I RACCONTI di
Mariagrazia Di Stasi

A ROBBA

Il giorno che Rosina Scarfaci decise di affittare, alla morte del marito, il pezzo di terra ricevuto in dote da suo padre, a Tanino Gufo, non sapeva che vagonate di sconquassi sarebbero cadute sulla sua testa e su quella dei suoi figli e nipoti.
Tano Gufo era un buon uomo dopo tutto, ma gran procreatore di innumerevoli figli, diavolacci di tutto rispetto.
Costoro una volta messi i piedi nella terra, decisero che era ormai cosa loro e mai e per nessun motivo l’avrebbero restituita alla legittima proprietaria.
Anche Rosina Scarfaci aveva dei figli, ragazzi e ragazze come tanti, tirati su alla meno peggio, e mandati in giro per il mondo a buscarsi il pane.

 
Li aveva dispersi per il mondo, tutti lontani, intanto gli anni passavano e la terra fruttava.
Con l’avanzare della vecchiaia Donna Rosina non si faceva capace che questa benedetta terra fosse in mano ad estranei. Eppure i Gufo pagavano ogni mese e proprio non c’era modo di sfrattarli di la.
“ Salutiamo, donna Rosina!” Diceva Tanino Gufo, quando la incontrava per la strada, togliendosi di testa la vecchia coppola bisunta e strizzandole l’occhio. Perché, dovete sapere che era ancora un bell’uomo a ottant’anni passati, dritto come un fuso e una gran massa di capelli bianchi.
Anche Donna Rosina si teneva bene, alta e formosa, da giovane era stata un gran pezzo di figliola e anche ora che era vecchia, non era indifferente ad un uomo prestante…
 “ Compare Tanino, v’a passate bona?”
“ Ringraziando Dio!”
“ E quella scaglia di robba compare?”
“ Frutta Dona Rosina, frutta!”
Così continuavano a dirsi quasi ogni giorno e quel “Frutta” era per Donna Rosina una stilettata nel cuore.
“ Non mi pote pace Agatina, che quello si deve godere il frutto del nostro travaglio.” Diceva a sua figlia schetta (nubile ) che viveva con lei.
“ Del loro travaglio, mammà,” rispondeva quella, “ l’hanno sempre lavorata loro quella terra.”
“ E certo! se i to frati non se ne andavano al nord!”
“ Mammà e lasciate stare sto discorso. Loro sono contenti così.” Agata era stanca di sentire sempre sua madre parlare di quella maledetta terra, e dei Gufo e di come se la godevano.
Era una ragazza forte, sanguigna, robusta e piena di ardori che sfogava nei fienili con qualche compagno occasionale. Alla terra non ci pensava.
Intanto gli anni passavano, Donna Rosina morì senza la soddisfazione di riavere la sua terra.
Ma anche per Tano Gufo le cose non andavano meglio. Era diventato decrepito. La sua anima stanca sopravviveva imprigionata nelle sue vecchie ossa fragili e lui aspettava la morte come una liberazione. I suoi figli l’avevano estromesso da tutto. Era ormai una povera cosa buttata in un canto. Gli occhi liquidi e cisposi persi in un lontanissimo passato. La mente sperduta in un vuoto senza fine.
Da quando Donna Rosina era morta, l’affitto non veniva più pagato e perciò Agatina scrisse a tutti i fratelli e sorelle:
“ Carusi, qui si deve fare qualche cosa p’a robba. Quelli non pagano né si n’esciono. (escono)”
Ma i fratelli erano presi da altre cose. Non si interessavano.
“ Rivolgiti alla legge.” Rispondevano.
“ E voi?” Chiedeva Agatina.
“ Tu vai avanti che noi veniamo appresso “ Rispondevano quelli.
L’avvocato era un azzeccagarbugli, ma Agatina non si poteva permettere di meglio. I fratelli non pagavano la loro parte e l’avvocato si accontentava di poco.
Passarono gli anni. Ne passarono venti. La causa non finiva mai.
