cui vivono gli
zingari, "perseguitati, esiliati, non accolti e discriminati", ha
mostrato l'anima zingara forgiata da una certezza: anche se si
sentono abbandonati dagli uomini sanno di non essere abbandonati da
Dio. "La fiducia nella Provvidenza - spiegò l'Arcivescovo Marchetto
- è diventata così una realtà impressa nel codice genetico della
cultura zingara. Come porzione prediletta del popolo pellegrinate di
Dio, essi meritano un atteggiamento pastorale speciale ed un grande
apprezzamento dei loro valori. Ma più ancora la pastorale della
Chiesa è un'esigenza interna della cattolicità della Chiesa e della
sua missione. Con Cristo, infatti, da cui essa procede scompare ogni
discriminazione e nella Chiesa «ogni persona deve trovare la sua
giusta accoglienza. Compito dunque della Chiesa particolare, è
quello di valorizzare ogni esperienza umana. In questa prospettiva
suo compito è "custodire l'unità e l'identità zingara, e l'unità fra
questa esperienza e quella ecclesiale autoctona, integrando nel
proprio tessuto originale l'identità religiosa degli zingari".
Nella presentazione di "Orientamenti per una pastorale per gli
zingari", si legge che con la Costituzione Apostolica Pastor
Bonus, del 1998, Giovanni Paolo II affidò al Pontificio
Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti il compito
di "impegnarsi perché nelle Chiese locali sia offerta un'efficace ed
appropriata assistenza spirituale, se necessario mediante opportune
strutture pastorali, sia ai profughi ed agli esuli, sia ai migranti,
ai Nomadi e alla gente del circo". "La Chiesa, pertanto, ritiene che
gli Zingari abbiano bisogno di una pastorale specifica, diretta alla
loro evangelizzazione e promozione umana (...). Sebbene si riferisca
agli Zingari (Rom, Sinti, Manouches, Kalé, Gitani, Yéniches, ecc.),
il Documento è ugualmente valido, mutatis mutandis, anche per altri
gruppi di nomadi, che condividono condizioni simili di vita. Ad ogni
modo, il nomadismo non è l'unica caratteristica degli Zingari, anche
perché molti di loro sono ora sedentarizzati, in maniera permanente
o semi-permanente. Per loro è da considerarsi, in effetti, la
diversità etnica, la cultura e le antiche tradizioni. Perciò i
Pastori delle Chiese locali delle Nazioni in cui gli Zingari vivono
potranno trovare ispirazione pastorale in questi
Orientamenti, ma dovranno adattarli alle circostanze, alle
necessità ed esigenze di ciascun gruppo. Desideriamo d'altra parte
ricordare subito che molti sono i segni di evoluzione positiva nel
modo tradizionale di vivere e pensare degli Zingari, come il
crescente desiderio di istruirsi e ottenere una formazione
professionale, la maggiore consapevolezza sociale e politica, che si
esprime nella formazione di associazioni e anche di partiti
politici, la partecipazione nelle amministrazioni locali e nazionali
in alcuni Paesi, l'accresciuta presenza della donna nella vita
sociale e civile, l'aumentato numero di vocazioni al diaconato
permanente, al presbiterato e alla vita religiosa, ecc. In questa
prospettiva, è consolante tener presente il contribuito, nei passati
decenni, della promozione sociale e della pastorale specifica
intrapresa dalla Chiesa Cattolica, in particolare grazie agli
stimoli di Paolo VI e Giovanni Paolo II.
Fu certo, poi, con orgoglio collettivo che, il 4 maggio 1997, gli
Zingari assistettero alla beatificazione del martire spagnolo
Zeffirino Giménez Malla, primo Zingaro nella storia della Chiesa ad
essere elevato agli onori degli altari". Nato nella provincia di
Llerida in Catalogna nel 1861, Zeffirino Jemenéz Malla, è vissuto
commerciando cavalli e muli. Dopo aver girovagato per fiere e
mercati per quarant'anni, si stabilisce a Barbastro, una cittadina
ai piedi dei Pirenei. Qui inizia la sua conversione religiosa:
chiede il matrimonio religioso, partecipa alla vita della
parrocchia, diventa terziario francescano, aiuta i poveri che
bussano alla sua porta. Viene catturato nel 1936, in piena guerra
civile, per aver difeso un giovane sacerdote dall'arresto. Solo a
Barbastro, nei giorni del furore comunista, furono uccisi 115 tra
sacerdoti e religiosi, oltre a diverse centinaia di laici. Zeffirino
fu fucilato nella notte del 9 agosto nel cimitero di Barbastro.
