I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

LA FOTO

Avevi un’aria invincibile, in piedi su quella roccia.

Gli occhiali da sole, uno strano cappello, una maglietta bianca con le maniche corte, i pantaloni coi tasconi.

Era estate in quella foto.

E’ così che ti vedo quando ti penso. Il tuo corpo slanciato in quella posa noncurante, dalla quale sembri guardarmi con un che di ironico nell’espressione, come se già prevedessi allora, che mi avresti preso l’anima e non solo quella.

Ma il tempo non esiste, la realtà è solo una proiezione circolare che ci imprigiona, basterebbe una prospettiva diversa e tutto assumerebbe un’altra forma e un’altra realtà.

Quella della tua voce che mi sussurra parole d’amore nascondendole dietro discorsi innocenti, spruzzati di allegria.

Così l’immagine di te che quella foto mi restituisce immobile, per sempre imprigionata nell’attimo in cui fu scattata, all’improvviso prende vita e corpo, calore e sangue…

 Ti guardo. Non voglio che tu mi veda. Non subito almeno. Voglio riempirmi gli occhi della tua figura.

Mi dai le spalle, in piedi nella hall  di quell’albergo sconosciuto, mi aspetti. Ti guardi in giro nervoso e per questo l’espressione del tuo viso è dura, quasi scontrosa.

Non ci sei abituato.

Non ci sei abituato ad incontrare una donna in un albergo anonimo. Ti sembra quasi che non sia giusto per te, per me, eppure forzandoti sei qui ad aspettarmi con le farfalle nello stomaco e una tensione nel cuore perché è inutile negarlo, non è per parlare che ci incontreremo.

Dall’angolo scuro nel quale mi nascondo, continuo a guardarti. Voglio lasciare il desiderio crescere dentro di me e penetrare ogni poro della mia pelle, mentre i miei occhi ti accarezzano lenti e indugianti.

Hai un pullover di un rosso cupo su un paio di pantaloni antracite che ti disegnano i fianchi nervosi e la camicia azzurra aperta sul collo.

Guardi nervoso l’orologio, ti stai forse chiedendo il perché del mio ritardo.

All’improvviso mi sento nervosa. Vorrei che il mio aspetto fosse perfetto e mi liscio il vestito sui fianchi rabbrividendo, ma non per il freddo.

E’ il pensiero delle tue mani che presto percorreranno lo stesso sentiero…

Mi faccio coraggio ed esco dal mio angolo, nel momento stesso che tu ti giri e mi vedi…

Sorridi, con quel tuo modo trattenuto di sorridere e il tuo sguardo sembra distante forse freddo, ma lo so che non è così perché mi vieni incontro con lunghe falcate impazienti per fermarti appena ad un passo da me senza abbracciarmi.

E’ strano come non ci vengano parole da dirci, noi che abbiamo vissuto solo di parole per mesi, per anni. Tiri fuori dalla tasca la chiave della stanza. Ti ci aggrappi come ad un’ancora, puoi ancora salvarti dalla passione che provi per me, puoi ancora salvarmi.

Perché c’è un punto di non ritorno, oltrepassato il quale, tornare al “prima” sarà impossibile.

Tornare al “prima” sarà un dolore inevitabile e tenace che ci accompagnerà per sempre.

Lo oltrepassiamo insieme, quel punto, camminando l’uno affianco all’altra, senza neanche sfiorarci, tanta è la tensione che ci unisce e che come un’aura ci circonda palpabile e densa tanto che le persone presenti ci guardano incuriosite come se la percepissero. Ma  forse è solo la nostra impressione, perché non ci siamo abituati a quest’amore così violento che ci ha preso, che ci sconvolge i pensieri e il sangue.

La chiave ti scivola di mano mentre cerchi di inserirla nella toppa e cade per terra con un assurdo tintinnio che sembra riportarci alla realtà. Mi chino a raccoglierla e la inserisco con gesti lenti.

All’improvviso mi sento tranquilla. Sono dove voglio essere.

Ci chiudiamo la porta alle spalle e rimaniamo fermi a guardarci. I tuoi occhi sembrano pozzi scuri nei quali mi sembra di affondare.

E’ un attimo e le tue braccia mi stringono. Le tue labbra sono feroci, mordono più che baciare, ma la tua bocca sa di buono. Ti bacio il viso, il collo, lasciandoti sulla pelle, l’impronta del mio rossetto o forse della furia che sento. Ti strappo quasi il pullover mentre tu mi aiuti a sfilarlo tirandolo con frenesia. Ti sbottono la camicia. La tua pelle è calda e liscia sotto la leggera peluria che la copre e segna un sentiero verso il basso, dove le mie mani scivolano frenetiche.

Apro la cintura, ma tu mi fermi. E’ il tuo momento. Le tue mani scivolano sul corpo mentre continui a baciarmi, afferrano il vestito e brutalmente lo tirano su per i fianchi, e poi ci si insinuano sotto arrivando alla carne che le autoreggenti lasciano scoperta e ancora al perizoma che ho acquistato apposta per te, per questo incontro.