Agatina non si era sposata. Troppi fienili, troppo rotolarsi in mezzo ai campi le avevano lasciato una figlia : Nina la dolce, un esserino magro e pallido, tutto il contrario della madre. Una carusa seria delicata come un fiore di campo. Cresceva silenziosa accanto alla madre, incurante del giudizio del paese, della loro solitudine, del vuoto delle loro vite.
Il loro mondo era la loro casa, ereditata da Donna Rosina che l’aveva lasciata a quella figlia svergognata, non senza aver provocato i malumori degli altri figli. Agatina, si dava da fare con mille lavori e con l’attività in cui ci sapeva fare di più che era quella di consolare gli uomini. E loro sapevano ripagarla almeno fino a che non comparirono nelle sue trecce nere, i primi capelli bianchi e il cuore le divenne ballerino. Ma Nina la dolce non si accorgeva di nulla, persa com’era nei suoi sogni e nei suoi studi. Proprio come suo padre a cui somigliava come una goccia d’acqua, (almeno questo dicevano le male lingue del paese) e di cui portava il nome di battesimo, laddove il cognome lui non aveva potuto darglielo. Per Sebastiano Cuva, Nino per gli amici, Agatina era stato il primo amore anche se lei aveva dieci anni più di lui.
Suo, era il primo corpo di donna che aveva sfiorato, suo il seno accogliente in cui aveva affondato il viso ancora imberbe, e il sesso caldo a cui aveva affidato la sua ancora incerta virilità.
Ricordava bene, l’odore aspro e forte di quei capelli neri, lunghi, ricci, ferrigni, in cui affondava le mani nell’impeto della passione e dei quali si portava l’odore nel suo letto di ragazzo. Cinque anni era durata la loro storia, un’eternità per Agatina, non abituata a legami stabili, una scaglia di sogno per lui il cui cuore e forse anche il corpo, dopo di lei, nessuna donna era stata capace di accendere.
Agatina non gli aveva detto di questa figlia, nata al tramonto della loro storia, ma lui l’aveva riconosciuta subito, come si riconosce il proprio sangue. Ne aveva seguiti i passi negli anni, di nascosto alla famiglia, che mai avrebbe accettato questa figlia bastarda. E lei era stata anche la sua prediletta senza neanche saperlo perché mai le aveva parlato, anche quando lui, sposatosi, ebbe figli legittimi.
 Si era preoccupato del suo destino e di quello della madre ma silenziosamente e da lontano, perché Agatina era una donna orgogliosa e non voleva urtarla.
Agatina era una donna forte, che avanzava nella vita a testa alta con quegli occhi fieri che sprizzavano scintille….eppure niente aveva potuto per quella maledetta terra, che i Gufo continuavano a godersi.
Ma un giorno finalmente la causa finì. Miracolo, Agatina l’aveva vinta contro ogni previsione.
Ora finalmente i Gufo dovevano andarsene. Dovevano?
“ Calma Donna Agata, non è ancora cosa fatta, per lo sfratto ci vuole l’unanimità!” Disse l’avvocato.
“ L’una cosa?” Chiese Agatina perplessa.
“ Ci vuole che tutti i vostri fratelli e sorelle devono essere d’accordo per lo sfratto…”
“ Ma se loro non si interessavano di questa causa!”
“ Eppure bisogna convincerli e poi c’è un’altra cosa…ci sarebbero delle spese…”
“ Ancora! Ma se la legge ha condannato i Gufo a pagare le spese….”
“ Si, ma bisogna fargli il provvedimento esecutivo e intanto chi la paga la carta bollata?”
Come fu come non fu, Agatina si trovò a cacciare altri denari, ma proprio non ne aveva per anticipare la parte spettante ai suoi fratelli.
“ Madonnuzza, speriamo che si convincono.” Diceva a sua figlia. E cercava di rassicurarsi dicendosi che i fratelli mai le avrebbero fatto lo sgarbo di lasciarla sola a combattere quella battaglia.