La Chiesa "zingara tra gli zingari"
Promosso dal Pontificio Consiglio per i Migranti e gli
Itineranti, il 19 gennaio 2007 si svolse a Roma l'incontro dei
direttori nazionali di pastorale degli zingari di Germania, Austria,
Belgio, Croazia, Slovacchia, Spagna, Ungheria, Francia, Irlanda,
Italia, Portogallo, Romania, Serbia, Svizzera, Ucraina, Stati Uniti,
Cile, Bangladesh, Filippine, India e Indonesia. "Portare la Buona
Novella agli zingari e aiutarli a riconoscere in Gesù Cristo il
Salvatore che redime lo spirito e guarisce il corpo rappresenta il
nucleo dell'assistenza pastorale che si dà loro", spiegò in apertura
dell'incontro il presidente del Pontificio Consiglio, il Cardinale
Renato Martino, che sottolineò anche l'importanza di riconoscere i
valori della cultura zingara e di preservare e rispettare la sua
identità. "Per la Chiesa - affermò il Cardinale - è essenziale
rispondere alle aspettative degli zingari nella loro ricerca di Dio,
orientando i loro passi secondo gli insegnamenti di Cristo".
Il documento finale della riunione, dichiarò che "la Chiesa non
deve soltanto accogliere", ma deve "assumere il rischio di andare
verso l'altro, soprattutto verso chi è diverso, chi viene respinto,
chi non è gradito. Deve ritrovare la sua validità e priorità, il
processo d'inculturazione nell'opera di evangelizzazione degli
zingari; inculturazione intesa come l'incarnazione del Vangelo nelle
culture e insieme la loro introduzione nella vita della Chiesa.
Essenziale, al riguardo, risulta l'affermazione che, sulla scia
della vera cattolicità, la Chiesa deve diventare, in un certo senso,
essa stessa zingara fra gli Zingari, affinché questi possano
partecipare pienamente alla vita ecclesiale".
Nella conclusione, il documento sottolineò che "nell'attività
pastorale a favore degli Zingari, aiuto umanitario e verità del
Vangelo" devono camminare insieme, "ed è necessario che gli elementi
di giustizia, fratellanza e uguaglianza gli siano propri". I
responsabili della pastorale definirono "estremamente importante",
nella trasmissione del Vangelo, "considerare i valori e la ricchezza
della cultura zingara, conoscerne la lingua, apprezzarne tradizioni
e usanze", perché "la condivisione della vita zingara apporta un
arricchimento reciproco", avvertendo: "un rispetto esagerato della
tradizione zingara può dare adito all'isolamento o al rifiuto". Per
questo il primo passo del dialogo deve consistere nell'"accettare di
essere diversi. Solo l'integrazione, intesa come inserimento
armonioso nella piena accettazione della diversità, conduce verso
l'auspicata unità".
Il Primo Incontro Mondiale di Sacerdoti, Diaconi e Religiosi/e
zingari
Dal 22 al 25 settembre 2007, si svolse a Roma il Primo Incontro
Mondiale di Sacerdoti, Diaconi e Religiosi/e Zingari, promosso dal
Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli
Itineranti. Il tema della riunione, "Con Cristo al servizio del
Popolo Zingaro", si ispirava agli Orientamenti per una Pastorale
degli Zingari. All'evento parteciparono una quarantina di persone,
tra le quali trentatre Zingari consacrati, provenienti da nove Paesi
europei (Francia, Italia, Lituania, Repubblica Ceca, Slovacchia,
Romania, Spagna, Ucraina e Ungheria) e dal Brasile.
