I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

IL FUOCO SOTTO LA PELLE

Non credere che io voglia giustificarmi. Non ci penso nemmeno. So quanto sei rigida. Quanto tu non ammetta debolezze né in te stessa né negli altri. Ti conosco troppo bene.

Piuttosto mi chiedo se i lunghi anni della nostra amicizia basteranno, col tempo, a farti dimenticare…

Mi hai detto che ti ho mancato di rispetto. Davvero? E perché? Perché eravamo in casi racconti di alice H.a tua? O cos’altro? Perché ti ho distrutto l’illusione dell’amicizia asessuata che pensavi dovesse unire il nostro gruppo? Le cose non sono mai così semplici, credimi, e io non credevo, non pensavo, non avrei mai immaginato che accadesse ciò che è accaduto….lascia che ti racconti, dal mio punto di vista che il tuo lo conosco fin troppo bene.

E’ stata tua l’idea della pizza a casa tua, non puoi negarlo. Dopo quella lunga giornata di mare eravamo tutti in piazza a cercare un’improbabile frescura, estenuati, bruciati dal sole. Tu hai detto:

“ Ragazzi prendiamo una pizza e andiamo a mangiarla a casa mia.” Siamo stati tutti d’accordo, ricordi? Sembravamo un branco di ragazzini affamati invece che uomini e donne adulti e ragionevoli.

La casa tua è stretta, accalcati gli uni sugli altri, abbiamo aperto il tavolo del soggiorno. Hai tirato fuori dal frigo le birre e tu hai stappato il vino, poi hai detto agli uomini di andare a prendere le pizze.

Sei un’organizzatrice nata tu. In quattro e quattr’otto hai organizzato una cena: formaggi, salame piccante, olive, c’era di tutto perfino il dolce e i liquori.

L’aria era satura di allegria. Eravamo tutti su di giri per il caldo, le risate le battute….perché anche a te piace scherzare e non ti tiri mai indietro davanti a qualunque gioco.

Fabio mi piace, lo sai, ma non in senso erotico, credimi. Direi piuttosto una simpatia istintiva dettata dall’allegria che emana da lui, da quell’aria di eterno ragazzo che si porta addosso con noncuranza voluta. In jeans e camicia, i capelli scuri e gli occhi brillanti, sembrava un adolescente in vena di giocare. Abbiamo sistemato le pizze fumanti sul tavolo e abbiamo cominciato a mangiare.

Lui era a fianco a me, così vicino da sentire il calore del suo corpo attraverso i vestiti. Il suo braccio nudo sfiorava il mio involontariamente, e nel suo muoversi, sentivo il leggero afrore del suo sudore misto alla colonia che indossava. Si sporgeva a parlarmi sottovoce ricordi? Sentivo il suo fiato caldo accarezzarmi il collo. Tu lo provocavi.

“Fabio- dicevi- che fai? Smettila di fare il galletto, che non c’hai i numeri!” Lui stava al gioco e per scherzare mi cingeva le spalle con un braccio. “ Giulia- diceva -che pelle calda che hai. Stai andando a fuoco. Hai preso troppo sole…” E nel dirlo, mi sfiorava la spalla con la mano, ma era tutto un gioco, allora….ancora…

Non voglio dire che sia stato il vino, però lui lo bevevo senza esserci abituato, un bicchiere e poi ancora un altro…Guardavo le sue guance arrossate, i capelli scomposti sulla fronte. Ad un tratto si è alzato, ha slacciato i bottoni della camicia fin quasi alla vita e attraverso la stoffa scostata vedevo la pelle abbronzata e quasi glabra del suo torace…

E’ stato allora? Sembrava così giovane, così desiderabile…O forse tutti quei discorsi frivoli che facevamo, così insulsi, ma così divertenti. Ridevamo con nulla e per nulla, come se gli anni che ci portiamo addosso fossero svaniti d’incanto, in quella temporanea, superficiale, effimera adolescenza ritrovata.

Mi alzai, all’improvviso avevo un caldo tremendo. Uscii in terrazza per rinfrescarmi e mi appoggiai  alla ringhiera guardando in strada. Alle mie spalle le vostre voci, le risa, il rumore.

Davvero avevo preso troppo sole, sentivo un caldo insopportabile invadermi tutta, e un leggero malessere a chiudere la bocca dello stomaco. La pelle irritata mi bruciava, provai un vago capogiro.