Ma il tempo passava e lo sfratto non si faceva. Agatina passava davanti alla sua terra che mai era stata sua e dei cui ulivi, mai aveva assaggiato una goccia d’olio e non si dava pace a vederla così bella e fertile, ricca di alberi pieni di frutti e ben tenuta, che meglio sarebbe stato se fosse arsa tutta, piuttosto che quelli se la godessero per tutti quegli anni. Era un tale strazio questo, che il suo cuore diventava più ballerino che mai….
Un giorno l’avvocato la chiamò e le disse:
“ I vostri fratelli hanno intenzione di vendere le loro quote ai Gufo. Voi avete diritto di prelazione, che volete fare?”
“ Iò? e che a fari?” Non aiu soldi! Non ho soldi per comprarmi le quote…”
“ E allora vendete anche la vostra!” Esclamò l’avvocato.
“ Mai! Vincìu la causa e la robba resta a loro?”
“ E’ questa la legge, se i vostri fratelli vogliono vendere…”
“ E certo. Che gli importa a loro? Mai si interessarono della robba nostra. Che mia madre ci murìu co sto duluri…”
“ In ogni modo io non posso più seguire questa storia, se mi volete pagare il mio….”
E così finì che i Gufo si comprarono tutta la robba, eccetto la quota di Agatina.
“ Se la devono pigliare tutta di sale inglese quei quattro soldi fetusi che si guadagnarono sul sangue mio.” Diceva Agatina sempre più amara, pensando ai fratelli che l’avevano tradita e ai quali non aveva più rivolto la parola.
“ Mammà forse era meglio vendere anche la nostra quota.” Diceva Nina la dolce.
 Forse. Ma Agatina non si faceva capace di aver sbagliato. Non era giusto ecco. Di quella terra non aveva avuto mai nulla. Aveva dovuto accontentarsi di vederla da lontano, senza poterne godere, che ne avrebbe avuto anche bisogno, ora che le forze l’abbandonavano e di travagliare non ce la faceva più. Ma che fare ora? Offrire ai Gufo anche la sua quota? Mangiarsi l’orgoglio e chiedere loro di comprarla? Le faceva male il cuore al solo pensarlo. Le ballava nel petto impazzito e furioso.
Un giorno si mise il suo vestito della festa e andò a trovare Sebastiano Cuva. Lui la ricevette nel suo studio dove svolgeva la sua attività di commercialista.
Seduta di fronte a lui lo guardava. Il tempo non era stato benevolo. Dov’erano i sui capelli scuri? Il viso dai lineamenti delicati? Ora la calvizie brillava sotto la luce del neon, e i suoi occhi dolci sparivano nel reticolo delle rughe. Ma conservavano ancora quegli occhi la dolcezza della gioventù lontana, e il suo sorriso aveva la stessa timidezza che lei ricordava.
Anche lui la guardava, cercando la ragazza che era stata, in quell’anziana donna dai lineamenti duri e le labbra sottili che non ricordavano più i baci che avevano dato.
“ Ninuzzo ti a ddiri na cosa.”
Lui la guardava in silenzio aspettando.
“ Mia figlia Nina è pure figlia tua.”
“U saccio.”
“ Lei è carusa, ma iò sono vecchia e non saccio per quanto ancora campo. Avevo na scaglia di robba, me matri l’affittò ai Gufo. C’è stata na causa. L’ho pure vinta ma la robba se la sono comprata lo stesso da quei malaerba dei miei fratelli. Ma la mia quota no. Non ce la voglio dare. Ma ora cosa faccio? Devo pensare a Nina. Tu che mi consigli?”
 Lui rimase in silenzio per un po’, con le mani chiuse a preghiera appoggiate alle labbra, i gomiti sulla scrivania. Pensava.
Agatina si muoveva nervosa sulla sedia. Aveva capito? Si era spiegata bene? All’improvviso lui parlò.
“ Dammilla!”
“ Come?” Chiese Agatina convinta di aver capito male.
“ Cedimi la tua quota e lasciami fare.”
“Che capisti? Che venni qua per chiederti l’elemosina?” Urlò Agatina offesa.