Nel suo intervento d'apertura, Monsignor Agostino Marchetto,
Segretario del Pontificio Consiglio, definì i consacrati zingari un
"segno tangibile" del compiersi - anche se tra non poche difficoltà
- di quella implantatio Ecclesiae in ambiente zingaro, sulla quale
si pronunciano gli "Orientamenti". L'Arcivescovo Segretario
riconobbe, quindi, il valore che la vocazione al Sacerdozio e alla
consacrazione religiosa rappresenta per l'evangelizzazione e la
promozione umana del popolo zingaro. Per la coraggiosa testimonianza
dei consacrati - affermò - "la Chiesa si scopre nei suoi figli
ancora troppo soffocata da stereotipi e pregiudizi nei confronti
degli Zingari, ma desiderosa di un rinnovato dialogo e di cordiale
accoglienza".
All'incontro intervenne, tra gli altri, sul tema "Vocazione come
dono e come impegno", nel contesto del tema generale "Con Cristo al
servizio del Popolo Zingaro", Mons. Mario Riboldi, uno dei pionieri
della pastorale specifica per il popolo zingaro, con oltre 50 anni
di dedicazione. Dal quadro da lui presentato emerse che gli Zingari
consacrati sono oltre 100, provenienti dai gruppi Rom, Sinti, Kalés,
Manousche, Bhill e Jajabor, che vivono in 16 Paesi d'Europa, delle
Americhe e dell'Asia. Dopo aver sottolineato l'importanza della loro
missione tra la propria gente, Mons. Riboldi affermò che gli Zingari
consacrati devono caratterizzarsi per un cuore grande e dedito alla
missione, seguendo l'esempio di San Paolo, Apostolo delle genti.
Durante l'Omelia della celebrazione che si tenne nella seconda
giornata, il Presidente del PontificioConsiglio il Signor Cardinale
Renato Raffaele Martino, propose il binomio luce/tenebre,
sottolineando come oggi "siano manifestazioni delle tenebre il
rifiuto di Dio, il relativismo religioso, la ‘cultura di morte', le
guerre, il terrorismo, gli aspetti negativi della globalizzazione,
lo sradicamento culturale, la perdita d'identità, ecc. In ciò che si
riferisce alla realtà zingara. Vi è tenebra ogni qualvolta il
rispetto soccombe all'odio, l'emarginazione e il disinteresse
prevalgono sull'accoglienza e sull'impegno, ogni volta che il bene
cede al male. Anche quando si assiste ad atti di violenza e di
ingiustizia contro gli Zingari - e viceversa - sulle comunità cala
l'oscurità e l'ombra del peccato. Uscire dalle tenebre non è facile,
perché richiede uno schierarsi per la verità, la giustizia e la
solidarietà, il che vuol dire mettersi dalla parte dei poveri, degli
oppressi, degli emarginati, dei più deboli. Il primo comparire della
luce che vince le tenebre si registra quando vi è rispetto per ogni
persona, per la sua dignità, le sue convinzioni. I cristiani,
quindi, e in modo particolare i consacrati a Dio, sono chiamati ad
essere trasparenza luminosa di Cristo negli ambienti in cui
operano".
Intervista a don Renato Rosso, missionario fidei donum tra i
nomadi del mondo
138,5 milioni di abitanti: la tragedia del Bangladesh non sono i
cicloni che periodicamente lo devastano. La vera tragedia è la fame,
la povertà. Molti sono i nomadi, in Bangladesh, a volte pescatori, a
volte pastori o incantatori di serpenti.
Gli incantatori di serpenti girano nei villaggi con cinque-sei
casse legate tra loro, ognuna contenente un serpente, venti minuti
di show per un chilo di riso. Altri vivono in accampamenti nomadi di
palafitte, per esempio nella periferia di Dhaka: le palafitte sono
stabili, la gente che vi abita dentro va e viene. Quando una
famiglia occupa una di queste case, la tratta bene e, se è il caso,
la ripara come se ci dovesse stare sempre; quando poi due settimane
dopo va via, la lascia con indifferenza, come non l'avesse mai
posseduta, e rimane pronta per altri. Stanno a circa tre metri sul
livello dell'acqua per tutelarsi durante la stagione delle piogge.