D’un tratto all’improvviso, lui era alle mie spalle.

il satyriconAppoggiò le mani sulla ringhiera. Mi imprigionò come in un abbraccio, aderendo col suo corpo al mio. Sentivo il suo ventre sfiorarmi le natiche. Il suo torace premeva sulle mie spalle. Ero in trappola, stretta fra le sue braccia, senza potermi girare. Ma lui si scostò, spostandosi al mio fianco. Nel buio i suoi occhi brillavano come quelli di un gatto. Fece scivolare giù la spallina del mio vestito, con un tocco leggero della mano. “ Hai preso troppo sole, Giulia. Hai le spalle bruciate, vedrai che questa notte non riuscirai a dormire…” Avvicinò il viso al mio, credetti che volesse baciarmi, invece cominciò a soffiare piano sulla mia pelle bruciata, come si fa con i bambini quando si fanno la bua.

Rabbrividii. Era una sensazione stranissima, un misto di piacere e di dolore. Poi lui mi sfiorò la pelle con le labbra. Le aveva fresche, ristoratrici. Intanto la sua mano si insinuò fra i miei capelli, e, intrecciando le dita ai miei ricci, in una lunga estenuante lenta carezza, sfiorò con la punta delle dita il lobo dell’orecchio  poi ancora scese ad accarezzare la nuca. Lo guardai. Anche lui mi stava guardando. Il suo sguardo era denso, vischioso, mi scivolava dentro inondando il mio corpo di uno strano languore.

Una sensazione dolce, quasi caramellosa che mi inondava le viscere dandomi le vertigini.

Prima ancora di pensarci, gli accarezzai il viso, e poi le spalle, scivolando lungo il solco della sua schiena. Sotto la camicia i suoi muscoli si tesero. Percepivo il suo odore sempre più aspro, ma non sgradevole. Gli umori della sua pelle mista all’odore del mare…Poi tu ci chiamasti.

Lui si irrigidì, ma a malincuore tornò fra di voi.Io al contrario, restai dov’ero, cercando di riprendere il controllo delle mie emozioni. Non era facile a quel punto. Ma tu tornasti a chiamarmi e dovetti rientrare.

Mi chiedo spesso cosa si nasconda dietro la donna che sei , dietro la maschera che indossi e della quale sembri inconsapevole. Mi chiedo se hai ancora desideri ad agitarti le notti, o se ti appaga, grato, l’uomo che ti è compagno dal tempo lontano della tua giovinezza. Dai l’impressione di inossidabili certezze, senza mai dubbi né ripensamenti. Sei sempre pronta a vedere negli altri la più piccola debolezza, a coglierne il minimo fallo e riesci perfino a convincerci tutti che tu non sbagli mai.

“ Usciamo, e andiamo a mangiarci un gelato.” Dicesti. La voce acuta, entusiasta e allegra. Tutti si dissero d’accordo. Lui taceva. Quanto a me, mi sentivo delusa. Ancora eccitata, non sopportavo di non poter prolungare il piacere sottile della vicinanza di Fabio. L’incanto, il momento magico era svanito. Restava solo un vago imbarazzo. Dovevo avere certo un’espressione strana dipinta sul viso, perché tu pensasti che non stavo bene. Mi guardasti curiosa e preoccupata.

“ Senti, perché non ti stendi un po’ sul mio letto, così ti ripigli e poi ci raggiungi fuori?” Dicesti. Io accettai grata. Avevo voglia di riprendermi. Di tornare padrona di me stessa.

Il vino bevuto, il gran caldo, mi facevano sentire strana e nervosa. Avevo bisogno di pensare al comportamento di Fabio per capire come avrei dovuto comportarmi. Far finta di nulla? Dopo tutto nulla di importante era veramente accaduto, eppure sentivo che qualcosa nei nostri rapporti era cambiata. Niente sarebbe stato come prima.

Finalmente usciste tutti e la casa tornò silenziosa. Andai in bagno a rinfrescarmi un po’. Mi sentivo sollevata. Poi entrai nella tua stanza  e senza accendere la luce, mi sdraiai sul letto di traverso, dal soggiorno la luce disegnava strane forme sui muri e tutto era immerso in una piacevole penombra.  Chiusi gli occhi. Fu allora che suonò il campanello dell’ingresso.

Pensai che tu avessi dimenticato qualcosa, ma non avevi le chiavi? Avrei dovuto pensarci che non potevi essere tu. Invece andai ad aprire senza alcun sospetto ed era lui…

Sorrideva. Entrò senza esitazione e si diresse in silenzio verso la camera da letto.

