I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

PICCOLE GOCCE

Pioveva. Piccole gocce sottili come aghi. All’uscita della stazione Giulia guardava la folla frettolosa e pensava a quanto era stata sciocca l’idea dell’arrivo a sorpresa.

E se Marco non ci fosse stato? E se invece ci fosse stato il suo compagno di stanza? Dove avrebbe potuto andare? Non conosceva bene la città. Non aveva la più pallida idea di dove fosse la casa dello studente. Decise di prendere un taxi.giulia

L’autista era un ometto segaligno, dallo sguardo furbo e sgradevole. I suoi occhietti scuri la guardarono ironici quando lei diede l’indirizzo. Ma forse era solo la sua impressione. Fuori intanto la pioggia scrosciava ormai, sotto un cielo nero e gonfio.

La casa dello studente era un edificio anonimo, grigio dall’aspetto squallido, punteggiato da piccole finestre dai vetri sudici e opachi.

Scese dal taxi dopo aver pagato una cifra che le parve esorbitante. In pochi secondi fu fradicia.

Acqua nei capelli, lungo la maglietta leggera, dentro le scarpe. Solo i jeans spessi la riparavano appena. Fece una corsa fino al portone. Entrando si accorse che non c’era il portiere, e ora? A chi chiedere? Cominciò a guardarsi intorno, ai suoi piedi una piccola pozza d’acqua. Fuori il rombo di un tuono vicinissimo. Giulia rabbrividì e non resistette alla tentazione di tapparsi le orecchie e chiudere gli occhi.

“ Paura?” Una voce maschile piuttosto bassa, vicinissima. Aprì gli occhi.

Un ragazzo alto, quasi un uomo, belloccio, lo sguardo ironico, un sorriso strafottente sulle belle labbra. Provò un’antipatia istintiva.

“ Sei fradicia. Dove sei diretta?” Le chiese lui. Giulia rispose che cercava il suo ragazzo, ma chissà perché non gli disse chi fosse.

“ Reparto maschile, primo piano, le scale sono a destra.” Giulia lo ringraziò e fece per allontanarsi.

La voce di lui: “ Mi chiamo Giacomo.”, si perse alle sue spalle come un’eco.

 Ovviamente Marco non c’era, e non c’era neanche il suo compagno di stanza. Non c’era assolutamente nessuno. Giulia sentì salirle le lacrime agli occhi. Aveva freddo, era stanca, non sapeva dove andare. Cercò il cellulare nella borsa. Scarico. Ovviamente.

“ Secondo me dovresti cambiarti, prima che ti venga una polmonite.” Giacomo? L’aveva forse seguita? Giulia sentì un brivido di paura. Lo guardò. Sorrideva.

“E’ ovvio che il tuo ganzo non c’è. Vieni in camera mia così ti asciughi. Grondi acqua come una fontana!” Poi aggiunse: “ Tranquilla non sono Jack lo squartatore.”

Lo seguì docile senza sapere perché. Non si fidava di lui, eppure…Accidenti a Marco. Dove diavolo era? Stupida, mille volte stupida ad arrivare li senza preavviso. Ma questo Giacomo era attraente. Antipatico, odioso perfino, ma attraente. Alto, spalle larghe, gambe lunghe, messe in evidenza dai jeans strettissimi, aveva un viso dai lineamenti leggermente grossolani, resi ancora più irritanti dall’espressione eccessivamente sicura, quasi presuntuosa e dai modi spicci che mostrava. Eppure provava attrazione per lui. Aveva un’aria di uomo fatto laddove Marco sembrava ancora un ragazzino appena uscito dal liceo. Giacomo aprì la porta della sua stanza e la fece entrare.

Giulia notò un gran disordine e un’aria stantia di chiuso e fumo di sigarette.

“ Non sono un tipo ordinato.” Disse lui a mo di scusa.

“ Il bagno è di là. Spogliati. Ti porto qualcosa di asciutto da mettere.” Lo disse così semplicemente, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se la conoscesse da sempre e lei non fosse una sconosciuta incontrata per caso. La cosa assurda fu che Giulia ubbidì senza protestare.