Una parte di me resta lontano da quella scena frenetica dove insieme ai vestiti sembriamo strapparci la pelle e i pensieri. Una parte di me si chiede cosa è mai questa follia che mi ha spinto fino a te, in questi miei abiti inusuali, scelti apposta per accendere il tuo desiderio. Se sono veramente io questa donna stretta al tuo corpo che le tue mani stanno violando.

E’ amore questo? E’ l’amore che ci siamo scambiati in dolci discorsi sentimentali e romantici che ci riempivano i pensieri di tenerezza, quasi fossimo due adolescenti alla prima cotta e non l’uomo e la donna che in realtà siamo?

Ma tu hai fretta. Freneticamente mi sollevi a stringerti i fianchi con le gambe e trovi la strada del mio sesso e senza esitare, entri dentro di me con lunghi colpi violenti che mio malgrado, mi strappano un gemito.

Facciamo l’amore così, addossati al muro e quasi non ti riconosco fra un bacio e l’altro, il viso stravolto da un desiderio senza piacere.

Con movimenti confusi e a tratti goffi, senza staccarti da me, ti sposti verso il letto dove ci lasciamo cadere…

E’ così dunque, a tal punto accendi la mia fantasia, da trascinarmi in questo vortice di sensi e sesso, dal quale è sparita ogni tenerezza eppure sento che ti ho aspettato una vita. Per una vita ho aspettato il tuo corpo d’uomo, i tratti nervosi del tuo viso e quello sguardo scuro che affonda in me come un coltello affilato. E ho aspettato anche questo tuo modo di prendermi, a tratti violento e senza preamboli, quasi che l’impulso invincibile del desiderio, voglia raggiungere il centro più profondo del mio essere, per lasciarci un’impronta di fuoco e di dolore.

Dopo scivolo esausta, nel sonno. Accucciata contro la tua carne di cui sento l’odore aspro e salmastro, bagnata dei tuoi umori che si sono fusi con i miei.

Quando mi sveglio è già sera, forse. Nessuna luce penetra dagli scuri chiusi. Accanto a me tu non ci sei, ma sento scorrere l’acqua della doccia attraverso la porta del bagno che tu hai lasciato socchiusa. Mi alzo. Sento le gambe molli e un languore dolciastro che insieme al corpo sembra aver invaso anche l’anima.

Nel bagno, ti vedo nel vapore denso che invade la stanza. Inconsapevole di me, te ne stai ad occhi chiusi e l’acqua scivola sul tuo corpo, sul viso, sui capelli. Sembri preso da una tua fantasia segreta che mi esclude e la schiuma che spandi sulla pelle, guida le tue dita nervose in gesti che sembrano carezze solitarie. E così mi riprende il desiderio di te, improvviso e feroce. Mi avvicino e tu finalmente ti accorgi della mia presenza e sorridi. Nel box ci stiamo stretti in due ma non importa. L’acqua mi da un immediato sollievo. Comincio a insaponarti le spalle e la schiena e poi i fianchi, il torace e tu mi lasci fare divertito, in una passività che è attesa, i muscoli tesi sotto la pelle, lo sguardo acceso. E’ come un gioco. E’ una doccia che dura mille anni. Ma poi i miei gesti si fanno carezze e si mischiano alle tue. Tuttavia non abbiamo fretta ora. Possiamo asciugarci con calma, scherzando fra noi come ragazzi.

“ Ho fame.” Esclamo. “ Anch’io.” Rispondi e mi mordi leggermente una spalla per poi baciarmi dolcemente il collo.

Torniamo a letto, avvolti nei nostri asciugamani. La notte è breve. Domani le nostre vite ci aspettano e non ammettono ritardi. Abbiamo strappato questi momenti ad un destino beffardo che ci ha fatto incontrare, soltanto per tenerci divisi per sempre. Lo sappiamo entrambi e forse questo colora d’ombra i tuoi occhi mentre riprendi a baciarmi con dolcezza ora mentre le mani disegnano ghirigori di emozioni sulla mia pelle.

Chissà perché mi accorgo che l’unione dei corpi era un dettaglio, un ritornare a casa e riconoscerci.

E il piacere è solo il volto nudo dell’amore, la sua espressione più povera, ma l’amore che provo per te, va ben al di la del tuo sesso che mi penetra e delle tue mani che mi esplorano ed sarà l’unica cosa che rimarrà di questa notte e che supererà il delirio doloroso della tua assenza a cui non c’è rimedio…

Era estate in quella foto. Ed è così che ti vedo quando ti penso. Il tuo corpo slanciato, la maglietta sottile, le gambe snelle e il desiderio che non mi lascia mai, quando i miei pensieri raggiungono i tuoi e li afferrano per non lasciarli.

La realtà è solo un punto di vista nei sentieri imprevedibili del possibile…e nel possibile ti ho incontrato e ti appartengo…per sempre.

 

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