Lo seguii stupefatta, senza neanche pensarci.

“Ho dimenticato il cellulare sul comò.” Si decise a dire. Ma capii che era una scusa. Il suo sguardo era torbido, quasi ironico. Mi venne vicino. Alzò il braccio ad accarezzarmi il viso.

“Sei bella” Disse. La voce bassa e roca del desiderio appena trattenuto. Io chiusi gli occhi. Volevo che mi baciasse, volevo sentire le sue braccia intorno al corpo. Gli cinsi la vita e lui abbassò il viso e posò le sue labbra sulle mie. All’inizio fu tenero, quasi guardingo. Mi teneva stretta senza osare gesti più intensi, ma io lasciai scorrere le braccia lungo il suo corpo, aggrappandomi a lui. E quel bacio divenne l’anticamera di una passione che inspiegabilmente rompeva gli argini, facendoci precipitare in un turbine di carezze sempre più audaci che ci tolsero il fiato.

Cademmo sul letto. Lui mi sfilò il vestito, poi sganciò il reggiseno e me lo tolse. Gli strappai quasi di dosso la camicia, ma quando cercai di aprire la fibbia della sua cintura, lui mi fermò la mano. Ci guardammo negli occhi. Capii che voleva prendersi il suo tempo, che voleva assaporare il mio corpo e che io assaporassi il suo. Affondò il viso fra i miei seni, mentre con le mani a coppa li stringeva per poi lasciarli e sfiorarli appena con la punta delle dita. Le sue labbra intanto mi esploravano scendendo sempre più giù verso il centro del mio piacere.

Non riuscivo a pensare. Prigioniera dell’urgenza di quelle sensazioni che lui mi provocava, ero diventata tutt’uno con la mia pelle e con le sensazioni che mi dava. Il tempo stesso si era come fermato, ed anche il mondo fuori dalla penombra di quella stanza, dove il silenzio si riempiva dei nostri ansiti, dei nostri gemiti. Mi sembrava quasi che non fosse più importante che fosse lui, Fabio, in quel momento con me. Era soltanto il corpo di un uomo, il desiderio di un uomo che si fondeva col mio e non eravamo più io e lui, gli amici di una vita, ma soltanto i nostri corpi di femmina e maschio che compivano ciò per cui erano stati creati. E mentre allargavo le gambe per offrire il mio sesso alla sua bocca, pensai “ Ma l’amore…dov’è l’amore in tutto questo…?ma è poi così importante l’amore…” e in quel momento non mi sembrò affatto importante, non sarebbe stata più grande la sua bravura a darmi piacere, se l’avessi amato. Forse sarebbe stata solo diversa, forse… Ma le labbra, quelle labbra voraci, che mi facevano naufragare in oceani di dolcezza, in esplosioni di luci accecanti non erano più sue che di chiunque altro, erano labbra e basta e desiderio.

All’improvviso lui interruppe il suo gioco. Si alzò in piedi di fronte a me che lo guardavo con gli occhi socchiusi, e cominciò a slacciarsi la cintura…

Ecco quel gesto, non so se riuscirò a farti capire, sanciva in quel momento tutto il suo potere su di me. Io stavo lì, vinta, nelle sue mani, desiderando solo di sentire il suo peso su di me, la forza con la quale lui mi avrebbe schiacciato su quel materasso, senza darmi la possibilità di fuggire. Come se avesse detto: “Ecco finora abbiamo giocato, ma adesso faccio sul serio. Adesso sono io che conduco il gioco.” E infatti non giocava più e si fece largo dentro di me quasi con violenza, mentre le sue mani mi segnavano la pelle stringendola con forza. E mentre si muoveva con ritmo lento e profondo, mi guardava negli occhi, avido di spiare le mie reazioni, le espressioni che il mio viso assumeva all’impeto dei suoi assalti.

Intrecciai le gambe intorno ai suoi fianchi assecondando i suoi movimenti, intanto gli accarezzavo le spalle e gli baciavo il collo.

La poca familiarità che avevamo l’uno del corpo dell’altro, ci impediva di esprimere pienamente l’intera potenzialità delle reciproche carezze, obbligandoci ad una lieve goffaggine, ma l’urgenza del desiderio che sentivamo, suppliva a questo limite.