Tra una palafitta e I'altra pochi centimetri sono sufficienti. Ci si
sposta camminando sulle piccole "verande" di pochi centimetri o
piccoli ponticelli di bambù. Il vuoto non esiste, lo spazio è tutto
occupato da piuoli, scalette, minuscoli assicelli: il tutto per
salire, scendere e camminare
Don Renato Rosso, missionario ‘fidei donum' tra i nomadi del
mondo, è nato nel ‘45 in diocesi di Alba. Ha fatto subito una scelta
radicale per il lavoro in mezzo ai poveri, ottenendo di potersi
dedicare alla pastorale degli zingari, fortemente appoggiata
dall'allora Cardinale di Torino, Michele Pellegrino. Dal 1984 al
1992 è in Brasile, poi in Bangladesh e India, paesi in cui oggi
alterna la sua presenza nel corso dell'anno, sempre nelle comunità
zingare, camminando e vivendo con loro e come loro: pastori nomadi
del Rajastan, quelli che vivono sui fiumi del Bengala. Gli zingari
in Bangladesh sono pescatori, incantatori di serpenti, artigiani,
fabbri, venditori ambulanti etc. Il 50% di essi vive in barche, o
meglio piccole case galleggianti e si spostano a gruppi di 15 - 20
famiglie utilizzando fiumi e canali per raggiungere i villaggi. Un
altro 50% vive in tenda. Si aggiungono 3.000 fabbricatori di
cestini: i Mahali.
Don Renato, com'è nata la Sua vocazione di vivere con gli
zingari?
Quando ero studente nel Seminario di Alba, volevo essere
in mezzo ai poveri e iniziai frequentare gli zingari allora
accampati vicino al fiume Tanaro. Non so se fossero i più poveri, di
certo, visibilmente, sembravano i più poveri della città. Diventato
prete, nel '72, dopo otto anni di frequentazione, per me fu quasi
normale incominciare a vivere con loro. Così, con Don Mario Riboldi,
ci recammo a vivere tra gli zingari del Veneto, vicino a Mestre, poi
vicino ad Udine, poi a Milano, poi in diverse regioni italiane.
Dodici anni di lavoro formarono un bel gruppo di sacerdoti. Ci
giunse poi un invito da parte del Vescovo del Brasile per recarci in
quel paese per vivere tra i nomadi che sono sulla costa,
dall'estremo nord all'estremo sud. Accettai l'invito e rimasi in
Brasile per otto anni. Successivamente, la Congregazione di Madre
Teresa di Calcutta mi invitò a svolgere attività missionaria presso
una comunità nomade indiana. Non conoscevo l'India. Avevo però degli
amici in Bangladesh e decisi, prima di dare una risposta, di recarmi
da loro per un mese. Dopo quindici giorni, accettai l'invito della
Congregazione di Madre Teresa: da quindici anni alterno la mia opera
missionaria tra l'India e il Bangladesh.
E' stato diverso il lavoro fatto in Italia da quello svolto negli
altri paesi?
Il lavoro in Italia e in Brasile ha avuto una sua
caratteristica, perché sia in Italia sia in Brasile gli zingari sono
battezzati e quindi come identità sono cristiani. Si celebrava la
vita cristiana all'interno dell'accampamento, si faceva la
catechesi, la celebrazione dell'Eucarestia, si pregava, si cantava,
si faceva tutto quello che un parroco fa nella sua parrocchia. Anche
se ho sempre considerato la mia vita simile a quello di un monaco;
per questa ragione, oltre che per dare ai miei fratelli zingari il
senso della fatica, del lavoro, per condividerlo con loro - perché
il lavoro è una realtà importante nella vita di una persona -
scaricavo ogni giorno casse di frutta e di pesce ai mercati generali
di Torino, ad esempio. Tutte le mie giornate sono state connotate da
un'attività lavorativa insieme a loro. Poi facevo alfabetizzazione
ai bambini e agli adulti, così com'è accaduto in Brasile, dove
l'esperienza è stata davvero molto varia. E' un mondo particolare
quello latino-americano, ricco di vita, di stimoli; anche la Chiesa
è molto vivace, ha le sue fragilità e le sue ricchezze. C'è molto
laicato: i laici si occupano di tutto e sono molto ricchi
interiormente. E' stato molto bello lavorare con loro, gli adulti, i
giovani, i bambini. Abbiamo anche avuto una vocazione, in quegli
anni: un ragazzo zingaro che ha vissuto fino a 14 anni in
accampamento ed oggi è un prete francescano.
