I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

OGGI DOMANI SEMPRE

Hai detto : “Facciamo un giro?”

 Un giro dove? E come?

In piazza c’è musica stasera. Ci sono gli amici e tu vuoi andare chissà dove e chissà perché.

Ti guardo. Sorridi. Il solito sguardo da ragazzo, trasparente, sincero. Alzi le spalle e torni a chiedermi: “Facciamo un giro in macchina?”

“ E sia !” Ti rispondo. Gli altri ci guardano perplessi, curiosi, quasi diffidenti.

Mi viene da ridere. All’improvviso mi sento in imbarazzo senza sapere perché. Però ti seguo.

Ci allontaniamo, la musica ci insegue nelle prime ombre della sera. Il tramonto è sfocato. Un improvviso scirocco ha reso densa l’aria di un’umidità fastidiosa e calda.

Tu cammini davanti a me, la testa alta, sembra quasi tu voglia segnare una distanza fra di noi e mi chiedo perché.

La tua macchina è parcheggiata lontano. Ci salgo titubante. E adesso? Ci sarà un motivo per questo invito, ne sono certa , ma preferisco non pensarci. Siamo amici, no? Che sarà mai un giro in macchina in un giorno come tanti. La tua donna ti aspetta a casa. Tu la raggiungerai più tardi.

Passerete insieme la vostra serata di coppia. Che sarà mai un giro in macchina con me!

Metti in moto nel traffico caotico dell’ora di punta. I fari ci accecano, è già così sera. Non me n’ero accorta.

Parli. La tua voce allegra  è un salire e scendere di toni sull’orlo delle tue battute. La tua allegria è contagiosa. Ridiamo come due ragazzini, ma intanto hai preso per la periferia. C’ è poco traffico ora.

Il buio intorno è fitto. Ho caldo. Forse potrei fumare! Ma no, ti darebbe fastidio. Mi guardi. Nel buio i tuoi occhi brillano, ma dove mi porti?

Abbasso il finestrino, tu sorridi sornione.

Sento come una strana inquietudine. Come un brivido sul fondo del cuore. Una dolcezza che scivola dentro di me come una musica. Tu accendi la radio. Ecco, una canzone d’amore, ovvio.

Perché mi piaci? Cosa c’è in te che mi attira tanto? Forse quel tuo sorriso di ragazzo, forse la tua allegria. O forse il tuo corpo, quel modo di muoverti elegante e sornione, forse quel moto delle tue sopracciglia quando sorridi, che disegna giovinezza, nel reticolo delle tue piccole rughe.

Ora guidi in silenzio, in strade sempre più vuote. Il tuo profilo si staglia sul vetro del finestrino. Accelleri. La mano impugna, forte, la leva del cambio. I muscoli guizzano sul braccio lasciato nudo dalla manica del maglione tirata su. E’ così sensuale la forza che imprimi al motore, pigiando sui pedali. “Dove andiamo?” Ti chiedo.

“ Fidati.” Mi dici e sento che invece non dovrei fidarmi. Alle nostre spalle le luci della città e davanti a noi i filari scuri degli alberi che ci guidano verso il buio della campagna deserta.

Il tempo è sospeso nei tuoi discorsi distratti come se pensassi ad altro. Ad un tratto mi afferri la mano e la guidi verso il tuo addome, io ti lascio fare docile e incerta.

“ Senti? Li senti i miei addominali?” Lo dici ridendo come fosse uno scherzo. Io non sento nulla se non la stoffa ruvida del maglione. Intanto ti fermi al margine della strada, là dove gli alberi degradano  verso una specie di spiazzo di terra battuta. Ti inoltri in quella direzione, fermandoti in un punto dove le luci dei  fari delle macchine di passaggio non possono raggiungerci. Appoggi il gomito sulla spalliera del mio sedile e ti metti a giocare con i miei capelli.

“ Cosa cerchi in un uomo, Rita?” Dici sussurrando, mentre con l’altra mano mi accarezzi il viso dolcemente.

Cosa cerco? Forse me stessa nello specchio degli occhi degli uomini che mi amano. Ma non posso dirtelo. Non è questo che tu vuoi sapere e allora ti rispondo banale, che cerco un uomo che mi intrighi, che mi incuriosisca, che si faccia rincorrere senza farsi raggiungere.