C’era tanta dolcezza nel modo in cui lui percorreva con le labbra la mia pelle, gustandola con la punta della lingua quasi a volerne cogliere il sapore. La sua aveva un gusto asprigno e vagamente salato, impregnata com’era di sale e di sole. I suoi baci erano avidi a tratti violenti al punto da provocarmi un leggero dolore a cui faceva seguito una rinnovata dolcezza.

Rotolammo sul letto. Ora ero io che conducevo il gioco. A cavalcioni su di lui, imprimevo il mio ritmo, accelerando e rallentando, talvolta fermandomi e lasciando che lui mi esplorasse eccitandosi ed eccitandomi ancora di più.

Non so quanto tempo passò, forse pochissimo, forse un’eternità. Lui fu di nuovo sopra di me. Aveva fretta ora di esplodere nel suo piacere e nel mio. Eravamo un tutt’uno ormai, nei nostri odori, negli umori che fluivano dai nostri corpi e che sembravano impregnare la stanza…

Non sentimmo la porta che si apriva…

La luce si accese all’improvvisa, impietosa e dura, restituendoci ad una imbarazzante realtà.

Si ricompose alla meno peggio. Io afferrai il vestito e la biancheria e me ne feci schermo.

Non dimenticherò mai i tuoi occhi.

Lo sguardo duro che ci lanciasti. Ferma sulla soglia della stanza, non parlavi, lasciandoci al nostro imbarazzo. Nel tuo sguardo, stupore, delusione, forse disprezzo e poi ecco…rabbia.

Fabio si infilò la camicia senza parlare. Nemmeno ci provò a spiegarti a giustificarci. E come avrebbe potuto? Io, con quel poco di dignità che mi era rimasta, mi infilai il vestito così com’ero,  raccolsi la biancheria, stringendola nelle mani. Intrappolati, ti guardavamo li sulla soglia. Ci precludevi l’uscita.

Dalla tua bocca proruppero parole dure alle quali non replicammo.

Capivo il tuo disprezzo ma non la tua rabbia. Io e Fabio ci guardammo, l’unione dei corpi ci regalò una complicità fugace contro di te. Lui si illudeva che la tua reazione sarebbe stata passeggera. Ti disse solo : “ Scusa!” Ma scusa di che? Di averti profanato il letto della tua casa al mare? O di averti aperto la porta dei desideri inconfessabili ai quali ti neghi e ti sei sempre negata?

Solo io vedevo la tua rabbia. La sentivo come uno schiaffo in pieno viso.

E sapevo come lo so oggi che non avresti perdonato quell’insano peccato del fuoco sotto la pelle, del desiderio che non si nasconde dietro la maschera dei sentimenti. Che non conosce vergogna, ne doveri, ma insegue solo se stesso e il suo piacere.  Al di la dei corpi, al di la degli affetti.

Amica mia era questo che non mi perdoni? Di aver ceduto a ciò che tu mai ti saresti concessa e mai ti concederai? Non so ora che sarà della nostra amicizia. Ne so se e come io e Fabio recupereremo fra noi l’antica familiarità asessuata e rassicurante. Ma quel fuoco amica mia, quel fuoco è qualcosa per la quale valeva la pena… si ne valeva la pena.

La recensione

Ogni promessa è debito e difficilmente mantenerla mi riuscì più piacevole. Ho letto una bella storia, intensa, serrata, non guastata dallo stile in qualche modo "epistolare" che non amo molto. Mi è piaciuto l'equilibrio tra la storia e la sua componente erotica. Racconta bene i personaggi (l'io narrante e la sua amica soprattutto. Fabio mi sembra più defilato ma nell'economia della storia va bene così) e li inserisce in un contesto credibile. Pare che l'ospite abbia favorito il ritorno di Fabio a casa dopo aver predisposto le cose in modo da provocare una conclusione che si voleva "scoprire" per ricoprirla di furia etica. E se così è, la risposta è adamantina, evita la trappola, vince l'imbarazzo e rilancia sul piano dell'aridità, del gelo "ammantato di sentimenti" dove corre il confine tra "ti amo" e "ti voglio bene". La fine del racconto è un epitaffio contro la grettezza, la finta allegria da "qui in famiglia va tutto bene perché io sono la migliore e ho il controllo di tutto". Dove si dimostra che triste è il controllo del deserto. Meglio perdersi in una foresta piena di suoni e di vita dove incontri la paura e la dolcezza, l'incubo e l'incanto. Brava . Un saluto.
Daniele

 

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