“ Non capisti tu. “ Rispose lui calmo.
“ Facciamo finta che la compro io e i Gufo se non vogliono un estraneo nella robba, si devono calare e devono trattare co mia.”
“ Matri!” Esclamò Agatina, perché l’idea non era poi male.
E così fecero. Con un intermediarono informarono i Gufo della cosa, che loro avevano il diritto di prelazione.
“Per babbi, ci prese Agatina.” Diceva Pippo Gufo ai suoi fratelli.
“ E’ tutta una finta. Chi vuoi che è così babbo da comprasi una scaglia di quota di una terra indivisa? Lasciamo perdere che tanto la robba a noialtri resta.” I fratelli si fecero convinti e rinunciarono a fare un’offerta.
Una mattina, dalla strada che dal paese portava alla terra, si vide arrivare un camper. Sto camper entrò tranquillo nel terreno e dribblando gli olivi andò a sistemarsi in mezzo all’aia, proprio di fronte alla casupola dove tenevano gli attrezzi. Pippo Gufo chiamato da un vicino accorse furioso contro l’intruso.
“ Ei tu che fai nella terra mia?” Chiese bellicoso al giovane alla guida.
Quello scese tranquillo dal mezzo e gli andò in contro piazzandosi a gambe larghe di fronte a lui.
Era un giovane alto, dai lineamenti dolci come erano stati quelli di suo padre.
“ Signor Gufo, prendo possesso del mio pezzo di terra.”
“ Come?” A Pippo Gufo gli occhi gli uscirono dalle orbite.
“ Mio padre ha comprato la quota di Agatina e io ci voglio piazzare il mio camper per venirmi a rilassare dagli studi…”
“ E come sai che è qui la quota tua?”
“ Infatti non lo so. Oggi mi piazzo qui, domani vedremo, magari lì in mezzo agli ulivi. Ho una quota in questa terra e nullo me ne caccia.”
E la cosa per quel giorno finì li.
“ Carusi che dobbiamo fare? Quello si piazzò e di li non si muove.” Disse Pippo Gufo ai fratelli dopo che per una settimana dovette vedere Il figlio di Sebastiano Cuva che se ne andava a zonzo per la terra a bordo del suo camper.
“ Fagli un’offerta a Nino Cuva.” Consigliò la sorella Mena. E di offerte gliene fecero più d’una a Nino Cuva ma quello rifiutava sempre di cedere la maledetta quota e intanto suo figlio dalla terra non si muoveva, né di giorno né di notte. Pippo Gufo impazziva dalla rabbia e malediceva Nino Cuva e tutta la sua settima generazione ma intanto era costretto ad alzare sempre più la sua offerta al punto che si arrivò ad un prezzo superiore a quello speso per tutte le altre quote.
Non servì. Non c’era verso. Nino Cuva non cedeva e suo figlio non se ne andava. Con il suo maledetto camper piazzato ora qua ora la, disturbava i lavori degli operai.
“ Signor Gufo, chiedete la divisione giudiziale delle quote.” Consigliò l’avvocato che poi era lo stesso che aveva seguito la causa contro Agatina.
“ E che cambia? Che quello deve starsi fermo in un posto, ma comunque non se ne esce.”
L’avvocato alzò le spalle, che proprio non ne poteva più di sti villani che si uccidevano la vita per una scaglia di robba.
Un giorno Pippo Gufo si presentò da Nino Cuva, col vestito della festa.
“ Senti Ninuzzo, prenditi sta maledetta terra e non ne parliamo più. Ti cedo le mie quote.”
“ Il prezzo lo decido io.” Replicò l’altro tranquillo.
E fu così che Nino Cuva comprò ad un prezzo giusto tutta la terra della buonanima di Rosina Scarfaci e dopo la donò come dote a Nina Scarfaci che così trovò marito e si sistemò come si meritava. Agathina potè finalmente dormire i suoi sonni tranquilli che la robba ai legittimi proprietari era tornata, e fino all’ultimo respiro ricordò Nino Cuva nelle sue preghiere.

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