Saturday, 06 September 2008 ultimo aggiornamento: 13:49
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DOSSIER FIDES. La storia degli zingari in Europa e' la storia della loro persecuzione
ITALIA, 17:41:00

 

 

 

Trentasei milioni di persone sparse in tutto il mondo.

La storia degli zingari in Europa è la storia della loro persecuzione.

Sporchi, ladri e barboni.

Nel cuore della Chiesa.

L'opera dei frati Cappuccini in Albania: intervista a Fra' Angelo e Fra' Sergio

L'amore e il perdono.

A Lourdes in pellegrinaggio, come ogni anno, da cinquantadue anni.

Il primo testo della Chiesa, nella sua dimensione universale, dedicato al popolo zingaro.

La Chiesa zingara tra gli zingari.

Primo Incontro Mondiale di Sacerdoti, Diaconi e Religiosi/e zingari.

Intervista a don Renato Rosso, missionario "fidei donum" tra i nomadi del mondo.


Trentasei milioni di persone sparse in tutto il mondo

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Trentasei milioni di persone sparse in tutto il mondo, soprattutto in India (18 milioni): sono questi i numeri stimati relativi alla popolazione zingara, che rappresenta un gruppo etnico specifico. Solo in Europa, sono tra i 9 e i 12 milioni, concentrati soprattutto nella zona orientale. Nella loro lingua rom (o rrom, plurale roma o rroma) significa "persona", "essere umano". E' uno dei tanti paradossi della storia di questa minoranza, perseguitata.

Grazie a studi linguistici e antropologici, si è venuti a conoscenza del fatto che il gruppo etnico chiamato "zingari" ha iniziato la sua peregrinazione quasi mille anni fa dalla Provincia di Sind, nel Nord-Ovest dell'India, migrati probabilmente molti secoli prima dalle zone centrali del subcontinente. Si è quasi certi appartenessero ad una casta molto bassa di nomadi, che si procuravano da vivere mendicando o esercitando mestieri di musicisti, giocolieri, saltimbanchi, ammaestratori di animali. Connessa alla loro bassa condizione sociale doveva essere anche la loro dedizione alla lavorazione dei metalli, attività che nella mentalità antica era legata a poteri infernali, quindi maledetta e rifiutata da tutti.

Intorno all'anno mille alcuni gruppi lasciarono l'India, forse per l'espansione dell'Islam o forse per altre ragioni ora sconosciute. Dopo un lungo soggiorno in territorio persiano passarono nell'Armenia e poi nell'Impero Bizantino, dove furono chiamati atsingani, probabilmente perché, avendo la fama di stregoni, vennero associati ad una setta eretica che praticava la magia, conosciuta a Bisanzio con questo nome. Si stabilirono in Medio Oriente, nella Russia meridionale e nella penisola balcanica.

La storia degli zingari in Europa è la storia della loro persecuzione

Sin dalla loro prima comparsa in Europa occidentale, nella seconda metà del XVI secolo, suscitarono grande curiosità. Erano chiamati bohémiens, egiziani, pagani, tartari, negri. Il nome più diffuso deriva probabilmente dal greco Athiganoi (nome di una sètta praticante la magia), da cui il nome tsiganes, zigeuner, gitani, cyganie. Nella mentalità medievale il nomadismo era associato a una dannazione, una maledizione gravante sulla stirpe che lo praticava. A quel tempo viaggiare era un'esperienza piena di rischi e pericoli affrontata solo da chi aveva buoni motivi per farlo: pellegrini, soldati, mercanti. Altre persone che si spostavano spesso erano gli "emarginati", persone che andavano di paese in paese per chiedere l'elemosina, ladri, disonesti, tutte persone evitate dalla maggior parte della gente, che considerava l'allontanarsi dalla propria zona un po' come affrontare l'ignoto. I nomadi, dal canto loro, cercavano di giustificare il loro nomadismo facendosi passare per penitenti o pellegrini, consapevoli del fatto che queste categorie di viaggiatori godevano di particolari privilegi e agevolazioni. Verso la fine del XV secolo la società dei gagè cerca in tutti i modi di liberarsi della fastidiosa presenza di questi "stranieri", anche attraverso la loro eliminazione fisica: una vera e propria persecuzione con editti e bandi di espulsione innumerevoli in tutti i paesi europei. La storia degli zingari in Europa è la storia della loro persecuzione.

E' del 1471 il primo (conosciuto) decreto di "espulsione", quello dell'assemblea di Lucerna, che intimava loro di lasciare il territorio della Confederazione svizzera. Un esempio seguito dopo poco dalla Spagna, dal Sacro Romano Impero, dai Paesi Bassi, dall'Inghilterra, da Napoli, Firenze, Venezia e molti altri, compreso lo Stato pontificio. Alle espulsioni si accompagnarono le cacce all'uomo, le deportazioni (come quella degli zingari portoghesi in Brasile, Capoverde e Angola), le leggi ad hoc, l'inasprimento delle pene, fino alla comminazione della pena di morte, nei territori tedeschi, a quegli zingari, espulsi e marchiati a fuoco, che fossero tornati sui loro passi. In Francia furono quasi sterminati, in Spagna furono costretti a nascondersi in grotte dietro ad un decreto di espulsione. La Dieta di Augsburg decretò che "Chi uccide uno zingaro non commette reato" e il principe di Magonza si vantò di aver sterminato tutti gli zingari della regione, uccidendo i maschi, facendo frustare e bollare a fuoco le donne e i bambini. Nei casi migliori si emettevano decreti che ordinavano di abbandonare il territorio, pena la prigione per gli uomini, la fustigazione per le donne. Molti furono deportati in America come schiavi. Nel 1725 - per fare un solo esempio delle tante sentenze di morte decretate contro di loro - Federico Guglielmo I di Prussia ordinò che gli zingari al di sopra dei diciotto anni, uomini e donne, fossero impiccati senza bisogno di processo, indipendentemente dalla loro condotta di vita.

Il "popolo maledetto" - così come veniva inteso - fu oggetto, nella seconda metà dell'Ottocento delle nuove teorie razziali e poi criminologiche. Secondo lo studioso positivista francese Bendict A. Morel, che ne scrisse nel 1857, gli zingari erano esempio, , di una "degenerazione" ereditaria, frutto di una "influenza morbosa sia di ordine fisico sia di ordine morale". Cesare Lombroso, nel 1878, scrisse che "gli zingari sono prevalentemente dolicocefali, hanno cioè il cranio allungato come quello delle scimmie, e sono quindi delinquenti antropologici, cioè non delinquono per atto libero e cosciente, ma perché hanno tendenze malvagie che ripetono la loro origine".

