I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

L'ODORE DEL SANGUE

Sila aveva le mani sporche di sangue. Continuava a lavarle, lavarle all’infinito, ma le macchie rimanevano e, sotto, la pelle si screpolava.
Sila sentiva il sangue scorrerle fra le gambe, lungo il ventre pulsante. Sentiva il suo odore dolce e nauseante che la soffocava. Chiuse gli occhi. I suoi grandi occhi liquidi e verdi, remoti e persi in ricordi dolorosi. Infilò la felpa slabbrata dentro la quale le forme acerbe del suo corpo si perdevano fino ad annullarsi. Strinse la cintura dei jeans sul ventre piatto.
Fuori il mondo aveva l’aspetto disperato e sconnesso di un film dalla pellicola consunta.
Rumori e odori l’assalirono violenti, facendola rabbrividire.
La strada era affollata, nell’ora di punta di uomini, donne, vecchi ragazzi indifferenti e in corsa dietro a sogni perduti, verso il nulla.
Sila si diresse a passo svelto verso una meta inesistente. Il cuore in frantumi e l’anima dispersa.
Cristo quella tristezza opaca che l’avvolgeva. E quel sangue negli occhi, nelle mani, nel ventre. Cristo era quello il dolore. Quel fango molle che inghiottiva i suoi giorni. Che disperdeva le emozioni in un’inutile rabbia sterile.
E non c’era niente, niente che potesse riempire il vuoto. Il buco nero che aveva dentro e nel quale scomparivano sogni e desideri prima ancora che lei riuscisse a formularli.
Affrettò il passo verso un destino ignoto eppure già conosciuto, già previsto, già desiderato.
Lui l’aspettava seduto in macchina. I capelli grigi e folti, quasi bianchi, lo sguardo duro degli occhi taglienti. Le labbra sottili strette in una smorfia di disappunto.
Quella mocciosa stupida e imperfetta, nonostante tutti gli sforzi, che lo guardava ora in piedi accanto alla macchina, non gli dava che delusioni continue. Era così stupida così imperfetta, come una bambola mal riuscita, nei suoi straccetti di poco prezzo.
Entrò in macchina senza parlare. Eppure doveva essere stupita, ma non lo dava a vedere. Lo guardava senza eccessiva curiosità. Lupo, si era lui Lupo e lei era Alice, certo. Alice nel paese delle meraviglie. Che stupidi nick si erano scelti. Alice e Lupo, Lupo e Alice si incontravano sempre ogni pomeriggio, su quel territorio del mai che erano le chat.
Lui l’aveva capito subito che lei era una stupida ragazzina imbevuta di fandonie . Quello che non aveva capito era che lei non era imbevuta di fandonie ma di sangue e dolore, di rabbia e impotenza.
Lui si era mostrato giovane, più di quanto lo fosse realmente. Qualche ritocco alla foto che le aveva mandato e il gioco a senso suo era fatto. Il resto l’avrebbe fatto la macchina di grossa cilindrata e il portafogli gonfio.
Stupida ragazzetta senza tette, gli era sembrata più graziosa sullo schermo del computer, invece era stropicciata e banale.
La portò in un motel fuori città. Lei lo seguì senza protestare. I jeans sdruciti strisciavano per terra, la maglietta slabbrata non sembrava neanche troppo pulita. L’uomo si vergognava un po’ davanti allo sguardo diffidente dell’addetto alla reception. Consegnò i documenti, evitando di guardarlo. Non è che questo scemo pensa che lei è minorenne! rifletteva l’uomo. E se invece lo fosse stata? Se invece lei gli avesse mentito sull’età? Sai i guai. A guardarla sembrava in effetti così giovane. Ma no, che scemo! Guarda le rughette di espressione intorno agli occhi, e quei capelli stinti e estenuati, doveva aver superato da un pezzo i venti anni, ma il corpo era quello di una bambina invecchiata troppo presto.