La porta del bagno non aveva la chiave e lui entrò senza bussare mentre lei era in slip e reggiseno. La guardò insistente, facendola arrossire. Perfino la biancheria era fradicia, i capezzoli duri sembravano forare la stoffa leggera del reggiseno.

“ Togli tutto.” disse lui porgendole una tuta. “ E’ della mia ragazza, dovrebbe essere più o meno della tua taglia, a me piacciono piccole, le donne.” E rise con una risata franca che gli illuminò gli occhi.

La tuta era della sua taglia, ma conservava l’odore della sua proprietaria. Un odore denso, zuccheroso. Un misto di profumo, pelle e umori vari. Ma dove era finita? Giulia all’improvviso ebbe paura. Chi era quest’uomo? Perché l’aveva seguito? Che avrebbe detto a Marco?

Fuori dal bagno, nella piccola stanza un profumo forte di caffè appena fatto.

“ Stenditi sul letto, sarai stanca, ma prima bevi questo caffè. Vuoi un panino? Non ho molto dentro, ma posso portarti qualcosa.”

“ Va bene il caffè, non ho fame, sono solo stanca.” Rispose Giulia, sistemando i suoi panni bagnati sulla spalliera di alcune sedie.

“ Non c’è la tua ragazza?” Gli chiese.

“ Lei vive nel reparto femminile. Ma oggi non c’è, è andata a trovare i suoi.” La sua voce si perse nel rombo di un tuono. Giulia si tappò le orecchie impaurita. Odiava i tuoni, il loro rumore assordante, fin da quando era bambina. Ogni volta non riusciva a vincere la tentazione di chiudere le orecchie con il palmo delle mani. Bevve il caffè e poi si sedette sul letto, raggomitolandosi su se stessa. Nonostante tutto non aveva voglia di andare via di li, dove poi?

Lui le si avvicinò e la costrinse a distendersi e poi si distese a fianco a lei.

Perché non si ribellava? Perché lo lasciava fare? La stanchezza era più forte di tutto. Se almeno non ci fosse stato quell’orribile temporale che la lasciava atterrita e persa come fosse stata una bimbetta di pochi anni lasciata sola da sua madre.

Ma Giacomo in quel momento era così dolce, in contrasto con i suoi modi spicci. Disteso su un fianco accanto a lei, le accarezzava i capelli per rassicurarla ad ogni scoppio di tuono. Giulia percepiva l’odore del suo corpo, aspro, piacevole. Sentiva il calore della sua pelle attraverso i vestiti. Tutta la situazione era inconcepibile ed eccitante. Rabbrividì.

“ Hai freddo? Mettiti sotto le coperte.” Incredibilmente ubbidì. Non riusciva a non fare tutto quello che lui le diceva. Giacomo fece altrettanto.

Vestiti sotto le coperte era più eccitante che se fossero stati nudi. Lui cominciò a darle piccoli baci sul viso, ma senza sfiorare le labbra. Giulia chiuse gli occhi, lasciandolo fare. Giacomo intanto aveva cominciato ad accarezzarla, da sopra alla tuta. Le braccia, le spalle, i seni, il ventre, le gambe. Giulia restava immobile come paralizzata, desiderando solo che lui continuasse. Desiderando che lui la baciasse davvero. Il rombo dei tuoni, la inondava di adrenalina. Sentiva il cuore battere sempre più forte.

Finalmente lui la baciò, mordicchiandole labbra e poi spingendo la lingua nella sua bocca e facendole percepire ancora il sapore del caffè che aveva appena bevuto.

I suoi baci erano lenti, estenuanti e profondi. Era come sprofondare in un gorgo scandito solo dal rombo dei tuoni che spezzava il silenzio della stanza. Intanto, si era fatto buio. Solo i lampi illuminavano l’ambiente.

All’improvviso, Giacomo non era più lui, ma era anche Marco, e tutti gli uomini che aveva amato o anche solo desiderato. Giacomo era solo un corpo di maschio, il cui sesso turgido premeva, attraverso la stoffa dei jeans, contro il suo ventre.