Col tempo - e grazie a queste teorie - gli zingari divennero un gruppo razziale inferiore e pericoloso. Questo il contesto che favorì il progetto di sterminio nei loro confronti del XIX secolo ad opera dei nazisti: gli zingari furono perseguitati, imprigionati, seviziati, sterilizzati, utilizzati per esperimenti medici, gasati nelle camere a gas dei campi di sterminio, perché zingari e, secondo l'ideologia nazista, " razza inferiore" , indegna di esistere. Gli zingari erano geneticamente ladri, truffatori, nomadi: la causa della loro pericolosità era nel loro sangue, che precede sempre i comportamenti. (Giovanna Boursier, in Zigeuner, lo sterminio dimenticato, Sinnos editrice). Allo sterminio, si aggiunse l'umiliazione del silenzio che ne è seguito (a Norimberga non venne data voce agli zingari) e dal mancato riconoscimento del diritto ai danni di guerra.

Sporchi, ladri e barboni

All'interno del popolo zingaro si distinguono vari gruppi: Rom, Sinti, Manouches, Kale, con ulteriori suddivisioni, secondo la razza d'origine e i mestieri propri a ogni gruppo. Oggi le divisioni si sono accentuate in seguito alla chiusura per loro delle frontiere, che impediscono i contatti che essi potevano intrattenere nei secoli scorsi. La lingua parlata attualmente dagli zingari europei, il Romanes o Romané, è ancora basata sulla struttura originaria indiana. Il Romané è frazionato in tanti dialetti, con una base comune che permette a molti di loro di capirsi senza eccessive difficoltà.

La diversità di vita, di cultura, di costumi e di occupazioni degli zingari, che da sempre è stata percepita con una connotazione negativa, rende oggi la loro sopravvivenza minacciata da diversi elementi: la rapida trasformazione della società moderna, che rende inutili le loro attività tradizionali, una strisciante discriminazione nei loro confronti, che in alcuni casi sfoca in vere e proprie forme di razzismo, le condizioni precarie del loro habitat e il basso livello di istruzione. 

La comunità internazionale ha riconosciuto il popolo zingaro come una minoranza, con diritti e doveri particolari, con una propria cultura da tutelare e un ruolo socio-politico. Le associazioni zingare sono sempre più numerose e politicamente presenti; fra queste svolge un ruolo prioritario la "Unione Romanì Internazionale", riconosciuta dalle Nazioni Unite nel 1979 come organismo non governativo con potere consultivo presso il Consiglio economico e sociale (ECOSOC).

Il nomadismo è un diritto riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. E' previsto da molte Costituzioni europee ed il Consiglio d'Europa afferma che deve essere facilitato l'insediamento in abitazioni appropriate per i nomadi che lo desiderano. Eppure, ancora, oggi, all'inizio del terzo millennio, la parola zingaro suscita sentimenti di disagio, perché è sinonimo di sporco, ladro, barbone. Bisogna ammettere che questa tendenza razzista che c'è nell'europeo, è motivata solo dalla profonda ignoranza che si ha nei confronti di una popolazione così antica, che merita solo rispetto. Ancora nel secolo in corso, avviene, ad esempio, che nonostante il rapporto dell'inizio del 2007 dell'omnbudsman (difensore civico) Otakar Motel, il governo ceco non dà ancora alcuna risposta rispetto alla sterilizzazione forzata documentata che subiscono le donne rom. Come dice l'"Associated Press", sono dozzine i casi di sterilizzazioni forzate "senza che vi fosse stato consenso formale ed esplicito". Sempre secondo l'"Associated Press" non c'è volontà di rifondere le vittime, gli ospedali cechi rifiutano di riconoscere questa pratica come illegale. Gli avvocati delle vittime dicono che le vera ragione è il razzismo.

Così come dovrebbe avvenire per l'intero mondo degli immigrati - e considerando la peculiarietà del mondo dei nomadi - l'intera Europa, consapevole anche che queste persone non tolgono lavoro ai residenti, ma possono svolgere lavori per i quali c'è una forte domanda che nessuno vuole più fare, dovrebbe integrare e accogliere. E' questo l'unico modo per rispettare le persone nella loro individualità, per considerare i loro diritti e i loro bisogni. Quest'obiettivo può essere raggiunto se chi accoglie è forte della sua identità.

Nei secoli passati, sono stati fatti richiami significativi alla cultura zingara nelle opere d'arte. Pensiamo all'opera lirica. Nel Trovatore, tutto il secondo atto si svolge nell'accampamento degli zingari. Nella Carmen di Bizet, il personaggio principale, Carmen, fa la danzatrice, la zingara, sulle note della famosissima "Chanson Boheme". La grande tradizione gitana si è intersecata con la cultura europea, che ha riconosciuto gli zingari come popolo di grande cultura. Occorre, oggi, conoscere i nomadi nella loro realtà antropologica, apprezzarli e studiarli, perché sono parte dell'Europa, costruttori dei nostri tempi, e dovrebbero essere vissuti come presenza reale e non come problema, ingombro di strade e luoghi. Occorre studiare nella loro lingua così antica e mai codificata, le loro arti arricchite dagli individui che soggettivamente ci hanno tramandato le loro poesie, il loro canto, il loro ballo, custodi ultimi di tradizioni antichissime.

Nel cuore della Chiesa

E' il 26 settembre 1965. Siamo a Pomezia, in Italia. Nomadi, gitani, zingari, di diverse etnie, provenienti da ogni parte d'Europa, si radunano per la prima volta nell'ascolto delle parole del Papa. Ai "pellegrini perpetui, esuli volontari, profughi sempre in cammino, viandanti senza riposo", "senza casa propria, senza dimora fissa, senza patria amica, senza società pubblica", Paolo VI, nella Sua omelia, rivolge e destina queste parole: "Voi siete nel cuore della Chiesa, perché siete soli: nessuno è solo nella Chiesa; siete nel cuore della Chiesa, perché siete poveri e bisognosi di assistenza, di istruzione, di aiuto; la Chiesa ama i poveri, i sofferenti, i piccoli, i diseredati, gli abbandonati. E' qui, nella Chiesa, che voi vi accorgete d'essere non solo soci, colleghi, amici, ma fratelli; e non solo fra voi e con noi, che oggi come fratelli vi accogliamo, ma, per un certo verso, quello cristiano, fratelli con tutti gli uomini; ed è qui, nella Chiesa, che vi sentite chiamare famiglia di Dio, che conferisce ai suoi membri una dignità senza confronti, e che tutti li abilita ad essere uomini nel senso più alto e più pieno; ed essere saggi, virtuosi, onesti e buoni; cristiani in una parola. Vorremmo che il risultato di questo eccezionale incontro fosse quello di farvi pensare alla santa Chiesa, alla quale voi appartenete; di farvela meglio conoscere, meglio apprezzare, meglio amare; e vorremmo che il risultato fosse insieme quello di svegliare in voi la coscienza di ciò che voi siete. (...) Noi pensiamo che dovrebbero migliorarsi i vostri rapporti con la società che attraversate e toccate con le vostre carovane: come voi gradite trovare ristoro e ospitalità gentile dove vi accampate, così voi dovrete procurare di lasciare ad ogni tappa un ricordo buono e simpatico: che la vostra strada sia disseminata da esempi di bontà, di onestà, di rispetto".