La camera era di quelle scialbe , anonime e squallide dei motel. Il copriletto a fiori, dai colori vivaci e pacchiani, la mobilia anonima, il lampadario dozzinale che spandeva anche in pieno giorno una luce gialla e sudicia.
L’uomo si sforzava di trovare parole da dire, le stesse parole che le aveva detto per giorni sullo schermo del computer o per telefono, aspettando quell’incontro che ora aveva all’improvviso perso per lui ogni significato.
Lei al contrario non parlava. Come una bambola di gomma si lasciava toccare, baciare e poi spogliare senza un minimo di partecipazione. Solo dallo zainetto consunto non si separava, stringendolo in una mano mentre lui invano, cercava di farglielo lasciare.
I baci di lui, sapevano di sigaro e colonia, la pelle di lei di animale selvatico, di sale e aria, di lacrime e pioggia. Sotto i vestiti il corpo dell’uomo aveva la consistenza sottile e stropicciata della pelle dei vecchi; di quel rosso sbiadito e secco, appena interrotto dalla bianca ombreggiatura della peluria. La carne era flaccida e morbida, i movimenti lenti e preparati.
La pelle di lei era sottile e pallida, e copriva appena le ossa sottili. Il ventre incavato degradava nel sesso ombreggiato di peluria sottile come quella dei bambini. Le gambe magre erano solcate dalla filigrana bluastra delle vene. Gli occhi di lei insondabili e assenti rimasero arrovesciati verso il soffitto, mentre lui la penetrava senza tenerezza, alla ricerca di un piacere sterile e solitario.
Ma Sila sentiva il sapore del sangue nella bocca, e il rosso del sangue che inondava il suo cervello, mentre ricordava altre mani fameliche, un’altra bocca, un altro sesso fra le gambe. La mano aprì lo zaino dal quale non si era separata e che ora giaceva affianco a lei, nel letto. Con movimenti veloci, estrasse un paio di forbici dalla punta aguzza, e le piantò senza esitazione nella schiena lentigginosa dell’uomo sopra di lei. Il punto scelto con precisione, in un gesto ripetuto altre volte, che fece scivolare via la vita dall’uomo senza che lui riuscisse ad emettere il minimo lamento.
Sgusciò da sotto il corpo dell’uomo con una certa difficoltà. Non c’era molto sangue, l’emorragia era stata interna e contenuta, ormai si era impratichita a sufficienza.
Ne aveva uccisi tanti, per non avere ucciso il primo e il solo che aveva violato il suo corpo in un tempo così lontano che quasi non lo ricordava più.
Li cercava sul web. Ne trovava sempre uomini disperati e soli, o solo porci e viziosi, uomini e basta.
Ci voleva poco. Dopo tutto cercavano sempre e solo una cosa: sesso a poco prezzo, fingendo che fosse amore o non fingendo affatto.
Andò in bagno, si lavò alla meglio, specie le mani che non restasse traccia alcuna di sangue. E strofinava, e strofinava col sapone dozzinale, fino a scorticarsi la pelle, ma del sangue sentiva l’odore dolciastro e nauseante. Si rivestì con cura, lentamente. Prese le sue poche cose, lo zainetto e uscì chiudendosi con calma la porta alle spalle.
Nella hall, il portiere di notte sonnecchiava russando nel suo cantuccio. Nemmeno si accorse che lei usciva. Il buio la inghiottì in un attimo, come le ombre cupe dell’inferno….

“ Il killer dei motel ha colpito ancora. Un uomo di mezz’età è stato rinvenuto cadavere nella sua stanza, colpito alla schiena con un’arma da taglio appuntita che non è stata trovata. Aveva avuto rapporti sessuali il che fa pensare come negli altri casi che il killer sia una donna. Nessuno ricorda con precisione chi lo accompagnava….”

ULTIMI FUOCHI ALL'OMBRA DELLA SERA

il ventre profondo dell'america