“ E io ti incuriosisco?” Mi chiedi. Le tue dita mi sfiorano le labbra, e un brivido mi coglie impreparata.

“ Tu mi piaci.” Rispondo prima ancora di pensarci.

Squilla il tuo cellulare, spezzando il momento. E’ lei.

E’ lei che ti cerca, col diritto del possesso, chiedendoti dove sei,  cosa fai, e tu le rispondi affettuoso e falso, in quel momento, preso come sei ad accarezzarmi. Mentre tu parli con lei, io ti accarezzo i capelli che hai scuri e folti. Lascio scorrere la mano sul tuo torace e poi sotto il maglione. Ti slaccio i bottoni della camicia, per cercare la tua pelle.

I tuoi occhi mi implorano, “smettila!” sembrano dire. La tua voce è spezzata, ma lei non se ne accorge. La tua pelle è calda sotto le mie dita. E il lobo del tuo orecchio ha un gusto aspro e salato.

Tu bloccato in quella telefonata infinita e io padrona del tuo corpo che la situazione ha reso vulnerabile.

Lascio scorrere la mano sulla tua gamba. Sotto il jeans i muscoli si tendono, ma lei parla e parla, e tu non riesci a trovare le parole per spezzare senza sospetti quel fiume di parole.

Ti bacio  il collo. Mi prende aspro il profumo della tua colonia, quel misto di muschio e carne che mi piace tanto, intanto gioco con la rada peluria del tuo torace. Ti sento rabbrividire.

“ Che cerchi tu in una donna?” Vorrei chiederti. Non ti darò il mio corpo. Non ora, non in questo momento. O forse si, mentre lei ti parla. E’ questa la sfida più grande. Il mio potere su di te.

Certo e perché no? Cosa cerchi in una donna, dimmelo tu ora. Cerchi la carne morbida, il profumo della pelle, l’odore vischioso del sesso? Oppure cerchi la trasgressione, sfuggire alla noia di giornate sempre uguali, di sensazioni ed emozioni provate all’infinito. Perché no dopo tutto?

Mi strappo quasi di dosso le poche cose che separano te dal mio piacere. Esploro il tuo corpo e tu non ti difendi, non vuoi, non puoi senza tradirti con lei così lontana e così vicina.

Tu continui a parlarle, estenuato e vinto, io ti slaccio la cintura dei pantaloni. La cerniera non scorre e tu sembri basito. All’improvviso hai perso il controllo e non sai cosa fare. Intanto lei ti insegue con discorsi assillanti: “ Dove sei? Che fai? Ti aspetto il piazza fra mezzora…In piazza? E dov’è ora la piazza? Forse su un altro pianeta, forse su un altro mondo, in un altro tempo, mentre io ti sono salita in grembo e ti ho guidato dentro di me. Troppo presto? Forse. Guastando il gioco della tua seduzione, che avresti voluto prolungare ancora un po’, vedendo in me un’ingenuità che non ho e forse non ho mai avuto. Certo non ti aspettavi queste mie carezze sfacciate, questi miei baci insinuanti. Queste mie mani rapaci che non ti lasciano scampo.

 Ma lei ti parla e tu rispondi a piccoli scatti nervosi. Parole senza senso, parole che si inseguono sull’onda delle spinte che io imprimo al tuo corpo. Sento la sua voce distorta dal microfono, in uno squittio aspro: “ Che hai? “ Dice, anzi grida” Che ti succede? Stai male?” Tu chiudi gli occhi e non rispondi, mentre un gemito ti sfugge dalle labbra e il cellulare ti cade di mano e rotola sotto il sedile. Nel silenzio la voce di lei è un inutile ronzio che non disturba i nostri baci, nella notte sempre più nera …

Fra un minuto, fra cent’anni, torneremo alle nostre vite e tu tornerai da lei, ma adesso nel buio tu hai un solo padrone, il fuoco dei nostri corpi avvinghiati, fra i vetri appannati che ci separano dal mondo. E quando infine gridi il mio nome nel buio della notte complice, io lo so che porterai impressa nell’anima, la mia immagine. Oggi, domani, sempre…

 

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