A conclusione dell'Omelia, Paolo VI chiede ai "pellegrini perpetui" che Gli sono davanti una promessa: "di accettare l'assistenza premurosa e disinteressata dei bravi Sacerdoti e delle brave persone, che qua vi hanno condotti e che ancora vogliono guidarvi sulle vie del bene e della fede, quasi scortando appunto come padri e fratelli, i vostri interminabili itinerari. Fidatevi! Non abbiamo nulla da chiedervi, se non che voi accettiate la materna amicizia della Chiesa. Potremo fare qualche cosa per voi, per i vostri figli, per i vostri malati, per le vostre famiglie, per le vostre anime, se accorderete alla Chiesa e a chi la rappresenta la vostra fiducia".
E' il primo, storico incontro internazionale della Chiesa con il mondo zingaro, a cui fa seguito la creazione del Segretariato Nazionale di Apostolato Zingaro.

Nel 1998, Giovanni Paolo II creò il Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e gli Itineranti, affidandogli subito, attraverso la costituzione apostolica "Pastor Bonus", il compito di impegnarsi "perché nelle Chiese locali sia offerta un'efficace ed appropriata assistenza spirituale, se necessario anche mediante opportune strutture pastorali, sia ai profughi ed agli esuli, sia ai migranti, ai nomadi e alla gente del circo". Giovanni Paolo II il 9 novembre 1989 afferma: "Nonostante il chiaro insegnamento del Vangelo... accade spesso, che gli Zingari si vedano rifiutati, o guardati con disprezzo. Il mondo, che è in gran parte segnato dall'avidità del profitto e dal disprezzo dei più deboli, deve cambiare atteggiamento e accogliere i nostri fratelli nomadi non più con la semplice tolleranza, ma con uno spirito fraterno".

L'opera dei frati Cappuccini in Albania: intervista a Fra' Angelo e a Fra' Sergio

"Sono talmente poveri che quando vado da loro non possono offrirmi neanche una sedia per sedermi", ci racconta Fra' Angelo, frate cappuccino missionario in Albania, nella Diocesi di Sape, che da quattro anni segue una numerosa comunità zingara che si trova a Scutari. Fra' Angelo si occupa soprattutto della scolarizzazione dei bambini. "Tempo fa, la loro maestra mi diceva che alcuni di loro non conoscono neanche i propri genitori. La scolarizzazione, che è comunque molto difficile, serve soprattutto per tentare di insegnare a questi bambini almeno di leggere e scrivere". Adulti e bambini vivono in condizioni di estrema povertà. "Sono emarginati dalla stessa società albanese - racconta Fra' Angelo - che non è in buoni rapporti con loro. Il loro villaggio non dispone di acqua potabile. Prelevano l'acqua dal fiume, con tutto quello che questo significa. Quest'anno, nel periodo invernale, sono rimasti senza corrente elettrica per due mesi. Svolgono umili lavori, di pulizia o di muratura e manovalanza."

I Frati Cappuccini sono presenti in Albania dal 1993. Sono impegnati anzitutto nella cura pastorale delle comunità cristiane assommando in quattro sacerdoti e due conventi una quindicina di villaggi e zone pastorali con relative comunità a loro affidate.

Nel loro impegno missionario vi è primariamente quello dell'evangelizzazione della gente che vive nei villaggi che si trovano nell'entroterra, sulle pendici delle montagne che caratterizzano la zona confinante con il Kosovo. Accanto all'opera evangelizzatrice compiono ingenti opere sociali a favore di popolazioni poco abbienti fra cui un villaggio di etnia Magjyp, viventi tuttora ai margini della società albanese perché conservano le loro origini Rom anche se sedentari fin dalla dominazione turca. A questi i frati offrono quotidianamente sia i beni di prima necessità con l'adeguata pedagogia sia l'istruzione primaria sostenendo e guidando una scuola elementare per i bambini Magjyp. Hanno di recente costruito un pozzo per il normale consumo di acqua nelle loro case, hanno arginato la continua scoscesa del monte sulla strada dove si abbarbicano le loro modestissime abitazioni, provvedono con corsi temporanei a migliorare la loro conoscenza tecnica e lavorativa e questo grazie all'opera di volontari operanti in Italia e che hanno fatto esperienza in Albania.

A Fra' Sergio Laforgia, da quindici anni in Albania e responsabile della presenza dei Frati Cappuccini nel territorio della Diocesi di Sape, chiediamo:

E' difficile operare in Albania?
Non è certamente semplice. Questo paese ha vissuto per decenni il comunismo, uno dei più duri che la storia ricordi. Molti degli albanesi sono stati distrutti da dentro con il comunismo, che ha fatto propaganda contro la Chiesa e contro i Sacerdoti. Si salvano coloro che hanno mantenuto la loro fede attraverso l'opera dei loro genitori.


C'è molta povertà?
Tra le montagne, nelle zona dei villaggi, dove opero, c'è molta povertà, ma la gente è generosa ed accogliente, non hanno bisogno di sentirselo dire: si tolgono il cibo dalla bocca per darlo a chi viene a trovarli. Così come sono generosi i credenti nostri, gli italiani che ci inviano i loro aiuti, sia per queste comunità, compresa quella degli zingari, sia per la nostra opera. Noi aiutiamo a fare scuola: dall'asilo fino alla quarta elementare.

In Italia, in genere in Europa, è diffuso un clima di insopportabilità rispetto al migrante che cerca lavoro. Spesso, e da molti, sono considerati delinquenti. Che ne pensa?
Penso che c'è tanta gente che viene in Europa, in particolare in Italia, in cerca di lavoro, costretta dalla povertà. Coloro che si comportano male, si comporterebbero nello stesso modo nel loro paese. Sarebbero disadattate anche in Albania. I ‘briganti' ci sono dappertutto.