Che cosa vuol dire vivere in accampamento?
Vuol dire vivere a
diretto contatto con la natura. Dentro la casa ci si costruisce un
mondo a propria dimensione. Fuori, si vive nel mondo che il buon Dio
ci dona. Si contempla la pace, la tranquillità della natura stessa,
la stessa religione la si sente più legata alla natura. E' una vita
molto diversa.
Qual è l'elemento più importante, di
pre-evangelizzazione in qualche modo, della sua attività con gli
zingari?
E' molto importante, centrale, la scolarizzazione. Il
bambino zingaro - in Bangladesh i bambini zingari sono 300.000 -
generalmente, fa esattamente tutto quello che vuole. Gioca, si fa il
bagno, conduce una vita estremamente istintiva, come quella degli
animaletti della foresta, per ventiquattro ore al giorno. Se si
riesce a farlo stare seduto anche solo tre ore al giorno, facendogli
fare quello che dice il maestro, dopo alcuni anni di questo
esercizio si sviluppa una struttura umana diversa, sempre più capace
di scegliere con ciò che piace subito e adesso, ma ciò che è
migliore per se stessi e per il proprio gruppo; il bambino diventa
meno istintivo, più razionale. Non c'è avventura più bella che
quella di aiutare un bambino a diventare più uomo o più donna.
D'altra parte, quel che accade in Bangladesh, in India, rispetto ai
bambini, non è molto diverso da quello che accade nelle società
europee del benessere. Qui, è vero, i bambini hanno la scuola, ma
insieme alla scuola gli si è dato tutto quello che chiedono e così
li facciamo tornare nella foresta, riconsegnandoli alla vita
istintiva e sottraendoli alla luce, alla razionalità, a Dio.
Ci descrive che cosa ha realizzato?
Ho realizzato
l'"insalata" del mio monastero: la scuola. Quando i genitori vanno
via dal campo, per lavorare, negli accampamenti nomadi nasce la
società dei bambini. Sono loro che portano le pecore al pascolo.
Sono andato un mese con loro al pascolo, per cercare di fare scuola,
ma non c'è stato modo. Allora, ho mandato la scuola al pascolo. I
bambini, a turno, apprendono dagli insegnanti direttamente sul luogo
di ‘lavoro'. Ho iniziato così le scuole mobili, in India e in
Bangladesh, dove l'insegnante vive con il gruppo e lo accompagna nel
suo nomadismo, fa scuola due ore e mezzo al giorno, per sei giorni
la settimana, con due tappe di vacanza di un mese per ogni anno. La
Conferenza Episcopale indiana ha proposto di sovvenzionare questo
progetto - che coinvolge 27 insegnanti - per tre anni. Ne ho
preparato un altro che coinvolge 33 insegnanti.
L'insegnante
segue gli alunni da due a tre anni, poi ricomincia col nuovo gruppo.
Quasi ogni anno sono stati inviati alcuni di questi bambini da
parenti stanziali a continuare la scuola.
Da tre anni esistono
insegnanti d'appoggio: hanno frequentato la scuola superiore e
universitaria e hanno buona esperienza. Questi passano 5 giorni in
un gruppo, 5 in un altro e così via; in questo modo ogni due mesi
ripassano 5 giorni con Io stesso gruppo, dove l'insegnante locale,
con minore specializzazione, impara a sua volta come
insegnare.
Come ci si organizza?
Prendiamo come esempio
il gruppo di Dhaka. Ogni mese il gruppo di 12 insegnanti viene alla
capitale, in una casa dei Missionari Saveriani. Là si fa un incontro
e si organizza il mese. Alla sera ogni insegnante d'appoggio parte
con l'insegnante che è venuto dall'accampamento e raggiunto lo
stesso accampamento sta 5 giorni consecutivi con lui, poi torna a
casa.