“ Ti piace, vero? Con quella faccina pulita, invece ti piace da matti, essere toccata, anche se te ne stai li ferma,  immobile. Mi lasceresti fare quello che voglio, e che vuoi anche tu…Ma devi dirmelo, te lo voglio sentire dire…”

Ma Giulia taceva, gli occhi disperatamente chiusi, la pelle in fiamme che desiderava solo di essere toccata, dalle sue mani, dalla sua lingua.

“ E vediamo adesso queste tettine…” Disse lui infilandole la mano sotto la maglia della tuta, dove lei era nuda.

“ Però, niente male la ragazza! Le hai grandi. I tuoi capezzoli sono duri come bottoni. “ Disse, e le strizzò i seni con forza, facendole male.

“ Ti prego!” Gemette lei.

“ Ti prego cosa? Che continui a farti male, o che la smetta? Ma no, tu vuoi che continui, è vero?”

Giulia continuava a tacere. Era come una malia, che la teneva incatenata a quel letto, prigioniera del suo stesso desiderio che le pulsava nel ventre, incessante e intenso. Marco era un’immagine sfocata nel fondo della sua mente. Un ricordo confuso di gesti e di parole che all’improvviso le sembravano lontani come in un altro tempo e un altro spazio.

Ora esistevano solo le mani voraci di Giacomo, che le avevano strappato via i pantaloni della tuta e che le percorrevano il corpo senza ritegno, certe volte dolcemente, certe volte rapaci; e la sua voce roca, cattiva che diceva:

“ Guardala la ragazzina dalle grandi tette. Guarda come le piace. Stai impazzendo vero? Vuoi che te lo metta dentro, non resisti più. Sentilo…” e prendendole la mano, se la mise sul sesso che intanto aveva liberato dai pantaloni.

Giulia si sentiva umiliata eppure anche in quell’umiliazione aumentava il piacere. Il peso del corpo dell’uomo su di lei, i modi spicci con i quali la trattava così diversi dalla dolcezza di Marco, tutto questo aumentavano la sua eccitazione. Era consapevole di essere totalmente in suo potere. Lui avrebbe potuto farle di tutto perfino ucciderla, in quella stanza buia, in quella città sconosciuta e così lontano dal suo mondo, dalla sua vita di sempre.

La costrinse a voltarsi, il viso schiacciato sul cuscino, le bloccò le braccia al di sopra della testa, le allargò le gambe e penetrò in lei da dietro, con forza. Giulia urlò per il dolore e la vergogna. Ma lui non si fermò. Continuava a muoversi dentro di lei indifferente ai suoi gemiti al suo implorare di smettere. Eppure nel profondo di quella violenza, l’ombra del piacere faceva capolino e all’improvviso Giulia si accorse che perfino il dolore era piacere e le toccava l’anima…

Dopo, lui restò immobile, abbandonato sopra di lei. Squillò un cellulare, posato sul comodino. Lui l’afferrò:

“ Sandra, amore, com’è andato il viaggio? Certo che ti penso dolcetto. Lo sai che senza di te impazzisco. Torna presto amore, ti aspetto.” Com’era diversa la sua voce ora. Carezzevole, dolce.

Parlava alla sua donna, mentre lei aveva finito di esistere. Lui l’aveva lasciata col suo piacere insoddisfatto, col ventre che le pulsava e la pelle in fiamme. Riuscì a sgusciare via dal letto. Prese i vestiti che ora erano quasi asciutti e corse in bagno. Si lavò alla meglio, il corpo madido, il sesso grondante di umori. Si rivestì in fretta. Nel buio della stanza, cercò il suo borsone. Giacomo dormiva ora. Neanche si svegliò quando lei chiuse piano la porta, andando via come una ladra.

Non le aveva neppure chiesto il suo nome.

Come una sonnambula si diresse verso la stanza di Marco. Era tornato? Cosa gli avrebbe detto? Forse avrebbe fatto meglio a ripartire…

Intanto la mano, spinta da una volontà non sua, bussò alla porta, che si aprì quasi subito.

Marco era sulla soglia:

“ Tesoro, che sorpresa! Quando sei arrivata?” Intanto l’abbracciava forte, affondando il viso nei suoi capelli…” Amore quanto mi sei mancata!”

 

ULTIMI FUOCHI ALL'OMBRA DELLA SERA

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