Lei è da molto tempo in Albania. Quali segni la colpiscono di più rispetto all'inizio della Sua attività?
Quello che più mi impressiona è il fatto che questo paese sta importando i modelli sociali e di comportamento europei. Nelle città, per esempio, si consuma molta droga, è molto diffusa. C'è violenza ed il modello mafioso viene emulato.

Com'è nata la Sua scelta di diventare missionario?
Era un periodo in cui cercavo un qualcosa di più. Mi sono rivolto al Signore, dicendoGli che avrei fatto la Sua volontà e mi sarei affidato alla decisione dei miei superiori. Mi proposero di recarmi in Albania. Dissi subito di sì, senza sapere come fosse questo paese e come fossero i suoi abitanti; nella comunità dove vivevo, in Puglia, nei primi anni novanta ne avevamo accolti trenta e non era stata un'esperienza positiva. Ora, qui mi sento come fossi a casa mia. Questa è anche la mia terra.

Che cosa significa per Lei evangelizzare?
Non bisogna forzare l'evangelizzazione; deve nascere dal contatto diretto immediato, senza forzare i confini delle singole persone. Evangelizzare significa innanzitutto testimoniare. All'inizio, ho avuto difficoltà per la lingua e mi sono posto una domanda: qual è il linguaggio più immediato? Il linguaggio da usare è l'amore. E' il linguaggio più bello, quello che viene accolto dai bambini. I bambini lo riconoscono e mi salutano con le loro mani festanti quando mi vedono e questo accade dall'inizio della mia permanenza qui.

L'amore e il perdono

"People on the Move", nel numero 84 del dicembre 2000, riporta l'intervento di S.E. Mons. Stephen Fumio Hamao, allora Presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e gli Itineranti, in occasione della presentazione del libro "La Chiesa Cattolica e gli Zingari". "Con un gesto storico di riparazione, atto altamente evangelico di coraggio e di umiltà - disse il Cardinale Hamao - il 12 marzo 2000 il Santo Padre Giovanni Paolo II ha chiesto solennemente perdono per le colpe commesse dalla Chiesa e dai suoi figli nel passato, colpe le cui ombre continuano a proiettarsi anche nel presente. La Chiesa, pur santa nel suo mistero di Corpo di Cristo, vive ed è vissuta tuttavia immersa nella realtà terrena spesso difficile e contrastata. Da qui le colpe di complicità con i poteri più forti, di omissione nella difesa dei più deboli, di offesa alla legge fondamentale della carità. Fra le varie forme di infedeltà al Vangelo commesse da quanti hanno portato e portano il nome di cristiani non mancano quelle compiute nei confronti degli Zingari".

"In questo passato oscuro - proseguì il Cardinale Hamao - brillano però figure di figli della Chiesa, che si sono prodigati sia in difesa degli Zingari sia per la loro evangelizzazione. Sono i semi da cui è scaturita la svolta epocale decisa dalla Chiesa nel Concilio Vaticano II, sviluppata poi dal magistero dei Sommi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II e rafforzata dall'esempio dei loro atti e gesti fortemente simbolici. Si è aperta così la via per una nuova evangelizzazione, che implica un cambiamento di mentalità delle comunità cristiane, un superamento di antichi pregiudizi e stereotipi, nonché il riconoscimento e la valorizzazione della diversità culturale degli Zingari per giungere ad una autentica riconciliazione".

A Lourdes in Pellegrinaggio, come ogni anno, da cinquantadue anni

Dal 19 al 25 gennaio 2008, si è svolta a Lourdes la cinquantaduesima edizione - a iniziare, nel 1957, fu Don Bruno Nicolini, fondatore dell'Opera Nomadi - del pellegrinaggio di zingari e gitani provenienti da tutt'Europa. Il pellegrinaggio - che precede il viaggio del Papa in Francia, previsto dal 12 al 15 settembre 2008 - rientra in una delle dodici "missioni per i nostri tempi" che caratterizzano l'anno che celebra i 150 dalle apparizioni della Madonna di Lourdes: si tratta della "Chiesa in missione presso gli emarginati.

Il pellegrinaggio dei nomadi vuole essere momento di accoglienza, d'incontro e di conoscenza con queste persone che solitamente vivono l'esperienza dell'esclusione da parte della società. Del resto, la dimensione del pellegrinaggio è un'espressione della religiosità e della fede degli Zingari. Da sempre essi sono stati presenti in mezzo alle folle dei pellegrini in cammino verso i santuari di tutto il mondo. "I pellegrini - si legge nel comunicato di presentazione dell'iniziativa, organizzata da Cité Saint Pierre e dalla Caritas Internazionale - non dimentichino, nella preghiera, nella vita e nel comportamento di tutti i giorni, quanti sono lontani dai nostri standard. Del resto anche Bernadette è in qualche modo esclusa dai normali standard della società del suo tempo; la bambina ha sofferto per la malattia, la miseria, la mancanza di istruzione, la privazione dell'Eucaristia, la pessima reputazione dei suoi. Nonostante questo ha potuto affidarsi alla fede e alla solidarietà, sia della famiglia che delle persone vicine. Oggi l'evoluzione della società produce un numero sempre crescente di persone senza famiglia, senza lavoro e senza casa, alimentando il dramma dell'emarginazione. La lotta contro la miseria e l'esclusione riguarda tutti gli strati della società, ma anche il cuore della fede cristiana".

Il primo testo della Chiesa nella sua dimensione universale dedicato al popolo zingaro

Pubblicato dal Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti l'8 dicembre 2005 - con il beneplacito di Giovanni Paolo II - il testo "Orientamenti per una pastorale per gli zingari" è stato il primo della Chiesa nella sua dimensione universale dedicato al popolo zingaro.

Il documento fu preceduto, in particolare, da un evento che si svolse a Budapest nel 2003, il V Congresso Mondiale della Pastorale dei Migranti e degli Itineranti, organizzato dal Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti in collaborazione con la Conferenza Episcopale Ungherese, intitolato "Chiesa e Zingari: per una spiritualità di comunione".