Il giorno 10 l'insegnante d'appoggio torna a Dhaka e un
altro insegnante (con cui ci si è accordati precedentemente) viene a
prenderlo e portarlo nel suo accampamento. Entrambi partono e
l'insegnante d'appoggio sta 5 giorni consecutivi con questo
insegnante nel suo gruppo. Dopo 5 giorni torna a casa. Il giorno 20
la stessa cosa. L'insegnante d'appoggio e l'altro si sono dati
appuntamento a Dhaka e partono per il terzo accampamento. Si fa in
questo modo perché chi è in movimento non può sapere dove sarà 10 o
20 giorni dopo.
C'è poi un tipo di scuola in aree
"semisedentarie". In questi casi la finalità è diversa: mandare i
bambini zingari alla scuola dello Stato. Generalmente in questi
luoghi (vicino alle grandi città) le strutture scolastiche,
nonostante tutti i limiti, ci sono, mai bambini zingari non ci
vogliono andare, perché disprezzati e non sentono l'esigenza della
scuola. Una scuola sul posto aiuta i genitori e i bambini a capire
che la scuola è anche bella, oltre che importante, e nell'arco di
due o tre anni possono passare alla scuola statale. Le nuove leve
automaticamente si inseriranno nella struttura statale senza più
bisogno di questa struttura "ponte". La scuola si chiude e si
comincia altrove, dando opportunità ad altri. Questa scuola ha pure
lo scopo di coinvolgere delle persone ad interessarsi degli zingari,
e queste continuano anche quando la struttura "ponte" è finita.
Che cosa significa, per Lei, evangelizzare?
Negli ultimi anni
ho scoperto alcuni gruppi nomadi che erano stati battezzati non si
sa bene come. Hanno continuato a chiedere il battesimo. Non si
possono chiamare praticanti, ma la loro identità è cristiana. Ad
essi ho dato priorità nel mio lavoro, per cui oggi ci sono una
settantina di insegnanti catechisti. Lavorando con questi gruppi
nessuno ci può accusare di conversione perché, essendo battezzati
(almeno di nome) sono già cristiani. Negli ultimi anni si è tentato
un passo in avanti con i gruppi nomadi Mahali (di religione
cristiana e di professione cestai) Si spostano in piccolissimi
gruppi di due o tre famiglie e sostano pochi giorni in ogni
villaggio dove intrecciano abilmente il bambù per fare cestini. Nel
campo nomade dove vivo la maggior parte del mio tempo, in
Bangladesh, mi sono incontrato con questi nomadi che sono
mussulmani. Ho dovuto riconvertire tutta la mia vita di prete,
perché fosse vivibile. E' proibita la questione della conversione,
del proselitismo. Mi sento molto più monaco, così come le dicevo
prima. Vivo i miei tempi per la preghiera. Cinque volte al giorno.
Vado alla Moschea con loro. Mi metto a lato con il breviario, con la
Bibbia e prego tra me e me, nello stesso luogo in cui loro pregano.
Faccio le stesse attività lavorative che fanno loro. Per anni ho
fatto anch'io l'incantatore di serpenti. Celebro Messa alle due di
notte, ma non posso invitare nessuno. Quello che cerco di fare è che
acquisiscano il valore della misericordia, del perdono, di rispetto
dei diritti umani, soprattutto dei bambini, delle donne. Nessuno mi
proibisce di parlare d'amore, di misericordia, di perdono. L'unica
cosa che mi è proibita è quella di battezzare. Oggi, almeno per me,
evangelizzare è una realtà molto ampia, vuol dire essere in mezzo
agli altri, lavorare per la conversione del cuore. Se riesco ad
aiutare qualche musulmano o hindu, anche un cristiano, a diventare
migliore di quello che è, più misericordioso, meno violento, ad
amare di più il suo prossimo, a rispettare i diritti degli altri,
converto anche me stesso e tutto questo lo chiamo evangelizzazione.
Ogni luogo è luogo da evangelizzare e ogni tanto qualche pianta
nasce e un fiore spunta. Quando questo accade, è una cosa
bellissima.
Dossier a cura di D.Q. - Agenzia Fides 2/9/2008;
Direttore Luca de Mata