L'allora Presidente del Pontificio Consiglio, l'Arcivescovo Stephen Fumio Hamao, ricordò, tra l'altro: "All'inizio la pastorale degli Zingari riguardava soltanto l'Europa occidentale; più tardi si estese a quella centrale e orientale. Oggi a questo Congresso mondiale sono presenti diversi delegati giunti dall'india, dal Bangladesh, dal Brasile e dal Messico. Si tratta di una cosa nuova e certamente felice".
L'Arcivescovo Fumio Hamao aggiunse che l'ispirazione del Congresso venne dalla Lettera Apostolica "Novo Millennio ineunte" di Giovanni Paolo II, il quale tra l'altro invita "a promuovere - sostenne - una spiritualità di comunione che significa capacità di ‘sentire il fratello... come uno che mi appartiene'. La spiritualità della comunione è anche saper ‘far spazio al fratello' portando ‘i pesi gli uni degli altri'... ‘e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione,... diffidenze, gelosie'. La presenza degli Zingari nelle nostre città ‘è un appello incessante a vivere la carità e la comunione cristiana, superando ogni indifferenza'".

L'Arcivescovo Fumio Hamao elencò alcune delle ragioni che compromettono la stessa esistenza degli zingari: "la rapida trasformazione della società moderna che rende le loro attività tradizionali non più utili; la discriminazione serpeggiante nei loro confronti, le condizioni precarie dei loro habitat e il basso livello di educazione".

Al Congresso intervenne anche il Vescovo indiano di Khandwa, Monsignor Leo Cornelio: "Possiamo dire - affermò tra l'altro il Presule - che la stessa identità degli zingari è profondamente segnata dall'esperienza del rifiuto. Gli zingari si vedono esclusi dalla comunione e dalla comunità dei gadje. La forma più dolorosa di questa esclusione nasce dal vedersi considerati dei criminali, antisociali e pericolosi, dall'essere sottoposti di conseguenza ad una continua vigilanza ed al controllo da parte delle autorità, e dal vedersi infine segregati dalla società maggioritaria". Il Vescovo Cornelio sottolineò che gli zingari devono essere aiutati ad "integrarsi" nella società, e non essere "assimilati". Integrazione significa offrire loro l'opportunità di partecipare alla vita socio-economica su un piano di uguaglianza, senza fargli però perdere la propria identità distintiva. "Con troppa frequenza - disse Mons. Cornelio - le iniziative prese dai governi o da altre organizzazioni per aiutare questo popolo, hanno preteso di assimilarli alla società maggioritaria. Assimilazione significa inclusione sociale a spese dell'identità distintiva del gruppo. L'assimilazione delle minoranze, generalmente etniche, esige, in generale , il sacrificio della loro differenza etnoculturale per ricevere opportunità di partecipazione. Raramente l'assimilazione ha successo. La pastorale della Chiesa deve perciò mirare non solo a scuotere l'opinione pubblica e fare pressione sul gruppo dominante, ma deve persuadere sempre l'uno e l'altro alla conversione del cuore, proclamando l'amore di Dio per tutti gli uomini".

In quell'occasione, l'Arcivescovo Mons. Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, sottolineò quanto la missione della Chiesa nei confronti degli zingari sia importante ed irrinunciabile in questo senso. Dopo aver ribadito la pesante condizione in cui vivono gli zingari, "perseguitati, esiliati, non accolti e discriminati", ha mostrato l'anima zingara forgiata da una certezza: anche se si sentono abbandonati dagli uomini sanno di non essere abbandonati da Dio. "La fiducia nella Provvidenza - spiegò l'Arcivescovo Marchetto - è diventata così una realtà impressa nel codice genetico della cultura zingara. Come porzione prediletta del popolo pellegrinate di Dio, essi meritano un atteggiamento pastorale speciale ed un grande apprezzamento dei loro valori. Ma più ancora la pastorale della Chiesa è un'esigenza interna della cattolicità della Chiesa e della sua missione. Con Cristo, infatti, da cui essa procede scompare ogni discriminazione e nella Chiesa «ogni persona deve trovare la sua giusta accoglienza. Compito dunque della Chiesa particolare, è quello di valorizzare ogni esperienza umana. In questa prospettiva suo compito è "custodire l'unità e l'identità zingara, e l'unità fra questa esperienza e quella ecclesiale autoctona, integrando nel proprio tessuto originale l'identità religiosa degli zingari".

Nella presentazione di "Orientamenti per una pastorale per gli zingari", si legge che con la Costituzione Apostolica Pastor Bonus, del 1998, Giovanni Paolo II affidò al Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti il compito di "impegnarsi perché nelle Chiese locali sia offerta un'efficace ed appropriata assistenza spirituale, se necessario mediante opportune strutture pastorali, sia ai profughi ed agli esuli, sia ai migranti, ai Nomadi e alla gente del circo". "La Chiesa, pertanto, ritiene che gli Zingari abbiano bisogno di una pastorale specifica, diretta alla loro evangelizzazione e promozione umana (...). Sebbene si riferisca agli Zingari (Rom, Sinti, Manouches, Kalé, Gitani, Yéniches, ecc.), il Documento è ugualmente valido, mutatis mutandis, anche per altri gruppi di nomadi, che condividono condizioni simili di vita. Ad ogni modo, il nomadismo non è l'unica caratteristica degli Zingari, anche perché molti di loro sono ora sedentarizzati, in maniera permanente o semi-permanente. Per loro è da considerarsi, in effetti, la diversità etnica, la cultura e le antiche tradizioni. Perciò i Pastori delle Chiese locali delle Nazioni in cui gli Zingari vivono potranno trovare ispirazione pastorale in questi Orientamenti, ma dovranno adattarli alle circostanze, alle necessità ed esigenze di ciascun gruppo. Desideriamo d'altra parte ricordare subito che molti sono i segni di evoluzione positiva nel modo tradizionale di vivere e pensare degli Zingari, come il crescente desiderio di istruirsi e ottenere una formazione professionale, la maggiore consapevolezza sociale e politica, che si esprime nella formazione di associazioni e anche di partiti politici, la partecipazione nelle amministrazioni locali e nazionali in alcuni Paesi, l'accresciuta presenza della donna nella vita sociale e civile, l'aumentato numero di vocazioni al diaconato permanente, al presbiterato e alla vita religiosa, ecc. In questa prospettiva, è consolante tener presente il contribuito, nei passati decenni, della promozione sociale e della pastorale specifica intrapresa dalla Chiesa Cattolica, in particolare grazie agli stimoli di Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Fu certo, poi, con orgoglio collettivo che, il 4 maggio 1997, gli Zingari assistettero alla beatificazione del martire spagnolo Zeffirino Giménez Malla, primo Zingaro nella storia della Chiesa ad essere elevato agli onori degli altari". Nato nella provincia di Llerida in Catalogna nel 1861, Zeffirino Jemenéz Malla, è vissuto commerciando cavalli e muli. Dopo aver girovagato per fiere e mercati per quarant'anni, si stabilisce a Barbastro, una cittadina ai piedi dei Pirenei. Qui inizia la sua conversione religiosa: chiede il matrimonio religioso, partecipa alla vita della parrocchia, diventa terziario francescano, aiuta i poveri che bussano alla sua porta. Viene catturato nel 1936, in piena guerra civile, per aver difeso un giovane sacerdote dall'arresto. Solo a Barbastro, nei giorni del furore comunista, furono uccisi 115 tra sacerdoti e religiosi, oltre a diverse centinaia di laici. Zeffirino fu fucilato nella notte del 9 agosto nel cimitero di Barbastro.

La Chiesa "zingara tra gli zingari"

Promosso dal Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, il 19 gennaio 2007 si svolse a Roma l'incontro dei direttori nazionali di pastorale degli zingari di Germania, Austria, Belgio, Croazia, Slovacchia, Spagna, Ungheria, Francia, Irlanda, Italia, Portogallo, Romania, Serbia, Svizzera, Ucraina, Stati Uniti, Cile, Bangladesh, Filippine, India e Indonesia. "Portare la Buona Novella agli zingari e aiutarli a riconoscere in Gesù Cristo il Salvatore che redime lo spirito e guarisce il corpo rappresenta il nucleo dell'assistenza pastorale che si dà loro", spiegò in apertura dell'incontro il presidente del Pontificio Consiglio, il Cardinale Renato Martino, che sottolineò anche l'importanza di riconoscere i valori della cultura zingara e di preservare e rispettare la sua identità. "Per la Chiesa - affermò il Cardinale - è essenziale rispondere alle aspettative degli zingari nella loro ricerca di Dio, orientando i loro passi secondo gli insegnamenti di Cristo".

Il documento finale della riunione, dichiarò che "la Chiesa non deve soltanto accogliere", ma deve "assumere il rischio di andare verso l'altro, soprattutto verso chi è diverso, chi viene respinto, chi non è gradito. Deve ritrovare la sua validità e priorità, il processo d'inculturazione nell'opera di evangelizzazione degli zingari; inculturazione intesa come l'incarnazione del Vangelo nelle culture e insieme la loro introduzione nella vita della Chiesa. Essenziale, al riguardo, risulta l'affermazione che, sulla scia della vera cattolicità, la Chiesa deve diventare, in un certo senso, essa stessa zingara fra gli Zingari, affinché questi possano partecipare pienamente alla vita ecclesiale".

Nella conclusione, il documento sottolineò che "nell'attività pastorale a favore degli Zingari, aiuto umanitario e verità del Vangelo" devono camminare insieme, "ed è necessario che gli elementi di giustizia, fratellanza e uguaglianza gli siano propri". I responsabili della pastorale definirono "estremamente importante", nella trasmissione del Vangelo, "considerare i valori e la ricchezza della cultura zingara, conoscerne la lingua, apprezzarne tradizioni e usanze", perché "la condivisione della vita zingara apporta un arricchimento reciproco", avvertendo: "un rispetto esagerato della tradizione zingara può dare adito all'isolamento o al rifiuto". Per questo il primo passo del dialogo deve consistere nell'"accettare di essere diversi. Solo l'integrazione, intesa come inserimento armonioso nella piena accettazione della diversità, conduce verso l'auspicata unità".

 

Il Primo Incontro Mondiale di Sacerdoti, Diaconi e Religiosi/e zingari

Dal 22 al 25 settembre 2007, si svolse a Roma il Primo Incontro Mondiale di Sacerdoti, Diaconi e Religiosi/e Zingari, promosso dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti. Il tema della riunione, "Con Cristo al servizio del Popolo Zingaro", si ispirava agli Orientamenti per una Pastorale degli Zingari. All'evento parteciparono una quarantina di persone, tra le quali trentatre Zingari consacrati, provenienti da nove Paesi europei (Francia, Italia, Lituania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Spagna, Ucraina e Ungheria) e dal Brasile.

Nel suo intervento d'apertura, Monsignor Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio, definì i consacrati zingari un "segno tangibile" del compiersi - anche se tra non poche difficoltà - di quella implantatio Ecclesiae in ambiente zingaro, sulla quale si pronunciano gli "Orientamenti". L'Arcivescovo Segretario riconobbe, quindi, il valore che la vocazione al Sacerdozio e alla consacrazione religiosa rappresenta per l'evangelizzazione e la promozione umana del popolo zingaro. Per la coraggiosa testimonianza dei consacrati - affermò - "la Chiesa si scopre nei suoi figli ancora troppo soffocata da stereotipi e pregiudizi nei confronti degli Zingari, ma desiderosa di un rinnovato dialogo e di cordiale accoglienza".

All'incontro intervenne, tra gli altri, sul tema "Vocazione come dono e come impegno", nel contesto del tema generale "Con Cristo al servizio del Popolo Zingaro", Mons. Mario Riboldi, uno dei pionieri della pastorale specifica per il popolo zingaro, con oltre 50 anni di dedicazione. Dal quadro da lui presentato emerse che gli Zingari consacrati sono oltre 100, provenienti dai gruppi Rom, Sinti, Kalés, Manousche, Bhill e Jajabor, che vivono in 16 Paesi d'Europa, delle Americhe e dell'Asia. Dopo aver sottolineato l'importanza della loro missione tra la propria gente, Mons. Riboldi affermò che gli Zingari consacrati devono caratterizzarsi per un cuore grande e dedito alla missione, seguendo l'esempio di San Paolo, Apostolo delle genti.

Durante l'Omelia della celebrazione che si tenne nella seconda giornata, il Presidente del PontificioConsiglio il Signor Cardinale Renato Raffaele Martino, propose il binomio luce/tenebre, sottolineando come oggi "siano manifestazioni delle tenebre il rifiuto di Dio, il relativismo religioso, la ‘cultura di morte', le guerre, il terrorismo, gli aspetti negativi della globalizzazione, lo sradicamento culturale, la perdita d'identità, ecc. In ciò che si riferisce alla realtà zingara. Vi è tenebra ogni qualvolta il rispetto soccombe all'odio, l'emarginazione e il disinteresse prevalgono sull'accoglienza e sull'impegno, ogni volta che il bene cede al male. Anche quando si assiste ad atti di violenza e di ingiustizia contro gli Zingari - e viceversa - sulle comunità cala l'oscurità e l'ombra del peccato. Uscire dalle tenebre non è facile, perché richiede uno schierarsi per la verità, la giustizia e la solidarietà, il che vuol dire mettersi dalla parte dei poveri, degli oppressi, degli emarginati, dei più deboli. Il primo comparire della luce che vince le tenebre si registra quando vi è rispetto per ogni persona, per la sua dignità, le sue convinzioni. I cristiani, quindi, e in modo particolare i consacrati a Dio, sono chiamati ad essere trasparenza luminosa di Cristo negli ambienti in cui operano".

Intervista a don Renato Rosso, missionario fidei donum tra i nomadi del mondo

138,5 milioni di abitanti: la tragedia del Bangladesh non sono i cicloni che periodicamente lo devastano. La vera tragedia è la fame, la povertà. Molti sono i nomadi, in Bangladesh, a volte pescatori, a volte pastori o incantatori di serpenti.

Gli incantatori di serpenti girano nei villaggi con cinque-sei casse legate tra loro, ognuna contenente un serpente, venti minuti di show per un chilo di riso. Altri vivono in accampamenti nomadi di palafitte, per esempio nella periferia di Dhaka: le palafitte sono stabili, la gente che vi abita dentro va e viene. Quando una famiglia occupa una di queste case, la tratta bene e, se è il caso, la ripara come se ci dovesse stare sempre; quando poi due settimane dopo va via, la lascia con indifferenza, come non l'avesse mai posseduta, e rimane pronta per altri. Stanno a circa tre metri sul livello dell'acqua per tutelarsi durante la stagione delle piogge. Tra una palafitta e I'altra pochi centimetri sono sufficienti. Ci si sposta camminando sulle piccole "verande" di pochi centimetri o piccoli ponticelli di bambù. Il vuoto non esiste, lo spazio è tutto occupato da piuoli, scalette, minuscoli assicelli: il tutto per salire, scendere e camminare

Don Renato Rosso, missionario ‘fidei donum' tra i nomadi del mondo, è nato nel ‘45 in diocesi di Alba. Ha fatto subito una scelta radicale per il lavoro in mezzo ai poveri, ottenendo di potersi dedicare alla pastorale degli zingari, fortemente appoggiata dall'allora Cardinale di Torino, Michele Pellegrino. Dal 1984 al 1992 è in Brasile, poi in Bangladesh e India, paesi in cui oggi alterna la sua presenza nel corso dell'anno, sempre nelle comunità zingare, camminando e vivendo con loro e come loro: pastori nomadi del Rajastan, quelli che vivono sui fiumi del Bengala. Gli zingari in Bangladesh sono pescatori, incantatori di serpenti, artigiani, fabbri, venditori ambulanti etc. Il 50% di essi vive in barche, o meglio piccole case galleggianti e si spostano a gruppi di 15 - 20 famiglie utilizzando fiumi e canali per raggiungere i villaggi. Un altro 50% vive in tenda. Si aggiungono 3.000 fabbricatori di cestini: i Mahali.

Don Renato, com'è nata la Sua vocazione di vivere con gli zingari?
Quando ero studente nel Seminario di Alba, volevo essere in mezzo ai poveri e iniziai frequentare gli zingari allora accampati vicino al fiume Tanaro. Non so se fossero i più poveri, di certo, visibilmente, sembravano i più poveri della città. Diventato prete, nel '72, dopo otto anni di frequentazione, per me fu quasi normale incominciare a vivere con loro. Così, con Don Mario Riboldi, ci recammo a vivere tra gli zingari del Veneto, vicino a Mestre, poi vicino ad Udine, poi a Milano, poi in diverse regioni italiane. Dodici anni di lavoro formarono un bel gruppo di sacerdoti. Ci giunse poi un invito da parte del Vescovo del Brasile per recarci in quel paese per vivere tra i nomadi che sono sulla costa, dall'estremo nord all'estremo sud. Accettai l'invito e rimasi in Brasile per otto anni. Successivamente, la Congregazione di Madre Teresa di Calcutta mi invitò a svolgere attività missionaria presso una comunità nomade indiana. Non conoscevo l'India. Avevo però degli amici in Bangladesh e decisi, prima di dare una risposta, di recarmi da loro per un mese. Dopo quindici giorni, accettai l'invito della Congregazione di Madre Teresa: da quindici anni alterno la mia opera missionaria tra l'India e il Bangladesh.

E' stato diverso il lavoro fatto in Italia da quello svolto negli altri paesi?
Il lavoro in Italia e in Brasile ha avuto una sua caratteristica, perché sia in Italia sia in Brasile gli zingari sono battezzati e quindi come identità sono cristiani. Si celebrava la vita cristiana all'interno dell'accampamento, si faceva la catechesi, la celebrazione dell'Eucarestia, si pregava, si cantava, si faceva tutto quello che un parroco fa nella sua parrocchia. Anche se ho sempre considerato la mia vita simile a quello di un monaco; per questa ragione, oltre che per dare ai miei fratelli zingari il senso della fatica, del lavoro, per condividerlo con loro - perché il lavoro è una realtà importante nella vita di una persona - scaricavo ogni giorno casse di frutta e di pesce ai mercati generali di Torino, ad esempio. Tutte le mie giornate sono state connotate da un'attività lavorativa insieme a loro. Poi facevo alfabetizzazione ai bambini e agli adulti, così com'è accaduto in Brasile, dove l'esperienza è stata davvero molto varia. E' un mondo particolare quello latino-americano, ricco di vita, di stimoli; anche la Chiesa è molto vivace, ha le sue fragilità e le sue ricchezze. C'è molto laicato: i laici si occupano di tutto e sono molto ricchi interiormente. E' stato molto bello lavorare con loro, gli adulti, i giovani, i bambini. Abbiamo anche avuto una vocazione, in quegli anni: un ragazzo zingaro che ha vissuto fino a 14 anni in accampamento ed oggi è un prete francescano.

Che cosa vuol dire vivere in accampamento?
Vuol dire vivere a diretto contatto con la natura. Dentro la casa ci si costruisce un mondo a propria dimensione. Fuori, si vive nel mondo che il buon Dio ci dona. Si contempla la pace, la tranquillità della natura stessa, la stessa religione la si sente più legata alla natura. E' una vita molto diversa.
Qual è l'elemento più importante, di pre-evangelizzazione in qualche modo, della sua attività con gli zingari?
E' molto importante, centrale, la scolarizzazione. Il bambino zingaro - in Bangladesh i bambini zingari sono 300.000 - generalmente, fa esattamente tutto quello che vuole. Gioca, si fa il bagno, conduce una vita estremamente istintiva, come quella degli animaletti della foresta, per ventiquattro ore al giorno. Se si riesce a farlo stare seduto anche solo tre ore al giorno, facendogli fare quello che dice il maestro, dopo alcuni anni di questo esercizio si sviluppa una struttura umana diversa, sempre più capace di scegliere con ciò che piace subito e adesso, ma ciò che è migliore per se stessi e per il proprio gruppo; il bambino diventa meno istintivo, più razionale. Non c'è avventura più bella che quella di aiutare un bambino a diventare più uomo o più donna. D'altra parte, quel che accade in Bangladesh, in India, rispetto ai bambini, non è molto diverso da quello che accade nelle società europee del benessere. Qui, è vero, i bambini hanno la scuola, ma insieme alla scuola gli si è dato tutto quello che chiedono e così li facciamo tornare nella foresta, riconsegnandoli alla vita istintiva e sottraendoli alla luce, alla razionalità, a Dio.

Ci descrive che cosa ha realizzato?
Ho realizzato l'"insalata" del mio monastero: la scuola. Quando i genitori vanno via dal campo, per lavorare, negli accampamenti nomadi nasce la società dei bambini. Sono loro che portano le pecore al pascolo. Sono andato un mese con loro al pascolo, per cercare di fare scuola, ma non c'è stato modo. Allora, ho mandato la scuola al pascolo. I bambini, a turno, apprendono dagli insegnanti direttamente sul luogo di ‘lavoro'. Ho iniziato così le scuole mobili, in India e in Bangladesh, dove l'insegnante vive con il gruppo e lo accompagna nel suo nomadismo, fa scuola due ore e mezzo al giorno, per sei giorni la settimana, con due tappe di vacanza di un mese per ogni anno. La Conferenza Episcopale indiana ha proposto di sovvenzionare questo progetto - che coinvolge 27 insegnanti - per tre anni. Ne ho preparato un altro che coinvolge 33 insegnanti.
L'insegnante segue gli alunni da due a tre anni, poi ricomincia col nuovo gruppo. Quasi ogni anno sono stati inviati alcuni di questi bambini da parenti stanziali a continuare la scuola.
Da tre anni esistono insegnanti d'appoggio: hanno frequentato la scuola superiore e universitaria e hanno buona esperienza. Questi passano 5 giorni in un gruppo, 5 in un altro e così via; in questo modo ogni due mesi ripassano 5 giorni con Io stesso gruppo, dove l'insegnante locale, con minore specializzazione, impara a sua volta come insegnare.

Come ci si organizza?
Prendiamo come esempio il gruppo di Dhaka. Ogni mese il gruppo di 12 insegnanti viene alla capitale, in una casa dei Missionari Saveriani. Là si fa un incontro e si organizza il mese. Alla sera ogni insegnante d'appoggio parte con l'insegnante che è venuto dall'accampamento e raggiunto lo stesso accampamento sta 5 giorni consecutivi con lui, poi torna a casa.
Il giorno 10 l'insegnante d'appoggio torna a Dhaka e un altro insegnante (con cui ci si è accordati precedentemente) viene a prenderlo e portarlo nel suo accampamento. Entrambi partono e l'insegnante d'appoggio sta 5 giorni consecutivi con questo insegnante nel suo gruppo. Dopo 5 giorni torna a casa. Il giorno 20 la stessa cosa. L'insegnante d'appoggio e l'altro si sono dati appuntamento a Dhaka e partono per il terzo accampamento. Si fa in questo modo perché chi è in movimento non può sapere dove sarà 10 o 20 giorni dopo.
C'è poi un tipo di scuola in aree "semisedentarie". In questi casi la finalità è diversa: mandare i bambini zingari alla scuola dello Stato. Generalmente in questi luoghi (vicino alle grandi città) le strutture scolastiche, nonostante tutti i limiti, ci sono, mai bambini zingari non ci vogliono andare, perché disprezzati e non sentono l'esigenza della scuola. Una scuola sul posto aiuta i genitori e i bambini a capire che la scuola è anche bella, oltre che importante, e nell'arco di due o tre anni possono passare alla scuola statale. Le nuove leve automaticamente si inseriranno nella struttura statale senza più bisogno di questa struttura "ponte". La scuola si chiude e si comincia altrove, dando opportunità ad altri. Questa scuola ha pure lo scopo di coinvolgere delle persone ad interessarsi degli zingari, e queste continuano anche quando la struttura "ponte" è finita.

Che cosa significa, per Lei, evangelizzare?
Negli ultimi anni ho scoperto alcuni gruppi nomadi che erano stati battezzati non si sa bene come. Hanno continuato a chiedere il battesimo. Non si possono chiamare praticanti, ma la loro identità è cristiana. Ad essi ho dato priorità nel mio lavoro, per cui oggi ci sono una settantina di insegnanti catechisti. Lavorando con questi gruppi nessuno ci può accusare di conversione perché, essendo battezzati (almeno di nome) sono già cristiani. Negli ultimi anni si è tentato un passo in avanti con i gruppi nomadi Mahali (di religione cristiana e di professione cestai) Si spostano in piccolissimi gruppi di due o tre famiglie e sostano pochi giorni in ogni villaggio dove intrecciano abilmente il bambù per fare cestini. Nel campo nomade dove vivo la maggior parte del mio tempo, in Bangladesh, mi sono incontrato con questi nomadi che sono mussulmani. Ho dovuto riconvertire tutta la mia vita di prete, perché fosse vivibile. E' proibita la questione della conversione, del proselitismo. Mi sento molto più monaco, così come le dicevo prima. Vivo i miei tempi per la preghiera. Cinque volte al giorno. Vado alla Moschea con loro. Mi metto a lato con il breviario, con la Bibbia e prego tra me e me, nello stesso luogo in cui loro pregano. Faccio le stesse attività lavorative che fanno loro. Per anni ho fatto anch'io l'incantatore di serpenti. Celebro Messa alle due di notte, ma non posso invitare nessuno. Quello che cerco di fare è che acquisiscano il valore della misericordia, del perdono, di rispetto dei diritti umani, soprattutto dei bambini, delle donne. Nessuno mi proibisce di parlare d'amore, di misericordia, di perdono. L'unica cosa che mi è proibita è quella di battezzare. Oggi, almeno per me, evangelizzare è una realtà molto ampia, vuol dire essere in mezzo agli altri, lavorare per la conversione del cuore. Se riesco ad aiutare qualche musulmano o hindu, anche un cristiano, a diventare migliore di quello che è, più misericordioso, meno violento, ad amare di più il suo prossimo, a rispettare i diritti degli altri, converto anche me stesso e tutto questo lo chiamo evangelizzazione. Ogni luogo è luogo da evangelizzare e ogni tanto qualche pianta nasce e un fiore spunta. Quando questo accade, è una cosa bellissima.
Dossier a cura di D.Q. - Agenzia Fides 2/9/2008; Direttore Luca de Mata


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